"NATURAID BOLIVIA 2003"

"dalle ANDE fino a 5900 m in MTB alla GIUNGLA in PIROGA"

Maurizio in 24 giorni ha percorso 2578 km, di cui 1038 con la mountain bike, affrontando sale, sabbia, fango, neve, venti, freddo fino a meno 20° C; oltre 1300 km sono stati invece percorsi con mezzi di fortuna.
La spedizione, partita da san Pedro de Atacama, ha raggiunto la zona Andina sull'altipiano ad oltre 4500 m di quota, dove, in solitaria, è stata raggiunta la quota massima, in bike, di 5836 m, per affrontare poi una sequenza di due salar in tre giorni: il salar de Uyuni, la più grande distesa di sale del mondo (circa 200 km) e il salar de Coipasa (100 km). Maurizio ha quindi esplorato l'estremo nord della Bolivia per 170 km in una zona sconosciuta, arrivando fino a 4800 m; e infine la giungla, raggiunta con mezzi locali e di fortuna. 
Con questa performance Maurizio è uno dei pochissimi biker al mondo capace di concludere una tale impresa in bici, ed ad avere salito i passi più alti del pianeta, compresi i due più alti (in Himalaya il Kardung La di 5602m e sulle Ande l'Uturuncu di 5836 m).


 


Naturaid Bolivia 2003 news n° 1


29 luglio 2003, ARCO: 90mslm N 45°54.764' E 010°52.770

Pochi giorni alla partenza, infatti sabato 2 agosto raggiungerò a Cesena il mio amico di avventure Alaskane Eris Zama, dove imballeremo tutto il materiale, già preparato, che ci servirà per la spedizione Naturaid Bolivia 2003.

La bicicletta KASTLE e le borse stagne termosaldate  faranno la parte del leone perché dovranno riparare attrezzatura e sostenere un notevole peso sulle impervie piste dell'altopiano Boliviano.
Infatti il peso complessivo si aggira intorno ai 55-60 kg (senza acqua) ed è composto da tutto il materiale da campo, dalla tenda al sacco piuma, dalle pentole alle posate ecc, a tutto il vestiario tecnico MONTURA, sia quello pesante per l'alta quota (5000 m) che quello leggero per i bassi piani.

Vivrò in simbiosi con il mio mezzo, sarà una sorta di chiocciola che si sposterà lentamente per un mese intero in com-pleta autosufficienza (abbiamo calcolato una autonomia totale di cibo e acqua per 10 giorni).
Questo Naturaid Bolivia 2003 sarà documentato da moltissime foto e da un film che noi gireremo con le apparecchiatu-re messe a disposizione da VIDEOGARDA-EXPERT.

Eris ed io ci siamo incontrati e sentiti per telefono diverse volte per pianificare e cercare le piste anche con la collabora-zione del gruppo F.P.I. Satellite Navigation dotati di strumentazione molto speciale per tracciare il percorso, il resto poi lo fa l'entusiasmo di affrontare incognite , difficoltà, fatiche per darci degli stimoli che sono in continuo aumento.

Ci siamo allenati sia in bici, sulle lunghe distanze (fino ai 600 km senza fermarsi) che in montagna per la resistenza e il disagio.
Poi domenica da Bologna l'aereo ci porterà prima a Madrid, poi a Santiago Del Cile e infine verso nord a Calama dove con mezzi locali raggiungeremo San Pedro De Atacama in pieno deserto Atacama.
Un volo di circa 30 ore.
San Pedro De Atacama è stato l'arrivo della mia spedizione nel 1998, quando attraversai in 16 giorni 1300 km e 20000 m di dislivello in solitaria e autosufficienza l'importante e notevole Deserto di Atacama di quota, sempre oltre i 4000 m.
Già allora quando percorrevo la pista parallela alle Ande immaginavo, mi incuriosiva e mi tormentava l'altro versan-te:com'era? Cosa c'era?
Nel 1998 ho lasciato San Pedro De Atacama guardando alle spalle quella pista che risaliva verso il confine Boliviano girando a destra dopo il famoso vulcano Lincancabur di 5916 m di cui il grande esploratore Walter Bonatti fu uno dei primi a descriverne il suo ambiente avventuroso.
Questa pista mi ha aspettato per anni ed ora sono pronto ad avvicinarmi per scivolarci sopra e accarezzarla.

Colgo l'occasione per salutare tutti gli amici che mi sono vicini e pure la Sat e lo Sci Club di Arco che seguono sempre con molto entusiasmo le mie avventure, grazie 

Mauri

Ciao Mauri, ti auguriamo una buona avventura e ti aspettiamo con i tuoi racconti e le tue immagini.

I tuoi amici

Martedì Eris ed io incominceremo a pedalare dal paese che io non ho mai scordato:

SAN PEDRO DE ATACAMA

 


Naturaid Bolivia 2003 news n° 2


5 Agosto 2003, S.Pedro de Atacama 2400 m slm  S 22° 54.700 W 068° 12.050   1000 abitanti

Siamo arrivati dopo 27 ore di viaggio alle 17.30 a Calama. Qui abbiamo recuperato subito un pulmino ed abbiamo contrattato a 20 dollari per portarci a S.Pedro de Atacama (100km). Superando un passo a 3300m, nella discesa verso S. Pedro, il guidatore mette in folle la macchina e vi lascio immaginare la velocità e la puzza di freni fino a S.Pedro  (2400m). Abbiamo trovato una casa per dormire per 7 dollari a testa. Tira un vento fortissimo e fa freddo ( 5° C ), ma sono molto euforico perché ricordo benissimo il paese e le sue polverose vie, poi dalla strada ho riconosciuto il cono del vulcano  Licancabur. Anche Eris è contentissimo perché é la prima esperienza di questo tipo per lui. Domani faremo gran rifornimento di acqua e ci avvieremo verso il confine boliviano su un passo a quota 4600m; un dislivello da coprire in 45km, credo sarà molto impegnativa e saliremo forse in 2 giorni.

Abbiamo cenato in un locale che sembrava un covo di pirati, con graffiti e pitture sui muri, grandi falò e candele che illuminavano le stanze, e l'unica luce elettrica era nella cucina, un angolo chiuso con dei mattoni bianchi e una tettoia di paglia. C'era un gran via vai di gente con i sacchi a pelo e zaini sulle spalle, tutti infreddoliti che venivano a riscaldarsi e ripartivano. Anche noi siamo usciti e ci siamo infilati nelle strette viuzze  contornate da case fatte  di paglia e argilla; sembrano piste camionabili con buche e sassi. Le stradine sono piene di cani e di tantissime persone con barbe e capelli lunghi, coperti con poncio e i classici berretti andini e tutti molto  giovani. Sembra un paese di hippy e sembra l'ultima frontiera verso l'avventura, quella vera tocca a noi ed inizia domani.
ciao Mauri


Naturaid Bolivia 2003 news n° 3


6 Agosto 2003, S.Pedro de Atacama 2400 m slm  S 22° 54.700 W 068° 12.050   1000 abitanti

S.pedro De Atacama. Questo antico nome richiama alla mente momenti e civiltà antiche, esploratori ambiziosi e determinati ad avventurarsi in luoghi così desertici e sconosciuti, dove tutte le componenti naturali danno sfogo alla loro estrema naturalezza. Il caldo, la siccità, il gelo, i venti fortissimi, le tormente, tutto sotto la protezione dei “teneri e dolci” vulcani attivi che contraddistinguono la cordigliera Andina. Ora le grandi spedizioni dei vecchi esploratori hanno lasciato il posto a coraggiosi turisti e avventurieri, che con le loro jeep e guide si avventurano in queste zone. I più temerari si spingono oltre sfidando quello che non si vede all’orizzonte, ci siamo anche Eris ed io, che con il solo aiuto delle nostre bici andremo incontro alle Ande, ai deserti, ai laghi salati, agli antichi villaggi ancora isolati, cercando di arrivare alla giungla. Mi sento molto attratto dal verde fitto di questo ambiente, il cui nome fa paura a molti.

