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"NATURAID
BOLIVIA
2003"
"dalle
ANDE fino a 5900 m in MTB alla GIUNGLA in PIROGA"
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Maurizio in 24
giorni ha percorso 2578 km, di cui 1038 con la mountain
bike, affrontando sale, sabbia, fango, neve, venti, freddo
fino a meno 20° C; oltre 1300 km sono stati invece percorsi
con mezzi di fortuna.
La spedizione, partita da san Pedro de Atacama, ha raggiunto
la zona Andina sull'altipiano ad oltre 4500 m di quota,
dove, in solitaria, è stata raggiunta la quota massima, in
bike, di 5836 m, per affrontare poi una sequenza di due
salar in tre giorni: il salar de Uyuni, la più grande
distesa di sale del mondo (circa 200 km) e il salar de
Coipasa (100 km). Maurizio ha quindi esplorato l'estremo
nord della Bolivia per 170 km in una zona sconosciuta,
arrivando fino a 4800 m; e infine la giungla, raggiunta con
mezzi locali e di fortuna.
Con questa performance Maurizio è uno dei pochissimi biker
al mondo capace di concludere una tale impresa in bici, ed
ad avere salito i passi più alti del pianeta, compresi i
due più alti (in Himalaya il Kardung La di 5602m e sulle
Ande l'Uturuncu di 5836 m).
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 1
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| 29 luglio
2003, ARCO: 90mslm N 45°54.764' E 010°52.770
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Pochi
giorni alla partenza, infatti sabato 2 agosto raggiungerò a
Cesena il mio amico di avventure Alaskane Eris Zama, dove
imballeremo tutto il materiale, già preparato, che ci
servirà per la spedizione Naturaid Bolivia 2003.
La bicicletta KASTLE e le borse
stagne termosaldate faranno la parte del leone perché
dovranno riparare attrezzatura e sostenere un notevole peso
sulle impervie piste dell'altopiano Boliviano.
Infatti il peso complessivo si aggira intorno ai 55-60 kg
(senza acqua) ed è composto da tutto il materiale da campo, dalla tenda al sacco piuma, dalle
pentole alle posate ecc, a tutto il vestiario tecnico MONTURA, sia quello pesante per l'alta quota (5000 m) che
quello leggero per i bassi piani.
Vivrò
in simbiosi con il mio mezzo, sarà una sorta di chiocciola
che si sposterà lentamente per un mese intero in com-pleta
autosufficienza (abbiamo calcolato una autonomia totale di
cibo e acqua per 10 giorni).
Questo Naturaid Bolivia 2003 sarà documentato da moltissime
foto e da un film che noi gireremo con le apparecchiatu-re
messe a disposizione da VIDEOGARDA-EXPERT.
Eris
ed io ci siamo incontrati e sentiti per telefono diverse
volte per pianificare e cercare le piste anche con la
collabora-zione del gruppo F.P.I. Satellite Navigation
dotati di strumentazione molto speciale per tracciare il
percorso, il resto poi lo fa l'entusiasmo di affrontare
incognite , difficoltà, fatiche per darci degli stimoli che
sono in continuo aumento.
Ci siamo allenati sia
in bici, sulle lunghe distanze (fino ai 600 km senza
fermarsi) che in montagna per la resistenza e il disagio.
Poi domenica da Bologna l'aereo ci porterà prima a Madrid,
poi a Santiago Del Cile e infine verso nord a Calama dove
con mezzi locali raggiungeremo San Pedro De Atacama in pieno
deserto Atacama.
Un volo di circa 30 ore.
San Pedro De Atacama è stato l'arrivo della mia spedizione
nel 1998, quando attraversai in 16 giorni 1300 km e 20000 m
di dislivello in solitaria e autosufficienza l'importante e
notevole Deserto di Atacama di quota, sempre oltre i 4000 m.
Già allora quando percorrevo la pista parallela alle Ande
immaginavo, mi incuriosiva e mi tormentava l'altro
versan-te:com'era? Cosa c'era?
Nel 1998 ho lasciato San Pedro De Atacama guardando alle
spalle quella pista che risaliva verso il confine Boliviano
girando a destra dopo il famoso vulcano Lincancabur di 5916
m di cui il grande esploratore Walter Bonatti fu uno dei
primi a descriverne il suo ambiente avventuroso.
Questa pista mi ha aspettato per anni ed ora sono pronto ad
avvicinarmi per scivolarci sopra e accarezzarla.
Colgo l'occasione per
salutare tutti gli amici che mi sono vicini e pure la Sat e
lo Sci Club di Arco che seguono sempre con molto entusiasmo
le mie avventure, grazie
Mauri
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Ciao Mauri,
ti auguriamo una buona avventura e ti aspettiamo con
i tuoi racconti e le tue immagini.
I tuoi
amici
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.JPG)
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Martedì
Eris ed io incominceremo a pedalare dal paese che io
non ho mai scordato:
SAN
PEDRO DE ATACAMA
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 2
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5
Agosto 2003, S.Pedro de Atacama 2400 m slm
S 22°
54.700 W 068°
12.050 1000
abitanti
Siamo
arrivati dopo 27 ore di viaggio alle 17.30 a Calama. Qui
abbiamo recuperato subito un pulmino ed abbiamo contrattato
a 20 dollari per portarci a S.Pedro de Atacama (100km).
Superando un passo a 3300m, nella discesa verso S. Pedro, il
guidatore mette in folle la macchina e vi lascio immaginare
la velocità e la puzza di freni fino a S.Pedro (2400m).
Abbiamo trovato una casa per dormire per 7 dollari a testa.
Tira un vento fortissimo e fa freddo ( 5° C ), ma sono
molto euforico perché ricordo benissimo il paese e le sue
polverose vie, poi dalla strada ho riconosciuto il cono del
vulcano Licancabur.
Anche Eris è contentissimo perché é la prima esperienza
di questo tipo per lui. Domani faremo gran rifornimento di
acqua e ci avvieremo verso il confine boliviano su un passo
a quota 4600m; un dislivello da coprire in 45km, credo sarà
molto impegnativa e saliremo forse in 2 giorni.
Abbiamo
cenato in un locale che sembrava un covo di pirati, con
graffiti e pitture sui muri, grandi falò e candele che
illuminavano le stanze, e l'unica luce elettrica era nella
cucina, un angolo chiuso con dei mattoni bianchi e una
tettoia di paglia. C'era un gran via vai di gente con i
sacchi a pelo e zaini sulle spalle, tutti infreddoliti che
venivano a riscaldarsi e ripartivano. Anche noi siamo usciti
e ci siamo infilati nelle strette viuzze
contornate da case fatte
di paglia e argilla; sembrano piste camionabili con
buche e sassi. Le stradine sono piene di cani e di
tantissime persone con barbe e capelli lunghi, coperti con
poncio e i classici berretti andini e tutti molto
giovani. Sembra un paese di hippy e sembra l'ultima
frontiera verso l'avventura, quella vera tocca a noi ed
inizia domani.
ciao Mauri |
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 3
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6
Agosto 2003, S.Pedro
de Atacama 2400 m slm S
22°
54.700 W 068°
12.050 1000
abitanti
S.pedro
De Atacama. Questo antico nome richiama alla mente momenti e
civiltà antiche, esploratori ambiziosi e determinati ad
avventurarsi in luoghi così desertici e sconosciuti, dove
tutte le componenti naturali danno sfogo alla loro estrema
naturalezza. Il caldo, la siccità, il gelo, i venti
fortissimi, le tormente, tutto sotto la protezione dei
“teneri e dolci” vulcani attivi che contraddistinguono
la cordigliera Andina. Ora le grandi spedizioni dei vecchi
esploratori hanno lasciato il posto a coraggiosi turisti e
avventurieri, che con le loro jeep e guide si avventurano in
queste zone. I più temerari si spingono oltre sfidando
quello che non si vede all’orizzonte, ci siamo anche Eris
ed io, che con il solo aiuto delle nostre bici andremo
incontro alle Ande, ai deserti, ai laghi salati, agli
antichi villaggi ancora isolati, cercando di arrivare alla
giungla. Mi sento molto attratto dal verde fitto di questo
ambiente, il cui nome fa paura a molti.
Questi
luoghi mi stanno chiamando e lo dimostra il fatto che ci
sono già stato altre due volte, forse perché da bambino
ero sempre nei prati e nei boschi, quando ero dai nonni in
montagna per le vacanze della scuola e giocavo con i bambini
del piccolo paesino di Dasindo, nelle Giudicarie Inferiori
del Trentino e che ho ritrovato dopo ben 25 anni, in
occasione di una mia presentazione di diapositive e
continuiamo a rivederci davanti a qualche tavola imbandita:
ciao Ruggero e Rudi, preparatemi le “ciuighe con peverada,
polenta e fasoi” che tra un mese torno e dovrò recuperare
quale chilo.
La
nostra spedizione sarà alla scoperta della spettacolare e
grandiosa natura delle Ande e dei suoi deserti d’alta
quota. La prima parte sarà molto impegnativa e rischiosa
infatti, saliremo dai 2600m ai 5000 in circa 60 di km. Un
circuito oltre i confini geografici, dove la natura
sudamericana non ha limiti: dal deserto di Atacama, alle
stupende lagune boliviane fino ad arrivare al grande lago
salato di Uyuni. Un'avventura, per chi come noi sa
rinunciare ai grandi comfort, per godere delle bellezze
naturali e della genuinità di questa parte del mondo. La
quota può creare qualche problema di acclimatamento e in
agosto il clima, specialmente sull’altipiano Boliviano, è
molto freddo. Gli spostamenti possono essere talvolta lunghi
e faticosi e pure i pernottamenti lungo la pista nella
nostra tenda o in qualche alloggio di fortuna spartano, ma
noi siamo completamente autosufficienti, consapevoli e siamo
qui per vivere
un’avventura ambiziosa ma vera.
Un’abbraccio
alla mia famiglia ciao Arianna ciao Alessia
Ciao
a tutti gli amici
Un
saluto a tutti quelli che ci seguiranno Mauri
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 4
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| 17
Agosto 2003
Tramite
contatti di fortuna abbiamo appreso che Maurizio sta
arrivando in solitaria a Uyuni. L'amico Eris si è ritirato
tra San Pedro de Atacama e Uyuni. Attendiamo notizie di
Maurizio che ci aggiornerà dettagliatamente delle difficoltà
che ha incontrato in questa prima parte dell'avventura (600
km), e i motivi del ritiro di Eris.
Appena riceveremo
notizie il sito sarà aggiornato tempestivamente.