Questi luoghi mi stanno chiamando e lo dimostra il fatto che ci sono già stato altre due volte, forse perché da bambino ero sempre nei prati e nei boschi, quando ero dai nonni in montagna per le vacanze della scuola e giocavo con i bambini del piccolo paesino di Dasindo, nelle Giudicarie Inferiori del Trentino e che ho ritrovato dopo ben 25 anni, in occasione di una mia presentazione di diapositive e continuiamo a rivederci davanti a qualche tavola imbandita: ciao Ruggero e Rudi, preparatemi le “ciuighe con peverada, polenta e fasoi” che tra un mese torno e dovrò recuperare quale chilo.

La nostra spedizione sarà alla scoperta della spettacolare e grandiosa natura delle Ande e dei suoi deserti d’alta quota. La prima parte sarà molto impegnativa e rischiosa infatti, saliremo dai 2600m ai 5000 in circa 60 di km. Un circuito oltre i confini geografici, dove la natura sudamericana non ha limiti: dal deserto di Atacama, alle stupende lagune boliviane fino ad arrivare al grande lago salato di Uyuni. Un'avventura, per chi come noi sa rinunciare ai grandi comfort, per godere delle bellezze naturali e della genuinità di questa parte del mondo. La quota può creare qualche problema di acclimatamento e in agosto il clima, specialmente sull’altipiano Boliviano, è molto freddo. Gli spostamenti possono essere talvolta lunghi e faticosi e pure i pernottamenti lungo la pista nella nostra tenda o in qualche alloggio di fortuna spartano, ma noi siamo completamente autosufficienti, consapevoli e siamo qui per  vivere un’avventura ambiziosa ma vera.

Un’abbraccio alla mia famiglia ciao Arianna ciao Alessia

Ciao a tutti gli amici

Un saluto a tutti quelli che ci seguiranno Mauri


Naturaid Bolivia 2003 news n° 4


17 Agosto 2003

Tramite contatti di fortuna abbiamo appreso che Maurizio sta arrivando in solitaria a Uyuni. L'amico Eris si è ritirato tra San Pedro de Atacama e Uyuni. Attendiamo notizie di Maurizio che ci aggiornerà dettagliatamente delle difficoltà che ha incontrato in questa prima parte dell'avventura (600 km), e i motivi del ritiro di Eris.

Appena riceveremo notizie  il sito sarà aggiornato tempestivamente.

 

 

 


Naturaid Bolivia 2003 news n° 5


 

19 Agosto 2003

Maurizio è arrivato a Uyuni sabato 16 agosto, dove ha sostato un paio di giorni per recuperare le forze e ripartire per l'attraversamento del Salar de Uyuni 3650 m slm (vedi Mappa 2).

Ci è appena giunto il racconto in prima persona di Maurizio, relativo alle peripezie affrontate nella prima parte del percorso. Sappiamo che ha raggiunto in solitaria il valico tra due coni gemelli del vulcano Uturuncu di 6010m. Forse il primo uomo a raggiungere questa quota in bicicletta. Tutti gli amici e gli estimatori di Maurizio possono sostenere questa nuova impresa, ormai solitaria, inviando delle e-mail di incoraggiamento al seguente indirizzo: info@maurizidoro.it. Lui le apprezzerà moltissimo.


Naturaid Bolivia 2003 news n° 6


20 Agosto 2003

Ecco finalmente il reportage della prima parte dell'avventura sudamericana

16 agosto 2003 

Uyuni 3544m slm S 20° 27.819 W 066°49.499 1000 abitanti

"Buon giorno a voi, cerco di raccontarvi qualche cosa.

Siamo partiti da S.Pedro il 6 agosto, dopo aver caricato 15 litri di acqua ed avere passato il controllo doganale cileno (gli agenti erano a dormire e li abbiamo dovuti chiamare).
La strada è asfaltata ed i primi 13 km sono una retta grigia e ben piatta, ma utile per familiarizzare con il carico e percepire le prime sensazioni come ormai mi capita nelle mie spedizioni. Scricchiolii sbandamenti sbilanciamenti servono per capire come familiarizzare con la bici, il carico ed il percorso.
C’è del vento alle nostre spalle e questo favorisce un po’ la pedalata, e la temperatura e di 13° C.
Pedaliamo con grande fatica appena la strada sale e la nostra velocità scende a 4,5 km/h.
Non vogliamo salire velocemente per i problemi che può darci la quota e prima che diventi buio (qui alle 19 è notte) troviamo una piccola piazzola sulla destra, dopo 23 km, 815 m di dislivello a quota 3303 m, quasi 4 ore di pedalata, e ci accampiamo con la nostra tenda che sarà il nostro rifugio per le prossime settimane.
E’ il primo campo a quota 3303m S 22° 54.543 W 067° 58.146

"7 agosto"

Abbiamo sperimentato la prima notte e il freddo, in tenda c’erano 2°C.
Abbiamo fatto il nostro primo assaggio con i nostri pasti disidratati che ci daranno una autosufficienza di 10 giorni (però, che buoni!).
Dopo aver disfatto il campo si riprende a salire, sempre su asfalto e man mano che ci si alza la quota comincia a farsi sentire e le nostre soste si fanno sempre più frequenti. Il fiatone ci accompagna sempre cadenzando il nostro ritmo di pedalata.
La giornata è splendida, non una nuvola, ma l’aria è frizzante e, cosa incredibile, lungo la strada si vedono pezzi di ghiaccio ed ad un certo momento passa una specie di spazzaneve con ancora la pala imbiancata. Rimaniamo con gli occhi sbarrati.
Alcuni viaggiatori incontrati sulla strada ci dicono che il giorno prima, poco oltre il passo, erano stati sorpresi da una grossa tormenta di neve e le loro guide si sono trovate in difficoltà nell’individuare la pista.
Siamo un po’ preoccupati, ma ci dicono che tempestivamente su quel tratto mezzi di soccorso stavano lavorando per aprire la pista.