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 5
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19
Agosto 2003
Maurizio è arrivato a
Uyuni sabato 16 agosto, dove ha sostato un paio di giorni
per recuperare le forze e ripartire per l'attraversamento
del Salar de Uyuni 3650 m slm (vedi Mappa 2).
Ci è appena giunto il
racconto in prima persona di Maurizio, relativo alle
peripezie affrontate nella prima parte del percorso.
Sappiamo che ha raggiunto in solitaria il valico tra due
coni gemelli del vulcano Uturuncu di 6010m. Forse il primo
uomo a raggiungere questa quota in bicicletta. Tutti gli
amici e gli estimatori di Maurizio possono sostenere questa
nuova impresa, ormai solitaria, inviando delle e-mail di
incoraggiamento al seguente indirizzo: info@maurizidoro.it.
Lui le apprezzerà moltissimo.
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 6
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20
Agosto 2003
Ecco finalmente il
reportage della prima parte dell'avventura sudamericana
16 agosto 2003
Uyuni 3544m slm S 20° 27.819 W
066°49.499 1000 abitanti
"Buon giorno a voi,
cerco di raccontarvi qualche cosa.
Siamo partiti da S.Pedro il 6 agosto, dopo aver caricato 15
litri di acqua ed avere passato il controllo doganale cileno
(gli agenti erano a dormire e li abbiamo dovuti chiamare).
La strada è asfaltata ed i primi 13 km sono una retta
grigia e ben piatta, ma utile per familiarizzare con il
carico e percepire le prime sensazioni come ormai mi capita
nelle mie spedizioni. Scricchiolii sbandamenti
sbilanciamenti servono per capire come familiarizzare con la
bici, il carico ed il percorso.
C’è del vento alle nostre spalle e questo favorisce un
po’ la pedalata, e la temperatura e di 13° C.
Pedaliamo con grande fatica appena la strada sale e la
nostra velocità scende a 4,5 km/h.
Non vogliamo salire velocemente per i problemi che può
darci la quota e prima che diventi buio (qui alle 19 è
notte) troviamo una piccola piazzola sulla destra, dopo 23
km, 815 m di dislivello a quota 3303 m, quasi 4 ore di
pedalata, e ci accampiamo con la nostra tenda che sarà il
nostro rifugio per le prossime settimane.
E’ il primo campo a quota 3303m S 22° 54.543 W 067°
58.146
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"7
agosto"
Abbiamo sperimentato la prima notte e il freddo, in
tenda c’erano 2°C.
Abbiamo fatto il nostro primo assaggio con i nostri
pasti disidratati che ci daranno una autosufficienza
di 10 giorni (però, che buoni!).
Dopo aver disfatto il campo si riprende a salire,
sempre su asfalto e man mano che ci si alza la quota
comincia a farsi sentire e le nostre soste si fanno
sempre più frequenti. Il fiatone ci accompagna
sempre cadenzando il nostro ritmo di pedalata.
La giornata è splendida, non una nuvola, ma
l’aria è frizzante e, cosa incredibile, lungo la
strada si vedono pezzi di ghiaccio ed ad un certo
momento passa una specie di spazzaneve con ancora la
pala imbiancata. Rimaniamo con gli occhi sbarrati.
Alcuni viaggiatori incontrati sulla strada ci dicono
che il giorno prima, poco oltre il passo, erano
stati sorpresi da una grossa tormenta di neve e le
loro guide si sono trovate in difficoltà
nell’individuare la pista.
Siamo un po’ preoccupati, ma ci dicono che
tempestivamente su quel tratto mezzi di soccorso
stavano lavorando per aprire la pista. |
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Siamo in prossimità del passo a 4589 m S 22° 55.
226 W 067° 48. 394.
L’asfalto finisce ed un cartello indica a destra
per l’Argentina ed a sinistra verso la Laguna
Verde, la nostra pista.
Il fondo è pietroso e superiamo grandi macchie di
neve e ghiaccio, ma la pista è pulita e visibile,
sentiamo il vero freddo dell’altipiano.
Si comincia a pedalare con difficoltà e
l’attenzione si fa più marcata.
Incomincio ad entrare in sintonia con l’ambiente,
e le mie motivazioni per questa avventura crescono.
Il paesaggio è arido ed il grande vulcano
Licancabur sembra seguirci con la sua dolce
maestosità.
Arriviamo al limite del parco a 4481 m ed al
controllo paghiamo 5$. Mentre ci vestiamo un po’
più pesante, ci fermiamo a parlare con il
guardaparco che ci dà alcune informazioni
riguardante la pista ed il tempo.
Il nostro punto di arrivo è Laguna Verde, a 4355 m
S 22°49.301 W 067° 47.038.
Fa molto freddo, ma il sole che scende sulla laguna
offre degli spettacolari giochi di luce e di
riflessi colori, l’aria è così pura che i
contorni delle montagne sembrano ritagliati e
incollati su uno sfondo blu.
Il rifugio ci offre una stanzetta con due letti a
castello sgangherati e al suo interno una piccola
stufa che un ragazzo ci accende, e ci lascia del
combustibile fatto con un tipo di radice di basso
cespuglio che noi a stento riusciamo a tenere acceso
perché brucia poco e fornisce poco calore, anche a
causa dell’alta quota.
Più tardi arriva anche un gruppo di francesi con 3
jeep che si ferma per la notte e ci facciamo
compagnia mentre ceniamo.
Ci infiliamo nei nostri sacco piuma CAMP da –20°
C . Fuori dalla stanzetta ci sono –15° C, dentro
riusciamo a mantenere una temperatura di soli 2° C,
ma stiamo abbastanza bene anche se siamo stanchi.
Abbiamo pedalato circa 7 ore per fare solo 33 km e
1330 m di dislivello.
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"8
agosto"
Da Laguna Verde a Laguna Salada 4344 m S 22° 30.
177 W 067° 37.343.
Avevamo portato all’interno della stanzetta anche
le nostre bici e tutto il materiale era sparso
ovunque, come mio solito, e occupava ogni piccolo
spazio, mentre Eris molto più meticoloso aveva
tutto concentrato e ben disposto, ma io ho bisogno
di sparpagliare e vedere per esteso il materiale…
La giornata è fredda e partiamo con una temperatura
di –1° C, ma fortunatamente non c’è il vento
che potrebbe infastidire e abbassare la temperatura
ulteriormente.
Pedaliamo con entusiasmo attraversando posti di
bellezza straordinaria, isolati e silenziosi, la
pista affianca alcune lagune dal colore bianco
accecante, senza i nostri occhiali d’alta quota
non potremmo mai guardarle.
E’ una giornata di grande impegno anche per il
fondo della pista, mai molto scorrevole, anzi a
volte spingiamo e spesso ci fermiamo a prender
fiato. Sono solamente pochi giorni che siamo in
quota ma il nostro fisico si adatta bene e il mal di
testa (soroche, mal di montagna) tipico che colpisce
chi sale in quota ci sfiora solamente e non ci crea
fastidio. Superiamo un grande passo a 4715 m e
scendiamo verso alcune lagune, dove facciamo molte
foto: un paesaggio molto delicato dai colori
pastello azzurro grigio giallo marrone e bianco
luccicante. Ci fermiamo parecchio tempo in un punto
roccioso dove la strada fa un ansa e dopo esser
ripartiti mi accorgo di aver dimenticato la macchina
fotografica dietro un sasso. Dico ad Eris di
proseguire lentamente che lo raggiungerò e ritorno
indietro velocemente per qualche km, ma lo sforzo è
così grande che quando recupero la macchina e cerco
di raggiungere Eris mi sento spossato e il mio cuore
sembra impazzire e la gola diventa secca, perciò
avanzo un po’ spingendo un po’ pedalando piano.
Eris mi aspetta su un bivio privo di indicazioni.
Controllo la mappa che ci aveva fatto il guardaparco
e la nostra direzione è a destra. La pista è molto
brutta e impegnativa, incontriamo un grosso trattore
che trascina come una specie di grande rastrello che
cerca di spianare la strada e togliere i sassi.
Si sente il freddo e la sera si avvicina, ma
fortunatamente incontriamo una piccola cava di
borace dove lavora una famiglia composta da marito,
moglie, 2 figli piccoli e un anziano.
Stanno predisponendo un piccolo alloggio per i
viandanti che offrono a noi, è molto spartano ma
almeno siamo al coperto.
Qualche scambio di parole e sorrisi e diamo dei
piccoli regali ai piccini, delle palline colorate e
una penna.
Accendiamo il nostro fornello che funziona a
meraviglia e naturalmente manco ci sogniamo di
lavarci, neppure gli occhi, per non sprecare
l’acqua, la usiamo solamente per lavarci i denti.
Abbiamo coperto un dislivello di 525 m per 51 km in
7 ore.
Dai minatori a Quetena Chico 4036m slm S 22° 11.
615 W 067° 20. 366
590 m di dislivello 11 h di pedalata 66 km.
Il solito rito quotidiano, ripiegare il sacco piuma
mentre il fornellino porta in ebollizione l’acqua
che a queste quote bolle tardi, sgonfiare il
materassino che ci rende confortevole il riposo,
mangiare la colazione, riporre tutto nelle borse
termosaldate e fissare la grande sacca
posteriore con gli elastici. Si riparte.
Per Dove? Per quanto? Non si sa, questa è avventura
e l’imprevisto, la difficoltà, possono mostrarsi
all’improvviso.
Siamo sul Tibet del sud America, con i suoi
altipiani a più di 4500 m. Ci attendono regioni
selvagge e desertiche. La spedizione deve fare i
conti con i terribili venti di questo altopiano e le
notti gelide, un tratto tra i più affascinanti che
mi piace. |
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E’ questo un tratto molto impegnativo che ci porta
a superare passi ad alte quote 4532 m, 4596 m, 4729
m, 4294 m, ma poi anche belle discese che noi
affrontiamo molto lentamente per non rischiare di
rompere tutto. La pista ci porta ad attraversare
alcuni guadi, arrampicarci sulle montagna, scendere
in kanyon, percorrere immense vallate ed esplorare
le rocce di lava dall’aspetto lunare che ci
circondano.
La sera si sta avvicinando sono molte le ore di
sella ma dobbiamo arrivare al piccolo villaggio dove
c’è la possibilità di trovare un dormitorio.
Passiamo piccoli villaggi e vediamo qualcuno dei
loro abitanti in bici. Nei villaggi stile Far West
troviamo quello che ci serve, pane, acqua, biscotti.
Le popolazione Aimara vive senza luce e acqua, è
dedita alla pastorizia e all’agricoltura in
maniera veramente primitiva. Bambini delle Ande con
i loro caratteristici volti e moccio sotto il naso
ci hanno colpito e affascinato.
Siamo in una zona dove il 90% delle persone vive in
condizioni di povertà, la mortalità infantile è
parecchio al di sopra della media boliviana, solo 50
ragazzi su 100 riescono ad andare a scuola e la metà
degli adulti non sa ne’ leggere ne’ scrivere.
L’acqua non potabile è causa di molte malattie
tra i bimbi.
Siamo di nuovo in viaggio. La strada è polverosa e
piena di insidie. In un guado Eris scivola e
l’acqua gelida gli farà battere i denti fino a
sera. Ancora pastori che riportano a casa le greggi
di lama. Il lama, lontano parente del cammello,
animale con sorprendenti capacità di adeguarsi al
freddo, al deserto, all’altezza, è parte
integrante della vita dell’altipiano boliviano, e
fin dai tempi delle tribù più antiche, fornisce
carne che viene essiccata al sole, lana per
fabbricare coperte, vestiti, corde, sacchi, viene
utilizzato come animale da carico e dimostra una
grande resistenza, persino lo sterco viene raccolto
e adoperato come combustibile.
Ormai è notte, ma il cielo stellato e la luna piena
ci fanno arrivare al paese dove troviamo alloggio
presso Daniel Berna che ci accoglie portandoci una
zuppa calda.
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La mattinata a Quetena Chico è passata veloce. Ci
siamo sistemati e preparati per la grande salita. Io
ci ho pensato tutta la notte e avevo una grande
paura che il tempo potesse peggiorare, non avrei
avuto sicuramente mai più un’altra occasione per
poter sperare di essere accolto alla massima quota
con la bici di 5900 m.
Abbiamo lasciato gran parte del materiale che non ci
sarebbe servito in una piccola stanzetta buia e
polverosa e con noi abbiamo portato viveri,
vestiario, tenda ed acqua per 3 giorni. Infatti poi
saremo ritornati qui al paese.
Io mi sento in gran forma e mangio doppia razione
per tenere al massimo la concentrazione e
l’energia (ho il pallino della pappa reale e del
polline, forse perché gli insetti e specialmente le
api mi incuriosiscono anche se da piccolo ho avuto 2
esperienze non proprio felici, ma ve le racconto
un’altra volta).
Partiamo il pomeriggio verso le 2 e costeggiamo un
rio dopo aver passato sulla sponda opposta senza non
troppe difficoltà, ma ci traggono in inganno alcune
orme che vanno in una direzione e la pista diventa
sabbiosa e inondata e perdiamo del tempo prezioso,
ma recuperata la strada ci alziamo su fondo misto
sabbia e rocce e in alcuni tratti ripido, che ci
impone di spingere qualche metro; poi entriamo tra
colline in piccole valli e il paese scompare dalla
nostra vista e appaiono i due coni dell Uturunco dal
colore nero, con grandi colate chiare.
La giornata e splendida e gli occhiali che ci
proteggono danno un colore vivissimo all’ambiente.
Io avanzo pedalando molto costantemente anche se il
respiro è affannoso ed ogni tanto dò un colpo di
tosse mentre Eris spinge spesso la bici e sembra
appesantito.
Si discute sul da farsi e la strategia da seguire
per cercare di avvicinarsi il più possibile, senza
patire troppo, per completare all’indomani la
salita.
Siccome io sto veramente bene mi carico la tenda che
portava Eris e lui l'acqua che portavo io, in tal
modo io ho potuto salire il più alto possibile
prima che sopraggiungesse il buio e, nell’attesa
dell’arrivo di Eris, monto la tenda e preparo il
campo. E’ stato molto difficile trovare una
piccola piazzola perché i piccoli cespugli e il
terreno ripido pieno di rocce lo impedivano, ma
vicino a un grande sasso ho recuperato una piccola
nicchia e, ripulitala il più possibile dai sassi,
vi ho piantato la tenda.
Naturalmente il freddo ci accompagna come una
seconda pelle, fortunatamente il clima è secco e il
sudore non ci bagna.
Abbiamo fatto 21 km in 5 ore con dislivello di 670 m
e il campo è a 4758 m S 22°13.113 W 067° 12. 720.
Attendo che la notte passi e che il tempo mi dia
questa opportunità. |
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La
salita (sesto giorno)
La notte ha fatto molto freddo e come il solito
ghiaccia l’acqua, poi il terreno sotto il
materassino presentava dei bei “gnocchi”; e sì
che ieri sera mi sembrava piano e liscio!
Alle 8 sono pronto per partire.
Saro solo perché Eris non se la sente, e per la sua
progressione lenta e faticosa si sente di peso e
preferisce rimanere al campo base ed aspettarmi
anziché scendere al paese. Se io dovessi avere dei
problemi e scendere dal valico al buio o con il
brutto tempo troverei la tenda come riparo.
La notte abbiamo parlato molto e guardato le stelle
con il binocolo. Il cielo stupendo era talmente
immenso che non si sapeva da dove incominciare a
guardare, ma il freddo e il vento però hanno
impedito che stessimo lì a guardare per il tempo
che avremmo voluto.
Pedalo lento ma sicuro. All’inizio solamente uno
sguardo fugace verso la cima come una sfida che dovevo vincere.
Uno sguardo e nella testa arrivo!
Un modo troppo violento per avvicinarsi in
quell’ambiente. Poi al primo tornante, quando mi
sono fermato a riprendere fiato, mi sono girato ed
ho visto la piccola tenda, un puntino su quel ripido
dolce, pieno di piccoli cespugli al limite della
pista, mi é venuto un nodo alla gola ed ho tossito,
ero solo e ancora più piccolo della tenda, una
piccola energia che voleva avvicinarsi a quel bianco
colle.
I due coni mi sembravano il grande seno della madre
natura ed era lì ad aspettarmi ad accogliermi e a
darmi tutto il tempo di cui avevo bisogno, ma non la
certezza che fossi maturo per arrivare fino là.
Forse era però arrivato il momento di provare e il
grande seno era li. |
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Sono sceso dalla bici ho accarezzato il manubrio e
ho fatto alcuni passi spingendola senza cattiveria,
evitando di far rumore, non volevo inquinare
quell’ambiente e quel momento.
Sono risalito sorridendo, sapevo che ce la potevo
fare. Pedalavo, mi fermavo, respiravo forte,
tossivo, sputavo, bevevo, ma non mangiavo.
Fino a 5500 metri ho pedalato con leggerezza, anche
se facevo grande fatica e guardavo i grandi coni che
si avvicinavano sempre più.
Si alternavano colori scuri a colori chiari.
La salita a tratti era molto difficile e nei tratti
più impegnativi spingevo con il viso che
premeva la guancia appoggiata al marsupio
sul manubrio, mi usciva anche un po’ di saliva.
La vista a volte era offuscata man mano che salivo
di quota, ma mi ero
accorto che molte nuvole erano nel cielo, e a volte
avevo lo stimolo della diarrea. Si mescolavano molte
sensazioni che si confondevano tra le lacrime e la
polvere sul viso, poi improvvisamente ecco l’odore
dello zolfo e la sua polvere che mi venivano addosso
soffiati dal vento fortissimo che mi faceva quasi
vomitare; per un istante ho dimenticato dove fossi.
Raggiunto un primo pianoro a quota 5731m ero
sul punto di desistere, anche perché la pista che
portava ad una vecchia miniera sembrava quasi
scomparsa.
Poi ritrovata la traccia ricomincio spingendo in
molti tratti e ansimando come una pornodiva.
Gli ultimi metri li vedo arrivarmi addosso, la pista
finisce e sono sul colle, il grande seno di questa
madre natura mi sta coccolando. |
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Sono a 5836 m S 22° 15. 484 W 067° 10.680 alle h
13, dopo 5 ore di salita 13 km di pedalata e 1030 m
di dislivello.
Mi siedo vicino alla mia bici e sto con me stesso la
testa fra le mani e gli occhi che guardano l'amore
all'orizzonte lontano, la
terra, mentre il vento entra da tutte le parti.
Rimango un’ora, anche se fa freddo, e poi scendo
velocemente; mi sembra una sciocchezza (sono un
ottimo discesista e pure spericolato). Al campo Eris
è meravigliato della velocità con cui sono salito
e ridisceso; è presto sono solo le 15:30.
Smontiamo tutto e torniamo al villaggio. |
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"7
giorno"
A Quetena Chico decido di cambiare il programma che
prevedeva di arrivare a Tupiza; infatti Daniel Berna
ci dice che la pista è molto brutta ed è facile
perdersi perché le indicazioni sono scarsissime e
non c’è praticamente nessuno cui chiedere
informazioni.
Non voglio rischiare ne’ per me ne’ per Eris,
perciò il nuovo programma prevede di arrivare alla
Laguna Colorada e arrivare a Uyuni passando per
Villa Mar, Alota e S.Sebastian.
Il percorso che ci porta alla laguna è molto
impegnativo, ci sono 30 km di salita sui 50 totali,
che facciamo in 9 ore con un dislivello di 855 m, in
più un forte vento contrario, 2 passi
rispettivamente di 4801 m e 4831 m, e il fondo della
pista è tutto un’ondulazione.
Arriviamo esausti alla Laguna Colorada, 4343 m S 22°
10. 693 W 067°42. 969.
Il guardaparco ci da ospitalità.
Mentre ci stiamo preparando la cena, quando ormai è
buio, Eris esprime il desiderio di rinunciare a
questa avventura perché privo di
motivazione e con un forte senso di peso che
rallenta il viaggio. Mentre si discute, passa una
jeep con a bordo 3 spagnoli partiti anche loro in
bici da S. Pedro, che hanno però deciso di
rinunciare di percorrere questa parte impegnativa e
raggiungere Uyuni in fuoristrada per poi
attraversare il Salar di Uyuni, ancora con la
bicicletta. Eris si accorda e sale sulla jeep per
ritornare poi in Italia.
Mi lascia la tenda e il fornello indispensabilissimi
per la mia autosufficienza.
Ci abbracciamo e vedo con dispiacere le luci
posteriori del fuoristrada allontanarsi. |
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"8
giorno"
Questa notte ho dormito poco, anche per il fatto di
essere rimasto solo, ma nello stesso tempo mi
stuzzicava l’idea di dovermi
riorganizzare e di aumentare le mie attenzioni e
sicurezze.