Siamo in prossimità del passo a 4589 m S 22° 55. 226 W 067° 48. 394.
L’asfalto finisce ed un cartello indica a destra per l’Argentina ed a sinistra verso la Laguna Verde, la nostra pista.
Il fondo è pietroso e superiamo grandi macchie di neve e ghiaccio, ma la pista è pulita e visibile, sentiamo il vero freddo dell’altipiano.
Si comincia a pedalare con difficoltà e l’attenzione si fa più marcata.
Incomincio ad entrare in sintonia con l’ambiente, e le mie motivazioni per questa avventura crescono.
Il paesaggio è arido ed il grande vulcano Licancabur sembra seguirci con la sua dolce maestosità.
Arriviamo al limite del parco a 4481 m ed al controllo paghiamo 5$. Mentre ci vestiamo un po’ più pesante, ci fermiamo a parlare con il guardaparco che ci dà alcune informazioni riguardante la pista ed il tempo.

Il nostro punto di arrivo è Laguna Verde, a 4355 m S 22°49.301 W 067° 47.038.
Fa molto freddo, ma il sole che scende sulla laguna offre degli spettacolari giochi di luce e di riflessi colori, l’aria è così pura che i contorni delle montagne sembrano ritagliati e incollati su uno sfondo blu.
Il rifugio ci offre una stanzetta con due letti a castello sgangherati e al suo interno una piccola stufa che un ragazzo ci accende, e ci lascia del combustibile fatto con un tipo di radice di basso cespuglio che noi a stento riusciamo a tenere acceso perché brucia poco e fornisce poco calore, anche a causa dell’alta quota.
Più tardi arriva anche un gruppo di francesi con 3 jeep che si ferma per la notte e ci facciamo compagnia mentre ceniamo.
Ci infiliamo nei nostri sacco piuma CAMP da –20° C . Fuori dalla stanzetta ci sono –15° C, dentro riusciamo a mantenere una temperatura di soli 2° C, ma stiamo abbastanza bene anche se siamo stanchi.
Abbiamo pedalato circa 7 ore per fare solo 33 km e 1330 m di dislivello.

"8 agosto"
Da Laguna Verde a Laguna Salada 4344 m S 22° 30. 177 W 067° 37.343.
Avevamo portato all’interno della stanzetta anche le nostre bici e tutto il materiale era sparso ovunque, come mio solito, e occupava ogni piccolo spazio, mentre Eris molto più meticoloso aveva tutto concentrato e ben disposto, ma io ho bisogno di sparpagliare e vedere per esteso il materiale…
La giornata è fredda e partiamo con una temperatura di –1° C, ma fortunatamente non c’è il vento che potrebbe infastidire e abbassare la temperatura ulteriormente.
Pedaliamo con entusiasmo attraversando posti di bellezza straordinaria, isolati e silenziosi, la pista affianca alcune lagune dal colore bianco accecante, senza i nostri occhiali d’alta quota non potremmo mai guardarle.
E’ una giornata di grande impegno anche per il fondo della pista, mai molto scorrevole, anzi a volte spingiamo e spesso ci fermiamo a prender fiato. Sono solamente pochi giorni che siamo in quota ma il nostro fisico si adatta bene e il mal di testa (soroche, mal di montagna) tipico che colpisce chi sale in quota ci sfiora solamente e non ci crea fastidio. Superiamo un grande passo a 4715 m e scendiamo verso alcune lagune, dove facciamo molte foto: un paesaggio molto delicato dai colori pastello azzurro grigio giallo marrone e bianco luccicante. Ci fermiamo parecchio tempo in un punto roccioso dove la strada fa un ansa e dopo esser ripartiti mi accorgo di aver dimenticato la macchina fotografica dietro un sasso. Dico ad Eris di proseguire lentamente che lo raggiungerò e ritorno indietro velocemente per qualche km, ma lo sforzo è così grande che quando recupero la macchina e cerco di raggiungere Eris mi sento spossato e il mio cuore sembra impazzire e la gola diventa secca, perciò avanzo un po’ spingendo un po’ pedalando piano.
Eris mi aspetta su un bivio privo di indicazioni. Controllo la mappa che ci aveva fatto il guardaparco e la nostra direzione è a destra. La pista è molto brutta e impegnativa, incontriamo un grosso trattore che trascina come una specie di grande rastrello che cerca di spianare la strada e togliere i sassi.
Si sente il freddo e la sera si avvicina, ma fortunatamente incontriamo una piccola cava di borace dove lavora una famiglia composta da marito, moglie, 2 figli piccoli e un anziano.
Stanno predisponendo un piccolo alloggio per i viandanti che offrono a noi, è molto spartano ma almeno siamo al coperto.
Qualche scambio di parole e sorrisi e diamo dei piccoli regali ai piccini, delle palline colorate e una penna.
Accendiamo il nostro fornello che funziona a meraviglia e naturalmente manco ci sogniamo di lavarci, neppure gli occhi, per non sprecare l’acqua, la usiamo solamente per lavarci i denti.
Abbiamo coperto un dislivello di 525 m per 51 km in 7 ore.

Dai minatori a Quetena Chico 4036m slm S 22° 11. 615 W 067° 20. 366
590 m di dislivello 11 h di pedalata 66 km.

Il solito rito quotidiano, ripiegare il sacco piuma mentre il fornellino porta in ebollizione l’acqua che a queste quote bolle tardi, sgonfiare il materassino che ci rende confortevole il riposo, mangiare la colazione, riporre tutto nelle borse termosaldate e fissare la grande sacca posteriore con gli elastici. Si riparte.
Per Dove? Per quanto? Non si sa, questa è avventura e l’imprevisto, la difficoltà, possono mostrarsi all’improvviso.
Siamo sul Tibet del sud America, con i suoi altipiani a più di 4500 m. Ci attendono regioni selvagge e desertiche. La spedizione deve fare i conti con i terribili venti di questo altopiano e le notti gelide, un tratto tra i più affascinanti che mi piace.

E’ questo un tratto molto impegnativo che ci porta a superare passi ad alte quote 4532 m, 4596 m, 4729 m, 4294 m, ma poi anche belle discese che noi affrontiamo molto lentamente per non rischiare di rompere tutto. La pista ci porta ad attraversare alcuni guadi, arrampicarci sulle montagna, scendere in kanyon, percorrere immense vallate ed esplorare le rocce di lava dall’aspetto lunare che ci circondano.
La sera si sta avvicinando sono molte le ore di sella ma dobbiamo arrivare al piccolo villaggio dove c’è la possibilità di trovare un dormitorio.
Passiamo piccoli villaggi e vediamo qualcuno dei loro abitanti in bici. Nei villaggi stile Far West troviamo quello che ci serve, pane, acqua, biscotti. Le popolazione Aimara vive senza luce e acqua, è dedita alla pastorizia e all’agricoltura in maniera veramente primitiva. Bambini delle Ande con i loro caratteristici volti e moccio sotto il naso ci hanno colpito e affascinato.
Siamo in una zona dove il 90% delle persone vive in condizioni di povertà, la mortalità infantile è parecchio al di sopra della media boliviana, solo 50 ragazzi su 100 riescono ad andare a scuola e la metà degli adulti non sa ne’ leggere ne’ scrivere.
L’acqua non potabile è causa di molte malattie tra i bimbi.