Ero sempre sveglio e avevo l’idea che nella stanza
ci fosse qualcuno perché, anche se chiuso
completamente nel sacco a pelo, sentivo dei rumori e
avevo l’impressione che qualcuno mi girasse sulla
testa e sul corpo. Avevo paura di vivere un incubo e
continuavo ad aprire la cerniera del sacco a piuma,
ma ero cosciente di essere completamente sveglio e
lucido, pensai ad un animale, un topo? A -20 cosa ci
fa ? Con il faretto frontale illumino gli angoli
sudici della stanzetta dove c’erano avanzi di cibo
e moltissimi cerini e carte, era proprio lui, il
topo. Piccolo con le zampine alzate, mi guardava,
volevo ucciderlo perché non mi girasse più
attorno, ma ho preferito aprire un po’ la piccola
e sgangherata porta per farlo uscire. Lui si è
avvicinato all’ingresso ed appena è sparito
dietro il legno ho chiuso.
La mattina aprendo la porta lo ho trovato appiattito
e rigido, non ricordavo che la porta batteva su uno
scalino alto. La fine del topo.
Ci sono rimasto male.
Arrivo a Villa mar dopo 65 km a 3986 m slm S21° 45.
509 W 067°28.806, 565 m di dislivello, 6 ore di
bici.
Il dormitorio, dove trovo da sistemarmi,è
confortevole e posso lavarmi con dell’acqua
tiepida.
Da
Villa Mar in due giorni, percorrendo 150 km, arrivo
a Uyuni 3544 m S 20° 27. 819 W 066°49.499, 1000
abitanti.
La pista presenta continue ondulazioni, ma quando é
battuta é molto veloce fa anche un po’ più
caldo, di giorno
ci sono anche 13°/15°C, anche se le notti sono
come al solito molto fredde.
Ora che sono solo, le persone che incontro sembrano
più accoglienti e desiderose di aiutarmi, infatti
mi offrono frutta e pane e mi chiedono come sto.
Nei paesini poi mi fermo a mangiare anche a metà
giornata e mi è capitato di essere ospite per il
pranzo in una miniera con 40 operai.
E’ pura pampa e si incontrano pastori che
conducono i loro lama a pascolare.
Purtroppo rompo 4 valvole delle camere d’aria e
sono proprio in difficoltà perché non riesco a
ripararle e non ne ho altre per arrivare fino a
Uyiuni.
Al villaggio di S. Cristobal mi fermo al mercato a
mangiare e vivo il quotidiano con la popolazione.
Riparto e cerco di andare più avanti possibile
sulla pista prima di accamparmi, guado alcuni larghi
torrenti, mi tolgo le scarpe scegliendo il punto più
basso, l’acqua è gelida e prima che i piedi
riprendano la loro temperatura passa del tempo e
persino corro spingendo la bici anche quando non ce
n’è bisogno.
Gli ultimi 15 km sono una disperazione, la gomma
posteriore si sgonfia in continuazione e sono
costretto a gonfiarla ogni 2 km.
La città è in vista, vedo delle macchie
bianche ballare all’orizzonte, è un effetto del
calore, sono le case.
Anche le montagne sembrano galleggiare su questo
miraggio e formano movimenti e disegni speciali.
La città è vicina, ma sembra sempre lontana e la
frequenza delle gonfiate aumenta. Entro in paese
spingendo la bici cercando un hotel.
Ci rimarrò un giorno per riposare, mi aspetta la
traversata del SALAR di UYUNI ,170 km di sale
bianco.
Ciao a tutti a presto
Mauri |
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 7
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| 22
Agosto 2003
Maurizio è arrivato a
La Paz ieri (21 agosto). Dopo aver superato il Salar de
Uyuni e il Salar de Coipasa è arrivato a Pisiga vicino al
confine cileno (vedi Mappa 2). Qui ha deciso di prendere un
autobus, probabilmente per guadagnare del tempo sulla sua
tabella di marcia rallentata dalla prima parte del percorso
e puntare su La Paz da dove riprenderà in bicicletta verso
il lago Titicaca fino ad arrivare ai margini della giungla.
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 8
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| 25
Agosto 2003
Ecco il nuovo reportage
di Maurizio ormai sulla strada per il lago Titicaca (Mappa
3)
CIAO
a tutti
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Sono
a La Paz ed eccomi seduto in un internet point, unico legame
che mi tiene al mio Mondo, alla vita che vivo di solito,
vera, reale, inutile non lo so, ma è quella che ogni giorno
(tranne le mie avventure ) mi coinvolge, mi fa pensare,
riflettere, mi ammala ma mi fa anche gioire e che mi dà la
possibilità forse, lottando, di crearmi nuovi mondi e tanti
sogni. Vivo un'avventura grandiosa su questa terra, in
questo periodo, assaporando la mia madre natura in tutti i
suoi aspetti,ed essere qui in questo locale illuminato a
neon e il rumore di tanti tasti che scorrono sotto le dita
dei giovani boliviani, mi sembra essere di essere per un
momento drogato. A Uyuni ho incontrato un gruppo di
italiani che mi ha riconosciuto dalle apparizioni in tv,
naturalmente questa notorietà mi facilita le cose non
posso negarlo, ed abbiamo cenato assieme raccontandoci le
nostre avventure.Il mattino seguente, me la prendo con
comodo e parto dopo aver mangiato ben 3 empanadas di carne
di cui io sono golosissimo, è un a specie di calzone
piccolo ripieno di roba caldissima e quando lo mordi e lo
rompi ti cola tutto tra le dita e nella mano; mmmmh che
voglia che mi è venuta ancora. Parto alle 10:30 è
tardi ma non mi preoccupo,
sono solo, e sono nel vento. Pedalo allontanandomi dalla
città non prima di aver fatto un salto alla vecchia
ferrovia dove sono depositati diversi treni arrugginiti e
scheletriti, una ferramenta spettacolare nelle sue sculture
arrugginite. 23 km di strada brutta polverosa e trafficata
mi portano a Colchani, città che non può offrirmi nulla
per il mio viaggio, ma io mi ero rifornito di frutta acqua e
biscotti a sufficienza.La pista passa un binario prima di
imbucare il deserto di sale, i primi km non sono
entusiasmanti, sale mescolato a sassi e terra e numerosi
camion fermi vengono caricati da giovani
con pale a mano di sale. Pedalo ed entro sempre più
in questo deserto di sale. Qualche jeep di turisti da
lontano mi saluta e mi fa delle foto. La luce che riflette
e' accecante ma non fa caldo perché ho il vento contrario e
pedalo con 2 maglioni ed i guanti di lana cotta. Mi dirigo
verso un punto scuro, sono curioso, dopo un 'ora ci arrivo:
ridicolo, un hotel fatto interamente di sale, tavoli, sedie,
panche, letti, pareti, naturalmente è un oggetto turistico
e io per il solo gusto di entrare prendo un mate di coca.
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Chiedo
informazioni per ISLA PESCADO,e mi dicono che dovrebbe
essere a circa 70 km. E’ lontana, ma il fondo è veloce e
posso pedalare bene su un terreno che scricchiola sotto le
mie ruote e qualche volta solleva dei piccoli sassi di sale,
anche se il fondo e' molto compatto e fisso.La superficie
forma dei pentagoni irregolari tutti attaccati l'uno
all'altro e io lascio la mia orma quasi invisibile, e io
rivivo l'Alaska, sul mare di Bering, lo stesso orizzonte
bianco infinito, intorno il nulla, lo stesso scricchiolio
del sale identico a quello del ghiaccio, la stessa luce, lo
stesso sguardo tra gli occhiali a testa china. Mi fermo
spesso, mi giro e guardo dietro, metto la bici a terra e
cammino mi muovo, mi siedo , mi sdraio, ma non mi sporco,
solamente qualche piccolo pezzo di sale resta attaccato al
pile ed ai pantaloni.Il bianco che separa il cielo azzurro,
non una nuvola, solamente lontano una macchia scura che
sembra galleggiare e staccarsi ai lati a forma di fuso.
Pedalo da diverse ore, è sempre lì un po’ più grande,
ma sembra non avvicinarsi mai.Vedo che le ore scorrono e mi
accorgo che le ombre si stanno allungando dietro di me e il
sole bassissimo negli occhi mi dà fastidio e sta
scomparendo, sono le 18:30.L’isola è lontana, ma ci
voglio arrivare e mettere la tenda sotto le sue pareti come
una barca mette l'ancora in un'ansa al riparo. Anch’io ho
bisogna di riparo, non so da cosa ma ne ho bisogno, lo
sento.Pedalo in piedi per guadagnare qualche km in più di
velocità, però quando il sole è sceso completamente e
incomincia una danza di colori alle mie spalle, mi fermo e
la osservo seduto vicino alla bici, tanto pedalerò fino a
che non sarò arrivato all'isola, ho tutto il tempo e la
notte.
Non voglio perdermi questi
attimi stupendi, che non si vedono tutti i giorni, il sole
scende ad ovest e dopo che è tramontato ed ha abbandonato
il suo solito colore di tramonto, che tutti noi abbiamo
sempre visto, dalla parte opposta ad est si forma tra la
linea di orizzonte un azzurro carico che aumenta man mano di
spessore spingendo sempre più in alto uno strato di colori
che vanno dal rosa al rosso al violetto. E’un movimento
così dolce e lento che sembra un respiro e ti incanta.
L'isola ad un certo punto appare grandissima sopra di me e
sembra non arrivare mai, ma ora ho anche paura di
avvicinarmi troppo, infatti il buio pesto mi impedisce di
capire come è attaccato il sale. Il sale ha uno strato di
20/100 cm e sotto c'è acqua, e siccome ho visto anche dei
buchi nella superficie, l'attacco alla roccia mi fa nascere
qualche dubbio come per il ghiaccio che si attacca alle
rive. |
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Arrivo
a ISLA PESCADO alle 20:30 dopo 100km
S 20°14.379
W 067°37.335
La
tenda la monto senza piantare i picchetti perché il sale è
talmente duro che e' impenetrabile alle punte. Mi gusto
anche il cielo prima che sorga la luna, e me ne sto
all’aperto anche se fa freddo; in piedi con le mani in
tasca e la testa in su, penso a Fabio,il presidente del
circolo astronomi, che prima di partire mi ha dato la mappa
del cielo australe per poter individuare il rosso di marte,
penso a tutta la famiglia Morelli. Il giorno dopo.L'acqua
come al solito si è ghiacciata anche all'interno della
tenda, ma io per la colazione la sera precedente ne verso
sempre nella pentola, così la posso sciogliere quando
accendo il fornello. 2,5 km il giro dell'isola
piena di cactus, credo che sia uno dei pochi spettacoli
naturali veramente di rara bellezza che ho mai visto, un
isola che spunta da un mare di sale. Lì dirigo verso Llica,
sempre dritto, non ci sono curve, solo piccoli riferimenti:
puntini neri che sono altre isole lontane anche loro
ricoperte solo di cactus. Mi piace guardare il sale bianco e
muovere solamente la gambe, non vado a sbattere da nessuna
parte. Provo anche a pedalare chiudendo gli occhi e
ascoltando solamente lo scricchiolio delle ruote sul sale, e
sono arrivato a tenerli chiusi fino a quasi 4/5 minuti.