Siamo di nuovo in viaggio. La strada è polverosa e piena di insidie. In un guado Eris scivola e l’acqua gelida gli farà battere i denti fino a sera. Ancora pastori che riportano a casa le greggi di lama. Il lama, lontano parente del cammello, animale con sorprendenti capacità di adeguarsi al freddo, al deserto, all’altezza, è parte integrante della vita dell’altipiano boliviano, e fin dai tempi delle tribù più antiche, fornisce carne che viene essiccata al sole, lana per fabbricare coperte, vestiti, corde, sacchi, viene utilizzato come animale da carico e dimostra una grande resistenza, persino lo sterco viene raccolto e adoperato come combustibile.
Ormai è notte, ma il cielo stellato e la luna piena ci fanno arrivare al paese dove troviamo alloggio presso Daniel Berna che ci accoglie portandoci una zuppa calda.

La mattinata a Quetena Chico è passata veloce. Ci siamo sistemati e preparati per la grande salita. Io ci ho pensato tutta la notte e avevo una grande paura che il tempo potesse peggiorare, non avrei avuto sicuramente mai più un’altra occasione per poter sperare di essere accolto alla massima quota con la bici di 5900 m.
Abbiamo lasciato gran parte del materiale che non ci sarebbe servito in una piccola stanzetta buia e polverosa e con noi abbiamo portato viveri, vestiario, tenda ed acqua per 3 giorni. Infatti poi saremo ritornati qui al paese.
Io mi sento in gran forma e mangio doppia razione per tenere al massimo la concentrazione e l’energia (ho il pallino della pappa reale e del polline, forse perché gli insetti e specialmente le api mi incuriosiscono anche se da piccolo ho avuto 2 esperienze non proprio felici, ma ve le racconto un’altra volta).
Partiamo il pomeriggio verso le 2 e costeggiamo un rio dopo aver passato sulla sponda opposta senza non troppe difficoltà, ma ci traggono in inganno alcune orme che vanno in una direzione e la pista diventa sabbiosa e inondata e perdiamo del tempo prezioso, ma recuperata la strada ci alziamo su fondo misto sabbia e rocce e in alcuni tratti ripido, che ci impone di spingere qualche metro; poi entriamo tra colline in piccole valli e il paese scompare dalla nostra vista e appaiono i due coni dell Uturunco dal colore nero, con grandi colate chiare.
La giornata e splendida e gli occhiali che ci proteggono danno un colore vivissimo all’ambiente.
Io avanzo pedalando molto costantemente anche se il respiro è affannoso ed ogni tanto dò un colpo di tosse mentre Eris spinge spesso la bici e sembra appesantito.
Si discute sul da farsi e la strategia da seguire per cercare di avvicinarsi il più possibile, senza patire troppo, per completare all’indomani la salita.
Siccome io sto veramente bene mi carico la tenda che portava Eris e lui l'acqua che portavo io, in tal modo io ho potuto salire il più alto possibile prima che sopraggiungesse il buio e, nell’attesa dell’arrivo di Eris, monto la tenda e preparo il campo. E’ stato molto difficile trovare una piccola piazzola perché i piccoli cespugli e il terreno ripido pieno di rocce lo impedivano, ma vicino a un grande sasso ho recuperato una piccola nicchia e, ripulitala il più possibile dai sassi, vi ho piantato la tenda.
Naturalmente il freddo ci accompagna come una seconda pelle, fortunatamente il clima è secco e il sudore non ci bagna.
Abbiamo fatto 21 km in 5 ore con dislivello di 670 m e il campo è a 4758 m S 22°13.113 W 067° 12. 720.
Attendo che la notte passi e che il tempo mi dia questa opportunità.

La salita (sesto giorno)
La notte ha fatto molto freddo e come il solito ghiaccia l’acqua, poi il terreno sotto il materassino presentava dei bei “gnocchi”; e sì che ieri sera mi sembrava piano e liscio!
Alle 8 sono pronto per partire.
Saro solo perché Eris non se la sente, e per la sua progressione lenta e faticosa si sente di peso e preferisce rimanere al campo base ed aspettarmi anziché scendere al paese. Se io dovessi avere dei problemi e scendere dal valico al buio o con il brutto tempo troverei la tenda come riparo.

La notte abbiamo parlato molto e guardato le stelle con il binocolo. Il cielo stupendo era talmente immenso che non si sapeva da dove incominciare a guardare, ma il freddo e il vento però hanno impedito che stessimo lì a guardare per il tempo che avremmo voluto.

Pedalo lento ma sicuro. All’inizio solamente uno sguardo fugace verso la cima  come una sfida che dovevo vincere.
Uno sguardo e nella testa arrivo!
Un modo troppo violento per avvicinarsi in quell’ambiente. Poi al primo tornante, quando mi sono fermato a riprendere fiato, mi sono girato ed ho visto la piccola tenda, un puntino su quel ripido dolce, pieno di piccoli cespugli al limite della pista, mi é venuto un nodo alla gola ed ho tossito, ero solo e ancora più piccolo della tenda, una piccola energia che voleva avvicinarsi a quel bianco colle.
I due coni mi sembravano il grande seno della madre natura ed era lì ad aspettarmi ad accogliermi e a darmi tutto il tempo di cui avevo bisogno, ma non la certezza che fossi maturo per arrivare fino là.
Forse era però arrivato il momento di provare e il grande seno era li.

Sono sceso dalla bici ho accarezzato il manubrio e ho fatto alcuni passi spingendola senza cattiveria, evitando di far rumore, non volevo inquinare quell’ambiente e quel momento.
Sono risalito sorridendo, sapevo che ce la potevo fare. Pedalavo, mi fermavo, respiravo forte, tossivo, sputavo, bevevo, ma non mangiavo.
Fino a 5500 metri ho pedalato con leggerezza, anche se facevo grande fatica e guardavo i grandi coni che si avvicinavano sempre più. 
Si alternavano colori scuri a colori chiari.
La salita a tratti era molto difficile e nei tratti più  impegnativi spingevo con il viso che premeva la guancia appoggiata al marsupio
sul manubrio, mi usciva anche un po’ di saliva.  La vista a volte era offuscata man mano che salivo di quota, ma mi ero
accorto che molte nuvole erano nel cielo, e a volte avevo lo stimolo della diarrea. Si mescolavano molte sensazioni che si confondevano tra le lacrime e la polvere sul viso, poi improvvisamente ecco l’odore dello zolfo e la sua polvere che mi venivano addosso soffiati dal vento fortissimo che mi faceva quasi vomitare; per un istante ho dimenticato dove fossi.
 Raggiunto un primo pianoro a quota 5731m ero sul punto di desistere, anche perché la pista che portava ad una vecchia miniera sembrava quasi scomparsa.
Poi ritrovata la traccia ricomincio spingendo in molti tratti e ansimando come una pornodiva.
Gli ultimi metri li vedo arrivarmi addosso, la pista finisce e sono sul colle, il grande seno di questa madre natura mi sta coccolando.

Sono a 5836 m S 22° 15. 484 W 067° 10.680 alle h 13, dopo 5 ore di salita 13 km di pedalata e 1030 m di dislivello.

Mi siedo vicino alla mia bici e sto con me stesso la testa fra le mani e gli occhi che guardano l'amore all'orizzonte lontano, la terra, mentre il vento entra da tutte le parti.

Rimango un’ora, anche se fa freddo, e poi scendo velocemente; mi sembra una sciocchezza (sono un ottimo discesista e pure spericolato). Al campo Eris è meravigliato della velocità con cui sono salito e ridisceso; è presto sono solo le 15:30.
Smontiamo tutto e torniamo al villaggio.

"7 giorno"
A Quetena Chico decido di cambiare il programma che prevedeva di arrivare a Tupiza; infatti Daniel Berna ci dice che la pista è molto brutta ed è facile perdersi perché le indicazioni sono scarsissime e non c’è praticamente nessuno cui chiedere informazioni.
Non voglio rischiare ne’ per me ne’ per Eris, perciò il nuovo programma prevede di arrivare alla Laguna Colorada e arrivare a Uyuni passando per Villa Mar, Alota e S.Sebastian.
Il percorso che ci porta alla laguna è molto impegnativo, ci sono 30 km di salita sui 50 totali, che facciamo in 9 ore con un dislivello di 855 m, in più un forte vento contrario, 2 passi rispettivamente di 4801 m e 4831 m, e il fondo della pista è tutto un’ondulazione.
Arriviamo esausti alla Laguna Colorada, 4343 m S 22° 10. 693 W 067°42. 969.
Il guardaparco ci da ospitalità.
Mentre ci stiamo preparando la cena, quando ormai è buio, Eris esprime il desiderio di rinunciare a questa avventura perché privo di
motivazione e con un forte senso di peso che rallenta il viaggio. Mentre si discute, passa una jeep con a bordo 3 spagnoli partiti anche loro in bici da S. Pedro, che hanno però deciso di rinunciare di percorrere questa parte impegnativa e raggiungere Uyuni in fuoristrada per poi attraversare il Salar di Uyuni, ancora con la bicicletta. Eris si accorda e sale sulla jeep per ritornare poi in Italia.
Mi lascia la tenda e il fornello indispensabilissimi per la mia autosufficienza.
Ci abbracciamo e vedo con dispiacere le luci posteriori del fuoristrada allontanarsi.

"8 giorno"
Questa notte ho dormito poco, anche per il fatto di essere rimasto solo, ma nello stesso tempo mi stuzzicava l’idea di dovermi
riorganizzare e di aumentare le mie attenzioni e sicurezze.
Ero sempre sveglio e avevo l’idea che nella stanza ci fosse qualcuno perché, anche se chiuso completamente nel sacco a pelo, sentivo dei rumori e avevo l’impressione che qualcuno mi girasse sulla testa e sul corpo. Avevo paura di vivere un incubo e continuavo ad aprire la cerniera del sacco a piuma, ma ero cosciente di essere completamente sveglio e lucido, pensai ad un animale, un topo? A -20 cosa ci fa ? Con il faretto frontale illumino gli angoli sudici della stanzetta dove c’erano avanzi di cibo e moltissimi cerini e carte, era proprio lui, il topo. Piccolo con le zampine alzate, mi guardava, volevo ucciderlo perché non mi girasse più attorno, ma ho preferito aprire un po’ la piccola e sgangherata porta per farlo uscire. Lui si è avvicinato all’ingresso ed appena è sparito dietro il legno ho chiuso.
La mattina aprendo la porta lo ho trovato appiattito e rigido, non ricordavo che la porta batteva su uno scalino alto. La fine del topo.
Ci sono rimasto male.

Arrivo a Villa mar dopo 65 km a 3986 m slm S21° 45. 509 W 067°28.806, 565 m di dislivello, 6 ore di bici.
Il dormitorio, dove trovo da sistemarmi,è confortevole e posso lavarmi con dell’acqua tiepida.

Da Villa Mar in due giorni, percorrendo 150 km, arrivo a Uyuni 3544 m S 20° 27. 819 W 066°49.499, 1000 abitanti.
La pista presenta continue ondulazioni, ma quando é battuta é molto veloce fa anche un po’ più caldo, di giorno 
ci sono anche 13°/15°C, anche se le notti sono come al solito molto fredde.
Ora che sono solo, le persone che incontro sembrano più accoglienti e desiderose di aiutarmi, infatti mi offrono frutta e pane e mi chiedono come sto.
Nei paesini poi mi fermo a mangiare anche a metà giornata e mi è capitato di essere ospite per il pranzo in una miniera con 40 operai.
E’ pura pampa e si incontrano pastori che conducono i loro lama a pascolare.
Purtroppo rompo 4 valvole delle camere d’aria e sono proprio in difficoltà perché non riesco a ripararle e non ne ho altre per arrivare fino a Uyiuni.
Al villaggio di S. Cristobal mi fermo al mercato a mangiare e vivo il quotidiano con la popolazione.
Riparto e cerco di andare più avanti possibile sulla pista prima di accamparmi, guado alcuni larghi torrenti, mi tolgo le scarpe scegliendo il punto più basso, l’acqua è gelida e prima che i piedi riprendano la loro temperatura passa del tempo e persino corro spingendo la bici anche quando non ce n’è bisogno.
Gli ultimi 15 km sono una disperazione, la gomma posteriore si sgonfia in continuazione e sono costretto a gonfiarla ogni 2 km.
 La città è in vista, vedo delle macchie bianche ballare all’orizzonte, è un effetto del calore, sono le case.
Anche le montagne sembrano galleggiare su questo miraggio e formano movimenti e disegni speciali.
La città è vicina, ma sembra sempre lontana e la frequenza delle gonfiate aumenta. Entro in paese spingendo la bici cercando un hotel.
Ci rimarrò un giorno per riposare, mi aspetta la traversata del SALAR di UYUNI ,170 km di sale bianco.

Ciao a tutti a presto
Mauri

 

 

 


Naturaid Bolivia 2003 news n° 7


22 Agosto 2003

Maurizio è arrivato a La Paz ieri (21 agosto). Dopo aver superato il Salar de Uyuni e il Salar de Coipasa è arrivato a Pisiga vicino al confine cileno (vedi Mappa 2). Qui ha deciso di prendere un autobus, probabilmente per guadagnare del tempo sulla sua tabella di marcia rallentata dalla prima parte del percorso e puntare su La Paz da dove riprenderà in bicicletta verso il lago Titicaca fino ad arrivare ai margini della giungla.