Naturalmente ero fuori rotta quando li riaprivo ma con il
GPS e i riferimenti ritornavo sulla pista giusta. Non ho
incontrato nessuno
fino
all'uscita del salar dove una lingua di terra come un
pontile arrivava al mare. Il ritorno alla terra "ferma" è
quasi uno shock, pietre, scossoni, rimbalzi mi costringono a
ridurre drasticamente la velocità, le scarpe che si erano
ripulite si sono improvvisamente impolverate e ritornate
bianche. Ancora un po’ di dislivello, 175 m, e arrivo, dopo
88 km in 6:30 ore di pedalata, in un paese dove si sta
svolgendo una festa, mi circondano e mi toccano, e mi
offrono del succo caldo che sembra una specie di miele e
lampone con cannella, con una frittella. In un piccolo
locale semibuio, ceno con un calda zuppa e del riso con uova
e patate.
Il
giorno dopo.
Mi
alzo presto so che sarà una tappa molto impegnativa,
attraversare il SALAR de COIPASA (concatenamento con il
SALAR de UYUNI )e arrivare a Pisiga sul confine con il Cile
a pochi km
da Colchane.Alle 8 sono gia sulla pista e il terreno
si presenta subito con le sue difficoltà e devo spingere
molte volte la bici nella sabbia e fare molta attenzione
all’orientamento perché molte sono le piste che si
intersecano con quella principale.Questo tratto è quello
che mi ha entusiasmato maggiormente fino ad ora ed ha messo
in evidenza le mie doti di freddezza, di adattamento, di
intuizione e di orientamento e calcolo, mi sono sentito
veramente un animale puro e vero come io solo posso sapere
nella natura predominante. Credo di non essere mai stato
sulla pista esatta perché non ho incontrato anima viva, ma
ero tranquillo e sereno perché avevo preso come riferimento
alcune montagne e un piccolo vulcano a cono.Ero sereno e non
mi sentivo affatto solo o sperduto, ma viaggiavo per mano
con mamma natura, era lei che mi guidava; ho pensato a tutti
i miei amici, alla mia famiglia, alla mia infanzia e a me
stesso. Sulla pista spingevo, tiravo, ma non sbuffavo anche
se la cosa che più mi dava fastidio erano la bocca e le
labbra secche. Attraversavo costeggiando il limite del salar
e facendo contorno delle montagne seguendo le sue anse
qualche volta tagliavo e passavo in mezzo al salar, che
rispetto all'altro era meno compatto e di un colore più
rosa sporco.
Un colore non sicuro, avevo la stessa sensazione di quando
ho pedalato su alcune lagune ghiacciate in Alaska e ad un
tratto il ghiaccio si è rotto ed Eris ed io ci siamo
tuffati in qualche modo verso riva. Ecco la stessa
sensazione. Il sale scricchiola la ruota affonda,sono a
circa 300 m dalla terra, mi spavento, la bici non avanza i
piedi sono nel fango misto sale fino un po’ sotto alle
caviglie mi dirigo verso riva, so che ci vorranno molti
minuti non sono in pericolo, posso sempre tornare sui miei
passi, ma decido di avanzare perché la superficie ha una
certa consistenza ma ad ogni passo sento un rumore sinistro,
come se la scarpa mi restasse nella poltiglia. Raggiungo la
riva deciso a costeggiare il salar, anche se faro qualche km
in più e sarà più lento l’avanzare. Mi impolvero le
scarpe in modo da cercare di asciugarle con la sabbia il più
possibile. I paesaggi si susseguono come in una proiezione
di diapositive, mi piace, sto bene, mi sento sicuro, sono in
completa autosufficienza e non mi manca nulla, devo
solamente fare attenzione a non farmi male ma la cautela è
ai massimi livelli.
ARRIVO
DAVANTI A UN PALETTO CON UNA TARGHETTA BOLIVIA DA UNA PARTE,
CILE DALL'ALTRA! DOVE SONO? CARTELLI, CAMPI MINATI...HO
SCONFINATO!
Passo
un'altra zona di Alaska "tundra" dove ho
incontrato quella ragazza Atabaskan con la motoslitta.
Piccoli ciuffi di erba secca a migliaia che sbucano dal sale
che io schivo in continuazione e seguo una traccia appena
visibile.IL sole e' sotto il cappello, l'ho negli occhi, è
tardi, il riferimento c'è, seminascosto, il vulcano, e poi
ho intravisto un luccichio, forse case.Sono al buio ma la
mia sensibilità si è accentuata in questi giorni e sembro
volare sulla pista che mi sembra priva di ostacoli, e pedalo
senza fatica forse perché mi piace questa situazione ed ho
gli occhi come quelli di un’aquila e l'udito di un cane.
Intravedo piccole ombre che sono sassi un bianco più chiaro
che e sabbia tutto mi e familiare viaggio da più di un'ora
senza frontalino, solo le stelle, ma ad un certo punto mi
trovo tra due colline e il buio e' inesorabile, prendo dalle
sacche il frontalino. La luce azzurra appiattisce
completamente la pista anzi quasi non la vedo più e la
confondo con il resto e a volte esco nel piano e faccio
fatica a ritrovare i miei passi.Sto girando in tondo e mi
accorgo che le luci arancio di un paese che avevo intravisto
sono scomparse, le colline mi separano, eppure mi sembrava
di essere cosi vicino, proseguo ma giro completamente a
destra attorno ad una collina, sono su un'altra pista, ormai
le perdo tutte, seguo solamente l'istinto. Oltre una
salita rivedo delle luci alcune vicine altre lontane. Decido
“prima quelle Vicine, poi si vedrà!”. Sembrano lì ma
spingendo la bicicletta anche 2 km sono tanti. Il
piccolissimo paese sembra vuoto eppure mi avevano detto che
era grande, fortunatamente un passante chiedo ...Pisiga? si
Sile! Cile?Pisiga Bolivia! no Pisiga Cile! Quello boliviano
è quello laggiu! Sono le luci lontane, dice 3km, a sinistra
luci più fioche, il confine. Mi indica più o meno la
pista, la perdo subito ma la direzione è data dalle luci a
destra, non voglio rogne e dare spiegazioni inutili. Spingo
in quella direzione, ma mi accorgo che sto camminando tra
cespugli e qualche cosa di bagnato come muschio, poi un
piccolo rio. Lo attraverso nel tratto più stretto, la ruota
posteriore si incastra e mi fa scivolare dentro con il piede
sinistro, bagno anche i pantaloni. Poi altri rigagnoli che
scendono serpeggiando e io sono costretto ad andare un colpo
a destra e un colpo a sinistra, ne supero uno e poi ritorno
perché è troppo largo, su e giù per questi muschi. Sento
un cane che mi abbaia da dietro, mi giro e i suoi occhi si
illuminano della mia lampada, subito mi tolgo il guanto di
lana per ave meglio la presa e sfodero il bastone dalla
sacca che mi ero portato dall'Italia. Fortunatamente mi
rincorre per poco e lo sento abbaiare da lontano. Continuo a
zigzagare tra questa ragnatela di fiumiciattoli e mi ritrovo
avanti credo una quarantina di piccole lampadine rosse. Gli
occhi di chi? Mi spavento trattengo il respiro, la mente va
ai petardi, li ho a portata di mano, (per i cani randagi se
attaccano), sono troppi quegli occhi per essere un gruppo di
cani, sangue freddo. Sono lama, faccio un gran sospiro. Non
arriverò mai, sono in balia di questo acquitrino. Decido di
dirigermi verso le luci della frontiera, sono le più
vicine. Qualcuna dalle case si è illuminata di fronte a me,
probabilmente vedendo il mio frontalino, qualche minuto poi
il tizio è rientrato. 50 minuti e arrivo sulla terra
asciutta, giro la prima casa e una luce gialla mi illumina.
Che pasa amigo? Due poliziotti mi fermano ma fortunatamente
tutto si risolve con le mie spiegazioni sulle mie
disavventure e mi lasciano passare.
Sono
le 21:50 99 km 13:30 ore di bici 300 m di dislivello 3563m
slm S 19°16.454 W 068°36.912 Pisiga
Il
giorno dopo.
Purtroppo
i giorni corrono e ho desiderio di raggiungere la giungla.
Arrivare a La Paz mi porterebbe via troppo tempo perciò la
raggiungo con il bus. In 8 ore percorro i 370 km di pura
pampa. Città caotica situata in una conca.Domani riprenderò
il mio viaggio con la bici e mi dirigerò verso il lago
TITICACA.
A
presto. Ciao
e grazie a tutti
Mauri
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 9
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| 26
Agosto 2003
Lunedì 25 agosto,
Maurizio ha inviato un nuovo breve report della propria
avventura. Sfruttando un collegamento di fortuna è riuscito
in qualche modo a dare sue notizie: è a Sorata, lungo la
strada verso la giungla. Ci sono difficoltà logistiche,
scarsità di piste, problemi nel trovare qualcuno che possa
agevolargli il trasferimento.
Ha appena vissuto una spiacevole esperienza, dopo aver
attraversato una valle semisconosciuta, inseguito da cani e
da persone poco raccomandabili: un posto meraviglioso,
comunque, che gli ha ricordato regioni dell'Hymalaya o
luoghi carichi di spiritualità come l'indiana Zanskar
Valley.
Affiora la stanchezza, ma la meta è vicina!
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 11
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| 29
Agosto 2003
Ieri 28
Agosto Maurizio ha concluso la sua straordinaria avventura
in Bolivia. L'ultimo reportage da lui inviatoci questa
mattina racconta, nel suo ormai inconfondibile stile, le
peripezie attraversate per raggiungere la meta. Contiamo di
aggiornare il sito entro sera. Rinnoviamo l'invito a tutti
gli amici ed estimatori di inviare delle e-mail di
congratulazioni per questa nuova avventura.