Naturaid Bolivia 2003 news n° 8


25 Agosto 2003

Ecco il nuovo reportage di Maurizio ormai sulla strada per il lago Titicaca (Mappa 3)

CIAO a tutti  

Sono a La Paz ed eccomi seduto in un internet point, unico legame che mi tiene al mio Mondo, alla vita che vivo di solito, vera, reale, inutile non lo so, ma è quella che ogni giorno (tranne le mie avventure ) mi coinvolge, mi fa pensare, riflettere, mi ammala ma mi fa anche gioire e che mi dà la possibilità forse, lottando, di crearmi nuovi mondi e tanti sogni. Vivo un'avventura grandiosa su questa terra, in questo periodo, assaporando la mia madre natura in tutti i suoi aspetti,ed essere qui in questo locale illuminato a neon e il rumore di tanti tasti che scorrono sotto le dita dei giovani boliviani, mi sembra essere di essere per un momento drogato. A Uyuni ho incontrato un gruppo di italiani che mi ha riconosciuto dalle apparizioni in tv, naturalmente questa notorietà mi  facilita le cose non posso negarlo, ed abbiamo cenato assieme raccontandoci le nostre avventure.Il mattino seguente, me la prendo con comodo e parto dopo aver mangiato ben 3 empanadas di carne di cui io sono golosissimo, è un a specie di calzone piccolo ripieno di roba caldissima e quando lo mordi e lo rompi ti cola tutto tra le dita e nella mano; mmmmh che voglia  che mi è venuta ancora. Parto alle 10:30 è tardi ma non mi preoccupo, sono solo, e sono nel vento. Pedalo allontanandomi dalla città non prima di aver fatto un salto alla vecchia ferrovia dove sono depositati diversi treni arrugginiti e scheletriti, una ferramenta spettacolare nelle sue sculture arrugginite. 23 km di strada brutta polverosa e trafficata mi portano a Colchani, città che non può offrirmi nulla per il mio viaggio, ma io mi ero rifornito di frutta acqua e biscotti a sufficienza.La pista passa un binario prima di imbucare il deserto di sale, i primi km non sono entusiasmanti, sale mescolato a sassi e terra e numerosi camion fermi vengono caricati da giovani con pale a mano di sale. Pedalo ed entro sempre più in questo deserto di sale. Qualche jeep di turisti da lontano mi saluta e mi fa delle foto. La luce che riflette e' accecante ma non fa caldo perché ho il vento contrario e pedalo con 2 maglioni ed i guanti di lana cotta. Mi dirigo verso un punto scuro, sono curioso, dopo un 'ora ci arrivo: ridicolo, un hotel fatto interamente di sale, tavoli, sedie, panche, letti, pareti, naturalmente è un oggetto turistico e io per il solo gusto di entrare prendo un mate di coca.  

Chiedo informazioni per ISLA PESCADO,e mi dicono che dovrebbe essere a circa 70 km. E’ lontana, ma il fondo è veloce e posso pedalare bene su un terreno che scricchiola sotto le mie ruote e qualche volta solleva dei piccoli sassi di sale, anche se il fondo e' molto compatto e fisso.La superficie forma dei pentagoni irregolari tutti attaccati l'uno all'altro e io lascio la mia orma quasi invisibile, e io rivivo l'Alaska, sul mare di Bering, lo stesso orizzonte bianco infinito, intorno il nulla, lo stesso scricchiolio del sale identico a quello del ghiaccio, la stessa luce, lo stesso sguardo tra gli occhiali a testa china. Mi fermo spesso, mi giro e guardo dietro, metto la bici a terra e cammino mi muovo, mi siedo , mi sdraio, ma non mi sporco, solamente qualche piccolo pezzo di sale resta attaccato al pile ed ai pantaloni.Il bianco che separa il cielo azzurro, non una nuvola, solamente lontano una macchia scura che sembra galleggiare e staccarsi ai lati a forma di fuso. Pedalo da diverse ore, è sempre lì un po’ più grande, ma sembra non avvicinarsi mai.Vedo che le ore scorrono e mi accorgo che le ombre si stanno allungando dietro di me e il sole bassissimo negli occhi mi dà fastidio e sta scomparendo, sono le 18:30.L’isola è lontana, ma ci voglio arrivare e mettere la tenda sotto le sue pareti come una barca mette l'ancora in un'ansa al riparo. Anch’io ho bisogna di riparo, non so da cosa ma ne ho bisogno, lo sento.Pedalo in piedi per guadagnare qualche km in più di velocità, però quando il sole è sceso completamente e incomincia una danza di colori alle mie spalle, mi fermo e la osservo seduto vicino alla bici, tanto pedalerò fino a che non sarò arrivato all'isola, ho tutto il tempo e la notte. Non voglio perdermi questi attimi stupendi, che non si vedono tutti i giorni, il sole scende ad ovest e dopo che è tramontato ed ha abbandonato il suo solito colore di tramonto, che tutti noi abbiamo sempre visto, dalla parte opposta ad est si forma tra la linea di orizzonte un azzurro carico che aumenta man mano di spessore spingendo sempre più in alto uno strato di colori che vanno dal rosa al rosso al violetto. E’un movimento così dolce e lento che sembra un respiro e ti incanta. L'isola ad un certo punto appare grandissima sopra di me e sembra non arrivare mai, ma ora ho anche paura di avvicinarmi troppo, infatti il buio pesto mi impedisce di capire come è attaccato il sale. Il sale ha uno strato di 20/100 cm e sotto c'è acqua, e siccome ho visto anche dei buchi nella superficie, l'attacco alla roccia mi fa nascere qualche dubbio come per il ghiaccio che si attacca alle rive. 

Arrivo a ISLA PESCADO alle 20:30 dopo 100km  S 20°14.379  W 067°37.33

La tenda la monto senza piantare i picchetti perché il sale è talmente duro che e' impenetrabile alle punte. Mi gusto anche il cielo prima che sorga la luna, e me ne sto all’aperto anche se fa freddo; in piedi con le mani in tasca e la testa in su, penso a Fabio,il presidente del circolo astronomi, che prima di partire mi ha dato la mappa del cielo australe per poter individuare il rosso di marte, penso a tutta la famiglia Morelli. Il giorno dopo.L'acqua come al solito si è ghiacciata anche all'interno della tenda, ma io per la colazione la sera precedente ne verso sempre nella pentola, così la posso sciogliere quando accendo il fornello. 2,5 km il giro dell'isola piena di cactus, credo che sia uno dei pochi spettacoli naturali veramente di rara bellezza che ho mai visto, un isola che spunta da un mare di sale. Lì dirigo verso Llica, sempre dritto, non ci sono curve, solo piccoli riferimenti: puntini neri che sono altre isole lontane anche loro ricoperte solo di cactus. Mi piace guardare il sale bianco e muovere solamente la gambe, non vado a sbattere da nessuna parte. Provo anche a pedalare chiudendo gli occhi e ascoltando solamente lo scricchiolio delle ruote sul sale, e sono arrivato a tenerli chiusi fino a quasi 4/5 minuti. Naturalmente ero fuori rotta quando li riaprivo ma con il GPS e i riferimenti ritornavo sulla pista giusta. Non ho incontrato nessuno fino all'uscita del salar dove una lingua di terra come un pontile arrivava al mare. Il ritorno alla terra "ferma" è quasi uno shock, pietre, scossoni, rimbalzi mi costringono a ridurre drasticamente la velocità, le scarpe che si erano ripulite si sono improvvisamente impolverate e ritornate bianche. Ancora un po’ di dislivello, 175 m, e arrivo, dopo 88 km in 6:30 ore di pedalata, in un paese dove si sta svolgendo una festa, mi circondano e mi toccano, e mi offrono del succo caldo che sembra una specie di miele e lampone con cannella, con una frittella. In un piccolo locale semibuio, ceno con un calda zuppa e del riso con uova e patate. 

Il giorno dopo. 