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 12
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| 29
Agosto 2003 |
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Partito da La
Paz con un mini bus stracarico di gente che come al solito
ti schiaccia con le proprie cose, ma pure io con la mia bici
e le 7 sacche sporchissime e sudice non stono sui mezzi e
nell'ambiente. Sono a mio agio, ormai l'odore e lo sporco
fanno parte di me, ho ancora del sale del Sala de Coipasa
sulla bici e sulle sacche, chissà come puzzo, ma non me ne
accorgo. Strada facendo parlo il mio stentato spagnolo
(che si e' perfezionato e a detta di tutti è
comprensibilissimo) con una famiglia di pescatori; il
dialogo è piacevole e nella calca vengono coinvolte altre
persone che partecipano alla conversazione con domande
solamente concentrate riguardanti la mia vita in tutti e i
suoi aspetti. Mi convincono ad arrivare a
Copacabana, 3831 m slm S 16° 09. 851 W 069 05 136, un
piccolo porto turistico molto speciale per la sua quiete, e
dopo aver traghettato sulla piccola isola in 3:30 ore arrivo
al paese. Naturalmente le empanadas che mi offrono le divoro
e mi gusto il tramonto al porto sul gigantesco lago Titicaca,
sembra un mare dal colore blu scuro, l'orizzonte è una
perfetta riga che separa il cielo arancio; il sole é
potente a queste quote, ma lo posso guardare seduto su un
muretto attraverso i miei occhiali protettivi, che ormai
sono diventati le mie persiane che mi hanno segnato il viso
creandomi una maschera bianca attorno agli occhi, mentre il
resto del viso è bruciato e mi sto anche spelando.
L’accordo con il barcaiolo e di trovarsi al porto alle 5
della mattina per caricare tutto e attraversare il lago fino
ad un piccolo attracco Chaguaya 20 km prima di Escoma.
E'
ancora buio, sono le 5 :15 e ancora non c'è nessuno solo
una piccola luce fioca. Sono in pensiero ho già pagato la
benzina circa 10 dollari, altri 5 minuti e vedo arrivare due
sagome scure: si avvicinano , è lui con la moglie,
recuperano la vecchia barca a motore e io salgo da un
pontile sgangherato e barcollante, ci cammino sopra e spingo
la bici su queste assi a sbalzo, sarebbe il colmo cadere in
acqua ora. 4 ore per arrivare sull'altra sponda,
navigando sull'acqua piatta con poco vento, solo quello
contrario provocato dalla velocità dell’ imbarcazione. Fa
freddo e siamo coperti, per un paio di ore manovro io il
motore, basta solamente accelerare e mantenere la rotta, un
riferimento che Paulo mi ha dato verso una cima lontana.
Mi piace questa situazione e immagino i grandi navigatori
solitari che puntano l'orizzonte e assaporano lo sbattere
delle onde e il vento sul viso. Mi sono promesso di leggere
alcuni libri di un famoso navigatore francese, Motisie
(credo il primo a fare il giro del mondo nella prima gara
dove vi furono dei morti e che lo vedeva in testa precedendo
il secondo di settimane;
decise poi di abbandonare le gare per stabilirsi in
Polinesia). Stavo sognando che arriviamo sul bagnasciuga
alle 10:00 dopo aver costeggiato l’ isola Del Sol, luogo
dove abitarono gli Incas e lasciarono templi e costruzioni.
Un saluto e Paulo riprende il largo mentre io ricarico tutto
sulla bici. La strada è buona rispetto e all'altipiano è
un bigliardo, a tratti è anche asfaltata. Militari mi
fermano per la solita richiesta di documenti ma sono molto
cordiali e mi indicano la strada avvertendomi di un luogo
prima di un valico popolato da “ ladrones “ e mi
consigliano di fermarmi prima e di passarlo la mattina
seguente.
Un'altra
foratura mi fa perdere 30 minuti, infatti devo scaricare
tutto e la ruota sporchissima e' un impedimento, ma fa parte
del quotidiano, non c'è fretta, sono vicino a delle case e
qualcuno mi aiuta prestandomi una potente pompa che rispetto
alla mia piccolissima sembra un compressore, mi offrono
anche da mangiare, riso e patate, io dò delle biglie ai
bambini.
Dopo 42 km e 500 m di dislivello mi fermo in prossimità di
un campo di lavoratori, il cielo è coperto, nero e minaccia
acqua. Mi ospitano nella stanza per gli attrezzi e i loro
raduni dopo lavoro. Posso stendere il materassino e il sacco
a pelo e dormire al coperto a quota 4173 m slm S 15° 29.
782 W 069° 04.643.
Al
riparo nella stanza, "el quadro" lo chiamano loro,
mi sento sicuro e riesco a sistemarmi e mangiare
abbondantemente naturalmente i miei pasti disidratati,
aggiungo l'acqua calda 5 minuti e oplà "se magna"
divorando naturalmente fino all'ultima gocciolina. Mi sono
barricato per sicurezza con una sedia puntata nella porta
come si vede nei film di Dario Argento, e ho messo del
cartone sui vetri della piccola finestra, mi sono steso su
dei sacchi di paglia e nel sacco piuma della sono
partito sognando l'avventura. La mattina il cielo è ancora
coperto, ma non ha piovuto, pedalo con un po’ di timore
anche se gli operai mi hanno detto che non ci sono problemi
perché passa sempre qualche mezzo. Arrivo a 4614 m di quota
e scendo velocemente dal valico lasciandomi alle spalle
questo posto maledetto, Huallpacayo, e mentre passavo mi
guardavo intorno verso le dolci colline che mi circondavano
e immaginavo pure l'assalto di qualche ladrones, avrei
immediatamente girato la bici e via in discesa.
Fortunatamente non è successo.
La
pista polverosa sale e scende in continuazione, è un luogo
Incantevole, brullo, assolutamente nulla, solo un piccolo
rio che segue il percorso in modo inverso, molti rifugi
fatti di sassi messi in circolo , sono i ripari dei pastori
campesinos che pascolano le loro greggi di pecore e asini,
ne incontro molti, la maggior parte sono dei fanciulli, con
ciabatte e vestiti stracciati, a volte chiedo informazioni
per la pista ma non mi sanno rispondere, non conoscono i
luoghi e parlano solo la lingua Aimara.La zona mi incanta,
vedo un orizzonte di colline di pascolo secco, mi richiamano
alle mente i giorni passati sull'altipiano Tibetano: mi
riempie di grande serenità e pace, mi vengono in mente gli
amici più intimi con cui passo dei cari momenti e i
percorsi in montagna che mi danno un senso di volo libero.
Continuo a pedalare sotto un bel sole che scalda un pochino
perché non c'è vento, però mi fermo spesso sulle cime
delle colline sia per assaporare e immagazzinare questa
serenità, che per prender fiato. Incontro un piccolo
villaggio su una grande curva, in una piccola baracca scura
una donna anziana, prepara del riso con carne di pecora. Ho
una gran fame ed anche se al villaggio sembra non abiti
nessuno mi fermo per mangiare e far riposare anche il culo.
Uno sgabello sgangherato e una tavola fatta di assi aperte
con sopra un telo di plastica tutto attaccaticcio e' quello
che trovo nella stanza di sassi con il pavimento fatto di
terra e pure in discesa. Mi faccio scaldare bene il pasto e
mangio con le mie posate. I
chilometri passano e il paesaggio mi inebria quando ad un
certo punto improvvisamente, dopo che ho salutato con un
cenno di mano, due uomini seduti tra i sassi si alzano e mi
chiamano poi mi vengono incontro, sono su una curva in
pianura e mi sto avvicinando a loro, la cosa non mi piace,
faccio finta di niente ma la pedalata si fa più decisa per
cercare di uscire dalla curva prima che loro arrivino sulla
strada. Cambio rapporto, ne metto uno più duro cosi da
aumentare la velocità ma non la pedalata, loro non se ne
accorgono perché sono ancora di fronte, aumento ancora il
rapporto, il cuore batte, esco dalla curva prima di loro,
continuano a chiamarmi, stanno correndo, io viaggio a 22 kmh,
li ho a circa 10 m dicono che vogliono cibo, io rispondo
"no tiengo nada", continuano a correre, ma li
sento in affanno e respirano forte, non sono sicuramente
degli atleti e poi a 4000 m fanno fatica anche loro, io
continuo imperterrito e faccio l'indifferente. Uno di loro
cede sta tossendo, l'altro continua ma lo sento quasi morto,
lo tengo a 10/15 m, sono veloce in pianura ho la situazione
in pugno lo sento, mi giro poche volte, ha ceduto anche
lui...per fortuna...pedalo ancora deciso per un chilometro
poi mi fermo e li vedo lontani, ho la bocca secca e le gambe
fiacche, e' andata. Supero alcune valli poi improvvisamente
sono nella nebbia che da una grande gola laterale sale dalla
giungla portata dal vento. Per decine di chilometri non vedo
nulla e sia io sia il materiale ci bagniamo, poi come sono
entrato esco e mi trovo verso il tramonto nella completa
pampa vastissima e aperta. I colori sono vivi ed è il regno
di pascolo delle vigogne, che sono per la loro classe ed
eleganza le regine delle Ande. Sono splendide e non hanno
paura.
E'
stata una giornata molto movimentata, sono stato attaccato
per ben 3 volte da cani, 2 coppie che ho scacciato con i
petardi e il bastone, ma nell'eccitazione e paura ho battuto
violentemente lo stinco nel telaio della bici facendomi un
gran bernoccolo rosso, più un cane solitario grosso e nero
che mi ha rincorso quando stavo arrivando dal guarda parco
nella notte. Ero in discesa a forte velocità, molto
distante, ma lui si avvicinava e non mollava, si avvicinava
velocemente digrignando, non avevo via di scampo era troppo
veloce. Allora improvvisamente ho frenato bruscamente la
bici per affrontarlo lasciando un polverone e prendendo
subito in mano il bastone. Incredibilmente si è spaventato
ed è scappato, forse non si aspettava questa reazione. Dopo
84 km 10 ore e 1445 m di dislivello alle 19:00 arrivo ancora
una volta al riparo e trovo una zuppa calda.
Dormo
solo qualche ora perché intendo tornare indietro (qui
finisce la strada e gli unici collegamenti con altri paesi
sono a piedi e ci vogliono dei giorni).Il lunedì infatti c'è
un autobus che parte a mezzanotte e torna a La Paz in circa
16 ore, il prossimo è di giovedì. A mezzanotte sono nella
piccola piazza al freddo e al buio pesto con altri 2 del
paese. Loro si sdraiano a terra e aspettano dormendo,
io continuo a girare intorno alla piazza e scopro ogni
piccolo buco e sasso, non so quanti giri ho fatto, o quante
volte ho guardato il cielo stellato sgombro dalla nebbia. Il
bus è arrivato alle 1:25 stracarico, ma fortunatamente la
mia bici e il materiale trova posto tra i sacchi sul tetto e
io lego tutto con attenzione. Per me non c'è un posto e io
mi faccio spazio vicino all'autista sul pianale al centro
dove c'e il motore. Il bus arranca e dondola
pericolosamente, dove io il giorno prima sono sceso
velocemente. C'è un gran rumore di motore, di salti sugli
ammortizzatori e di marce che ingranano malamente, sembra
che tutto si debba rompere da un momento all'altro, la radio
poi è a tutto volume. Tutti dormono avvolti in grosse
coperte campesinos, bambini piccolissimi e anziani uno
sull'altro sui sedili stretti e sgangherati, tranne io che
sono in bilico e non posso appoggiarmi. C’è di tutto sul
corridoio centrale e forse io sono il più comodo.
Siamo
avvolti nella nebbia e il bus guidato dall'autista tutto
incappucciato, con una coperta sulle gambe procede con un
faro solo che tira a destra, spero ci veda almeno di suo. Fa
un gran freddo che ghiaccia i vetri, l'autista ogni tanto
con uno straccio imbevuto di antigelo bagna tutto il vetro.
Io mi tolgo le scarpe e mi avvolgo nel sacco a pelo e
involontariamente mi appoggio senza accorgermene sul pistone
che apre la porta e inzuppo la parte finale del sacco piuma
di grasso. Ogni tanto lungo il percorso nei villaggi il bus
si fa riconoscere strombazzando a tutto spiano e sale
qualcuno. Fortunatamente ogni tanto il registratore fuori
giri si spegne ed è pace. A metà percorso la strada è
interrotta e non si passa, scendiamo tutti e procediamo a
piedi, nel vento, nebbia e freddo per 20 minuti, mentre il
bus procede fuori pista nella pampa tra i cespugli e sassi
nel tentativo di recuperare la pista preceduto da volontari
con piccole torce. Un viaggio incredibile e affascinante,
non sento il sonno tutto questo mi incuriosisce, ripercorro
la stessa strada come feci in Pakistan, riconosco i posti e
i luoghi dove sono passato i giorni precedenti; è come
ritornare indietro con un nastro filmato e rivedersi sul
percorso.
Dopo
undici ore arrivo a Achacachi giusto in tempo per prendere
un altro mezzo per Sorata. Sono su un sedile comodo 55
chilometri veloci in 3 ore passando e abbassandosi verso
valli con molta vegetazione e campi coltivati sulle
montagne.La strada scende di quota, passa su strapiombi e
comincia a fare caldo. Alle 14:30 sono nel piacevole e
tranquillo paese di Sorata a 2678m slm S 15°46.36 W 068°39.005
Questo
paese non offre nulla ma si sta bene e sulla panca vicino a
delle donne che vendono empanadas di carne e formaggio io mi
riposo e chiacchiero cercando e aspettando un mezzo per
andare a Mapiri verso la giungla per proseguire in barca sul
fiume Mapiri. Devo fare molte ricerche e contrattazioni
perché chiedono fino a 200 dollari. Mi dicono che sul tardi
c'è la possibilità di prendere delle camionette cariche di
gente pagare poco e fare il viaggio con loro.
Sono rimasto nella piazza di Sorata a godermi la tranquillità
e il piacevole calore del clima e del sole. Mi cambio i
vestiti in un angolo sotto gli sguardi divertiti dei
boliviani e degli scolari, metto pantaloni corti e maglietta
leggera. Giro tra le camionetas e faccio finta di essere un
po’ disinteressato e di non aver fretta (tutt'altro, i
giorni stanno per finire e non posso perdere tempo). 100
dollari mi chiede un autista dopo una lunga trattativa, mi
conviene e si parte subito, alle 18:00. Fa il pieno e
riempie una grande tanica da 50 litri che fissa sul cassone.
Prima di partire i patti erano che viaggiavo solo senza
nessun altro passeggero, naturalmente alla partenza quando
la jeep sta per partire saltano fuori un sacco di gente che
chiede un passaggio, a stento li blocco ma una famiglia con
2 piccini 2 vecchi e un invalido più una ragazza che mi
implora. Salgono sul cassone, io sono all’interno con
Fernando. Tranne la ragazza che viaggerà fino alla fine,
tutti gli altri faranno solo due ore di viaggio.
La
pista si fa subito brutta e la guida è molto impegnativa,
c'è molta vegetazione e incomincio a respirare il verde
amico. Ci abbassiamo di quota e la vegetazione si fa fitta.
Mi piace! Seguiamo un costone sopra un torrente, con poca
acqua, e da la piccoli campi coltivati a coca. Sassi
buche, salite ripide, discese pericolose, e sul cassone
tutti sobbalzano. A me fanno pena ma Fernando sembra non
curarsene e lotta con il suo volante che a volte sembra
sfuggirgli, spesso tossisce di brutto, non sembra molto
sano, poi apre la portiera e sputa rumorosamente. Parliamo
poco perché lui ha lo sguardo fisso sulla pista, ma nelle
poche conversazioni salta fuori l'età. Lui ha 41 anni, ma
quando mi aveva chiesto di stimarla io avevo detto 45-50 e
credevo di fargli un complimento, i pochi denti marci che
aveva, i baffi tenuti male e la pelle butterata lo
invecchiavano moltissimo. Si fa notte e scarichiamo anche
l'invalido avvolto in coperte, mentre gli altri lo sollevano
per il busto io lo prendo per le gambe, fa impressione, sono
storte e senza carne. Fernando chiede ancora dei soldi come
le altre volte ed io ogni volta litigo e dico che ho già
pagato io tutta la jeep e di non pagare, ma lui si fa sempre
dare dei soldi di nascosto e dice che sono per la coca e per
il cibo perché la strada è lunghissima e ci vogliono più
di 15 ore per fare oltre 300 km.
Da qualche ora è buio e proseguiamo lentamente con i fari
gialli che sembrano gli occhi di uno strabico in più
pioviggina e per fortuna l’unico tergicristallo che
funziona malamente è dal suo lato il mio non c’e io non
vedo fuori niente. La pista è fango e qualche volta
sbandiamo, la jeep è incontrollabile nei solchi profondi
fatti dalle ruote, si tocca e lo striscio fa un gran casino
e sembra sbriciolare il fondo di lamiera, Fernando ride
tossisce e mastica coca, cochita la chiama lui, è per star
sveglio. Tornanti, strapiombi, pioggia e ci si mette anche
la nebbia a volte così fitta che ci obbliga a fermarci
qualche minuto perché non si vede assolutamente nulla.
Meglio non vedere nulla e non sapere che si è su qualche
strapiombo. Passiamo anche delle piccole frane che mettono
in costa la jeep quasi a capovolgerla, ma io sono contento
di essere tra quelle mani di natura ricca di potenza.
Ci
fermiamo in un paesino illuminato dai generatori e Fernando
si ferma a mangiare una brodaglia poco invitante ai miei
occhi, ma sembra anche alla ragazza che e uscita da sotto un
telo dove era accovacciata assieme al suo grande sacco sul
cassone. Mi spiace vederla in quello stato e anche se già
stavo scomodo in cabina la faccio salire all’interno, lei
mi ringrazia mostrando con un sorriso i suoi denti ricoperti
di oro che disegnano dei cuori. Ora siamo tre in cabina e
per la differenza di temperatura con l'esterno, che è più
fredda, appanniamo i vetri e proseguire è una gran bega tra
pulire urtarsi abbassare la radio che è sempre a volume
distorto, smontare dalla jeep nel fango per vedere la pista,
spingere e in più è successo che si è fermata di colpo
spegnendosi improvvisamente. L’unica luce disponibile il
mio frontalino che ho sempre a portata di mano. Solleviamo
il cofano e i morsetti sono allentati e ballano sulla
batteria, solita risata, e dopo un attimo Fernando pianta
delle viti con un sasso infangato tra il morsetto del cavo e
il pomello della batteria, geniale. Qui tutti si ingegnano,
si vedono viaggiare dei mezzi che non si sa come possano
stare assieme e muoversi, automezzi dalla carrozzeria marcia
carichi di persone e bagagli con ruote lacerate che
percorrono piste fatte di roccia e fango. Alle 3 del mattino
decidiamo di fermarci dove la pista fa una piccola
rientranza e sembra sicura. Io sto in cabina, mentre
Fernando e Paula vanno sul cassone sotto un telo. Dopo un
po’ si sentono delle urla e parolacce che risuonano e
sbriciolano l’ovattata nebbia. E' andata persa tutta la
benzina, uscita dal contenitore da un taglio provocato dallo
sbattimento sulle assi del fondo del cassone. Fernando è
disperato, il poco guadagno è andato perso, ora non ride e
mi implora di aiutarlo a sostenere la perdita. Gli dò 10
dollari, è stato un suo errore, ha dimostrato poca
esperienza dando poca importanza al carburante che è vitale
per lui nel ritorno.
Tre
ore sono sufficienti per ridare vigore e voglia di
ripartire. Divido dei biscotti come colazione e con le prime
luci e senza nebbia è bello seguire la pista e il nuovo
giorno. La pista sembra viva, incontriamo delle ombre, i
primi indios con stivali e machete, con grossi carichi di
foglie e banane sulle spalle spesso seguiti da cani che ci
rincorrono abbaiando cattivamente, ma dentro siamo al
sicuro. Sono sempre molto carico e mi piace guardarmi
intorno, i grandi alberi le gigantesche felci, le grandi
foglie il mare di verde. Sogno una grande avventura nella
giungla, ma mi rendo conto e ne sono consapevole che non
sono pronto, la mia esperienza è nulla e le difficoltà
sono tantissime e qui non è ancora niente non è la vera
giungla quella verde scuro, impenetrabile, un sogno che
credevo realizzabile ora mi è chiaro, non sono maturo per
progettarlo. La pista offre sui tornanti interni alla
montagna la possibilità di scaricare piccoli torrenti e
cascate che portano via materiale e rendono difficile il
guado sul fondo argilloso scivoloso. In uno di questi
passaggi manca proprio un pezzo di pista e si è formato un
canale profondo su un piccolo strapiombo dove la jeep non può
passare.Unica soluzione armarsi di buona volontà e riempire
con sassi il canale da formare così due passaggi dove le
ruote possano trovare un appoggio, stabile e sicuro. Ci
riusciamo e la jeep di slancio passa alzandosi su tre ruote.