Mi alzo presto so che sarà una tappa molto impegnativa, attraversare il SALAR de COIPASA (concatenamento con il SALAR de UYUNI )e arrivare a Pisiga sul confine con il Cile a pochi km  da Colchane.Alle 8 sono gia sulla pista e il terreno si presenta subito con le sue difficoltà e devo spingere molte volte la bici nella sabbia e fare molta attenzione all’orientamento perché molte sono le piste che si intersecano con quella principale.Questo tratto è quello che mi ha entusiasmato maggiormente fino ad ora ed ha messo in evidenza le mie doti di freddezza, di adattamento, di intuizione e di orientamento e calcolo, mi sono sentito veramente un animale puro e vero come io solo posso sapere nella natura predominante. Credo di non essere mai stato sulla pista esatta perché non ho incontrato anima viva, ma ero tranquillo e sereno perché avevo preso come riferimento alcune montagne e un piccolo vulcano a cono.Ero sereno e non mi sentivo affatto solo o sperduto, ma viaggiavo per mano con mamma natura, era lei che mi guidava; ho pensato a tutti i miei amici, alla mia famiglia, alla mia infanzia e a me stesso. Sulla pista spingevo, tiravo, ma non sbuffavo anche se la cosa che più mi dava fastidio erano la bocca e le labbra secche. Attraversavo costeggiando il limite del salar e facendo contorno delle montagne seguendo le sue anse qualche volta tagliavo e passavo in mezzo al salar, che rispetto all'altro era meno compatto e di un colore più rosa sporco.  Un colore non sicuro, avevo la stessa sensazione di quando ho pedalato su alcune lagune ghiacciate in Alaska e ad un tratto il ghiaccio si è rotto ed Eris ed io ci siamo tuffati in qualche modo verso riva. Ecco la stessa sensazione. Il sale scricchiola la ruota affonda,sono a circa 300 m dalla terra, mi spavento, la bici non avanza i piedi sono nel fango misto sale fino un po’ sotto alle caviglie mi dirigo verso riva, so che ci vorranno molti minuti non sono in pericolo, posso sempre tornare sui miei passi, ma decido di avanzare perché la superficie ha una certa consistenza ma ad ogni passo sento un rumore sinistro, come se la scarpa mi restasse nella poltiglia. Raggiungo la riva deciso a costeggiare il salar, anche se faro qualche km in più e sarà più lento l’avanzare. Mi impolvero le scarpe in modo da cercare di asciugarle con la sabbia il più possibile. I paesaggi si susseguono come in una proiezione di diapositive, mi piace, sto bene, mi sento sicuro, sono in completa autosufficienza e non mi manca nulla, devo solamente fare attenzione a non farmi male ma la cautela è ai massimi livelli. 

ARRIVO DAVANTI A UN PALETTO CON UNA TARGHETTA BOLIVIA DA UNA PARTE, CILE DALL'ALTRA! DOVE SONO? CARTELLI, CAMPI MINATI...HO SCONFINATO! 

Passo un'altra zona di Alaska "tundra" dove ho incontrato quella ragazza Atabaskan con la motoslitta. Piccoli ciuffi di erba secca a migliaia che sbucano dal sale che io schivo in continuazione e seguo una traccia appena visibile.IL sole e' sotto il cappello, l'ho negli occhi, è tardi, il riferimento c'è, seminascosto, il vulcano, e poi ho intravisto un luccichio, forse case.Sono al buio ma la mia sensibilità si è accentuata in questi giorni e sembro volare sulla pista che mi sembra priva di ostacoli, e pedalo senza fatica forse perché mi piace questa situazione ed ho gli occhi come quelli di un’aquila e l'udito di un cane. Intravedo piccole ombre che sono sassi un bianco più chiaro che e sabbia tutto mi e familiare viaggio da più di un'ora senza frontalino, solo le stelle, ma ad un certo punto mi trovo tra due colline e il buio e' inesorabile, prendo dalle sacche il frontalino. La luce azzurra appiattisce completamente la pista anzi quasi non la vedo più e la confondo con il resto e a volte esco nel piano e faccio fatica a ritrovare i miei passi.Sto girando in tondo e mi accorgo che le luci arancio di un paese che avevo intravisto sono scomparse, le colline mi separano, eppure mi sembrava di essere cosi vicino, proseguo ma giro completamente a destra attorno ad una collina, sono su un'altra pista, ormai le perdo tutte, seguo solamente l'istinto.  Oltre una salita rivedo delle luci alcune vicine altre lontane. Decido “prima quelle Vicine, poi si vedrà!”. Sembrano lì ma spingendo la bicicletta anche 2 km sono tanti. Il piccolissimo paese sembra vuoto eppure mi avevano detto che era grande, fortunatamente un passante chiedo ...Pisiga? si Sile! Cile?Pisiga Bolivia! no Pisiga Cile! Quello boliviano è quello laggiu! Sono le luci lontane, dice 3km, a sinistra luci più fioche, il confine. Mi indica più o meno la pista, la perdo subito ma la direzione è data dalle luci a destra, non voglio rogne e dare spiegazioni inutili. Spingo in quella direzione, ma mi accorgo che sto camminando tra cespugli e qualche cosa di bagnato come muschio, poi un piccolo rio. Lo attraverso nel tratto più stretto, la ruota posteriore si incastra e mi fa scivolare dentro con il piede sinistro, bagno anche i pantaloni. Poi altri rigagnoli che scendono serpeggiando e io sono costretto ad andare un colpo a destra e un colpo a sinistra, ne supero uno e poi ritorno perché è troppo largo, su e giù per questi muschi. Sento un cane che mi abbaia da dietro, mi giro e i suoi occhi si illuminano della mia lampada, subito mi tolgo il guanto di lana per ave meglio la presa e sfodero il bastone dalla sacca che mi ero portato dall'Italia. Fortunatamente mi rincorre per poco e lo sento abbaiare da lontano. Continuo a zigzagare tra questa ragnatela di fiumiciattoli e mi ritrovo avanti credo una quarantina di piccole lampadine rosse. Gli occhi di chi? Mi spavento trattengo il respiro, la mente va ai petardi, li ho a portata di mano, (per i cani randagi se attaccano), sono troppi quegli occhi per essere un gruppo di cani, sangue freddo. Sono lama, faccio un gran sospiro. Non arriverò mai, sono in balia di questo acquitrino. Decido di dirigermi verso le luci della frontiera, sono le più vicine. Qualcuna dalle case si è illuminata di fronte a me, probabilmente vedendo il mio frontalino, qualche minuto poi il tizio è rientrato. 50 minuti e arrivo sulla terra asciutta, giro la prima casa e una luce gialla mi illumina. Che pasa amigo? Due poliziotti mi fermano ma fortunatamente tutto si risolve con le mie spiegazioni sulle mie disavventure e mi lasciano passare.  

Sono le 21:50 99 km 13:30 ore di bici 300 m di dislivello 3563m slm S 19°16.454 W 068°36.912 Pisiga

Il giorno dopo.

Purtroppo i giorni corrono e ho desiderio di raggiungere la giungla. Arrivare a La Paz mi porterebbe via troppo tempo perciò la raggiungo con il bus. In 8 ore percorro i 370 km di pura pampa. Città caotica situata in una conca.Domani riprenderò il mio viaggio con la bici e mi dirigerò verso il lago TITICACA. 