Un
percorso che dura ore e il caldo si fa risentire, guadiamo
un largo tratto e la jeep si ferma e non da segni di vita.
Niente paura, risata solita, e mentre sostiamo per aspettare
che si asciughi, si decide di bagnarsi, Paula si apparta
spogliandosi, scioglie le trecce e mostra i suoi lunghissimi
lucidi capelli neri e gli dà alle fresche acque del rio per
lavarli e pettinarli, Fernando incomincia a pulire la
macchina gettando acqua con una mezza bottiglia di plastica
e pulendo vetri e fari dal fango con uno straccio, una
bellissima scena di una normale vita di routine che si vive
nella giungla e che io vivo bene, non mi aspetta nessuno e
non ho tv e telefono che mi attendono, i giorni della
settimana sono nell'altro emisfero per il momento e non so
neanche che giorno è con esattezza, va bene così. Ci siamo
tutti lavati e la jeep è ripartita.
Paula
è una ragazza sola, povera, di 33 anni, che ha deciso di
trasferirsi per qualche anno a Santa Rosa, un piccolo paese
dalle case di legno con i tetti di lamiera sempre immerso
nel fango dove c'è una miniera d'oro, un luogo losco pieno
di gente spietata. Cerca la fortuna, gliela auguro, ma
sicuramente è una gran illusione, non è mai diventato
ricco nessuno cercando oro, sicuramente invece fanno affari
chi crea attività intorno a questa povera gente illusa. Ci
salutiamo con una foto per fermare su carta e ricordare
questo piccolo cammino vissuto insieme, un sorriso triste e
poi via nel fango: che te baya bien.
Arriviamo
alle 11:00 sono passate 17 ore e Fernando mi lascia al
paese, non conosce la pista che porta a Mapiri. Scarico
tutto, lo pago e ritorna a casa, sembra normale per lui.
Recupero una macchina familiare 4x4 ci sta tutto e salgo,
l'interno sembra quello di una macchina tenuta abbastanza
bene ma ci sono almeno 4 dita di fango sul fondo, ma ormai
non mi preoccupo più di questo aspetto e dei miei sandali
LIZARD sporchissimi.
Anche l'autista indossa ciabatte infradito e pantaloni a
mezza gamba, è scurissimo di carnagione, piccolo ma sembra
spietato negli occhi, mi dice che anche lui è un cercatore
d'oro ed ha una piccola concessione e ne trova molto (non ci
credo), ad ogni modo sembra un buon conoscitore della pista,
è molto scivolosa e piena di canali argillosi che ci fanno
sbandare tantissimo. La macchina sembra un carro armato si
muove su ogni terreno e in ogni condizione, in una
situazione di fronte a un grosso fiume scende e dice di
controllare le portiere, io non capisco, vedo la pista
dall'altra parte ma non la possibilità di arrivarci. Risale
in macchina e si butta in piena corrente, io rimango a bocca
aperta, abbiamo l'acqua a mezza portiera e quasi entra dal
finestrino, la sento nella sua potenza spingere la macchina
e ho l'impressione di venir travolto da un momento
all'altro, in qualche modo filmo la situazione un po’ teso
e perplesso. Non è entrato un filo di acqua. In tre ore
arriviamo a Mapiri, sul rio Mapiri che intendo scendere con
una barca a motore.
Fernando
mi scarica dopo il paese sulla riva del fiume dove vive
Romero che ha una barca a motore. Un ragazzo che lo aiuta mi
carica la bici e il materiale al centro della barca. Romero
al motore è un uomo fiero e sicuro, tutti lo conoscono e lo
salutano con rispetto, ha un bel aspetto ed è ben tenuto.
Si è caricato una tanica di benzina e uno zaino con dei
vestiti e coperte perché passerà la notte a Guanay e
risalirà il mattino seguente. Il fiume passa tra alte
colline di grandi alberi e radici, è un fiume aurifero e
tantissimi sono i cercatori d'oro che si costruiscono una
baracca con i tronchi e sopra il classico telo di plastica
grossa blu. Mentre passiamo lenti li vediamo setacciare e
aspirare la terra dal fondo del fiume con delle grosse
pompe. Vitaccia.
Tutti
sembrano conoscere Romero. Si spostano lungo il fiume con le
camere d'aria dei camion e ci salgono in 3 lasciandosi
trasportare perché il passaggio in barca costa. Qualcuno
scende persino a nuoto aggrappato ad un grosso sacco
impermeabile chiuso, dove all'interno sono al sicuro vestiti
e provviste. Ogni tanto ne carichiamo qualcuno per un breve
tratto. Io mi guardo intorno e penso al piacere che può
dare una barca su un fiume nella giungla. 4 ore per arrivare
a Guanay.
Qui
trovo per 3 dollari una camera pulita (la prima fino ad ora)
e la possibilità di fare una doccia veramente calda, sono
alcuni giorni che viaggio e dormo poco (ho perso il conto),
così mi gusto veramente questa doccia e mi lavo tantissimo,
mi sento un altro. Una gran dormita, ma alle 7:30 sono
sulla piazza dove cerco un taxi da dividere con altri per
arrivare a Caranavi un grande paese dove si possono prendere
dei grandi autobus per La Paz.
Ormai
sono al termine del mio Naturaid
Bolivia 2003.
Alle
9:00 il taxi carico di 5 persone viaggia veloce su una bella
pista e in due ore copre i 70 chilometri e mi porta al
terminal dei bus.Sono in anticipo, devo attendere tre ore
perché il bus parte alle 14:00, prenoto il posto mi faccio
caricare il bagaglio sul tetto e giro per il mercato tra
carne secca, verdure, pentolame, vestiti e roba da mangiare
fritta. Si parte su una strada polverosa seguendo il
fondo valle un grosso fiume siamo tra le montagne e quasi
non si vede il sole. C'è cosi tanta polvere che pure la
foresta è dello stesso colore e rattristisce vederla
soffrire così. La strada è larga e trafficata. E’ un
continuo serpente che si insinua tra una valle e l'altra
passa da una sponda all'altra del fiume e sale lentamente,
poi vedo una strada dall'altra parte della montagna sembra
la sua gemella, ma poco dopo mi accorgo che è la stessa ed
e tornata nella direzione opposta costeggiando una montagna
che ha fatto una grossa ansa, ci si sposta a grosse esse, da
una montagna all'altra, numerosi sono i camion che
trasportano materiale di
vario tipo. Poi noto che qualche camion nella direzione
opposta lo incrociamo a destra, ma non ci bado. Saliamo
sulla montagna e la strada si fa stretta, incrociamo altri
camion che ci sfiorano ancora a destra. Mi viene un
sospetto: “stiamo facendo una strada pericolosa”? Avevo
notato in precedenza, poco prima dell’imbrunire un segnale
di strada interrotta e deviazione. Si sale e si sale tutti
sono ai finestrini e guardano incuriositi ma con molta
attenzione. Mi informo, stiamo facendo la strada che da
Coroico porta alla Cumbre a 4800 m in 60 km, un dislivello
di 4000 m con strapiombi che hanno dell'incredibile, fino a
oltre 1000 m, tutto il percorso senza parapetto. E’ la
strada più pericolosa al mondo, "el camino de la
muerte”.
Moltissimi
sono gli incidenti mortali, la strada stretta e il fondo
sempre bagnato dalla nebbia favorisce questo, è l'unico
tratto dove è permessa la guida a sinistra che permette
cosi quando si incrocia un altro mezzo che il guidatore
possa sfruttare al massimo la visibilità sullo strapiombo.
E’ successo che su qualche tornante dove c'è un po’ di
spazio, il veicolo fermo nell'intento di far passare quello
che sale scivolasse con il terreno franando nel vuoto.
Fortunatamente per il mio stato d'animo stiamo salendo e
siamo attaccati alla roccia perciò se non è per un errore
dell'autista dovremmo essere al sicuro. Siamo avvolti dalla
nebbia e dalle tenebre. Io mi alzo dal mio posto e vado
avanti per vivere questo tratto di paura. I fari tagliano la
nebbia e ogni volta sui tornanti esterni illuminano il vuoto
seguiti per un breve tratto dal muso del bus che sembra
volare nel burrone mentre le ruote sfiorano il limite della
strada. L'autista è un combattente muscoloso sta seduto su
un sedile tipo sdraio della nonna, quello per intenderci con
il telaio di ferro e il fondo di corda elastica gialla, una
camicia marrone con grossi quadri grigi e una tuta blu con
righe bianche laterali rimboccata alle ginocchia, calza
ciabatte infradito, continua a cambiare per tenere il motore
su di giri e una buona velocità e a suonare per farsi
strada e costringere i camion a fermarsi nelle piazzole sui
tornanti a picco.
La
vegetazione di felci fa da tetto e gocciola tanta acqua.
"Il camino della morte" dallo specchietto
retrovisore, sopra la testa dell'autista pendola attaccato a
un cappio uno scheletro di plastica bianco illuminato come
un albero di Natale da piccole luci rosse a intermittenza
mentre al registratore suona una canzone che dice in
spagnolo.
"Que
levante la mano quien no sufrio por amor" alzi
la mano chi non sofrì per amore.
Finisce
così la mia importante avventura
"NATURAID BOLIVIA 2003"
HASTA
LUEGO BOLIVIA.
Un abbraccio a tutti
gli amici che mi hanno incoraggiato e seguito.
Tra qualche giorno sarò
in Italia, a presto Mauri
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 13
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In
questa avventura NATURAID BOLIVIA 2003 sono stati percorsi
2578 km,di cui:
1038 km in bici,
470 km in autobus di line,
460 km in bus popolare per campesinos,
310 km in autocarro,
160 km in furgoncino,
90 km in piroga a motore,50 km in barca a motore.
11000 m di dislivello
Mangiato 50 buste di liofilizzati,
persi 8 kg di peso corporeo.
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Naturaid
Bolivia 2003 news n° 14
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| 12
settembre 2003, ARCO: 90mslm N 45°54.764' E 010°52.770 |
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Sono tornato
nella mia mansarda quotidiana e sul soppalco preparo
diapositive e filmato che sarà disponibile il prossimo
mese,
rinnovo i saluti
e ringraziamenti agli sponsor che mi hanno aiutato a
realizzare questo progetto e a tutti voi che mi avete
seguito.
all'amico
Francesco Carloni che come al solito ha tenuto i contatti e
a sempre aggiornato tempestivamente il sito,
grazie Mauri |
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