A presto. Ciao e grazie a tutti Mauri


Naturaid Bolivia 2003 news n° 9


26 Agosto 2003

Lunedì 25 agosto, Maurizio ha inviato un nuovo breve report della propria avventura. Sfruttando un collegamento di fortuna è riuscito in qualche modo a dare sue notizie: è a Sorata, lungo la strada verso la giungla. Ci sono difficoltà logistiche, scarsità di piste, problemi nel trovare qualcuno che possa agevolargli il trasferimento.
Ha appena vissuto una spiacevole esperienza, dopo aver attraversato una valle semisconosciuta, inseguito da cani e da persone poco raccomandabili: un posto meraviglioso, comunque, che gli ha ricordato regioni dell'Hymalaya o luoghi carichi di spiritualità come l'indiana Zanskar Valley.
Affiora la stanchezza, ma la meta è vicina!


Naturaid Bolivia 2003 news n° 11


29 Agosto 2003

Ieri 28 Agosto Maurizio ha concluso la sua straordinaria avventura in Bolivia. L'ultimo reportage da lui inviatoci questa mattina racconta, nel suo ormai inconfondibile stile, le peripezie attraversate per raggiungere la meta. Contiamo di aggiornare il sito entro sera. Rinnoviamo l'invito a tutti gli amici ed estimatori di inviare delle e-mail di congratulazioni per questa nuova avventura.


Naturaid Bolivia 2003 news n° 12


29 Agosto 2003

Partito da La Paz con un mini bus stracarico di gente che come al solito ti schiaccia con le proprie cose, ma pure io con la mia bici e le 7 sacche sporchissime e sudice non stono sui mezzi e nell'ambiente. Sono a mio agio, ormai l'odore e lo sporco fanno parte di me, ho ancora del sale del Sala de Coipasa sulla bici e sulle sacche, chissà come puzzo, ma non me ne accorgo. Strada facendo parlo il mio stentato spagnolo (che si e' perfezionato e a detta di tutti è comprensibilissimo) con una famiglia di pescatori; il dialogo è piacevole e nella calca vengono coinvolte altre persone che partecipano alla conversazione con domande solamente concentrate riguardanti la mia vita in tutti e i suoi aspetti. Mi convincono ad arrivare a Copacabana, 3831 m slm S 16° 09. 851 W 069 05 136, un piccolo porto turistico molto speciale per la sua quiete, e dopo aver traghettato sulla piccola isola in 3:30 ore arrivo al paese. Naturalmente le empanadas che mi offrono le divoro e mi gusto il tramonto al porto sul gigantesco lago Titicaca, sembra un mare dal colore blu scuro, l'orizzonte è una perfetta riga che separa il cielo arancio; il sole é potente a queste quote, ma lo posso guardare seduto su un muretto attraverso i miei occhiali protettivi, che ormai sono diventati le mie persiane che mi hanno segnato il viso creandomi una maschera bianca attorno agli occhi, mentre il resto del viso è bruciato e mi sto anche spelando. L’accordo con il barcaiolo e di trovarsi al porto alle 5 della mattina per caricare tutto e attraversare il lago fino ad un piccolo attracco Chaguaya 20 km prima di Escoma. 

E' ancora buio, sono le 5 :15 e ancora non c'è nessuno solo una piccola luce fioca. Sono in pensiero ho già pagato la benzina circa 10 dollari, altri 5 minuti e vedo arrivare due sagome scure: si avvicinano , è lui con la moglie, recuperano la vecchia barca a motore e io salgo da un pontile sgangherato e barcollante, ci cammino sopra e spingo la bici su queste assi a sbalzo, sarebbe il colmo cadere in acqua ora. 4 ore per arrivare sull'altra sponda, navigando sull'acqua piatta con poco vento, solo quello contrario provocato dalla velocità dell’ imbarcazione. Fa freddo e siamo coperti, per un paio di ore manovro io il motore, basta solamente accelerare e mantenere la rotta, un riferimento che Paulo mi ha dato verso una cima lontana.  Mi piace questa situazione e immagino i grandi navigatori solitari che puntano l'orizzonte e assaporano lo sbattere delle onde e il vento sul viso. Mi sono promesso di leggere alcuni libri di un famoso navigatore francese, Motisie (credo il primo a fare il giro del mondo nella prima gara dove vi furono dei morti e che lo vedeva in testa precedendo il secondo di settimane; decise poi di abbandonare le gare per stabilirsi in Polinesia). Stavo sognando che arriviamo sul bagnasciuga alle 10:00 dopo aver costeggiato l’ isola Del Sol, luogo dove abitarono gli Incas e lasciarono templi e costruzioni. Un saluto e Paulo riprende il largo mentre io ricarico tutto sulla bici. La strada è buona rispetto e all'altipiano è un bigliardo, a tratti è anche asfaltata. Militari mi fermano per la solita richiesta di documenti ma sono molto cordiali e mi indicano la strada avvertendomi di un luogo prima di un valico popolato da “ ladrones “ e mi consigliano di fermarmi prima e di passarlo la mattina seguente. 

Un'altra foratura mi fa perdere 30 minuti, infatti devo scaricare tutto e la ruota sporchissima e' un impedimento, ma fa parte del quotidiano, non c'è fretta, sono vicino a delle case e qualcuno mi aiuta prestandomi una potente pompa che rispetto alla mia piccolissima sembra un compressore, mi offrono anche da mangiare, riso e patate, io dò delle biglie ai bambini.
Dopo 42 km e 500 m di dislivello mi fermo in prossimità di un campo di lavoratori, il cielo è coperto, nero e minaccia acqua. Mi ospitano nella stanza per gli attrezzi e i loro raduni dopo lavoro. Posso stendere il materassino e il sacco a pelo e dormire al coperto a quota 4173 m slm S 15° 29. 782 W 069° 04.643.   

Al riparo nella stanza, "el quadro" lo chiamano loro, mi sento sicuro e riesco a sistemarmi e mangiare abbondantemente naturalmente i miei pasti disidratati, aggiungo l'acqua calda 5 minuti e oplà "se magna" divorando naturalmente fino all'ultima gocciolina. Mi sono barricato per sicurezza con una sedia puntata nella porta come si vede nei film di Dario Argento, e ho messo del cartone sui vetri della piccola finestra, mi sono steso su dei sacchi di paglia e nel sacco piuma della sono partito sognando l'avventura. La mattina il cielo è ancora coperto, ma non ha piovuto, pedalo con un po’ di timore anche se gli operai mi hanno detto che non ci sono problemi perché passa sempre qualche mezzo. Arrivo a 4614 m di quota e scendo velocemente dal valico lasciandomi alle spalle questo posto maledetto, Huallpacayo, e mentre passavo mi guardavo intorno verso le dolci colline che mi circondavano e immaginavo pure l'assalto di qualche ladrones, avrei immediatamente girato la bici e via in discesa. Fortunatamente non è successo.

La pista polverosa sale e scende in continuazione, è un luogo Incantevole, brullo, assolutamente nulla, solo un piccolo rio che segue il percorso in modo inverso, molti rifugi fatti di sassi messi in circolo , sono i ripari dei pastori campesinos che pascolano le loro greggi di pecore e asini, ne incontro molti, la maggior parte sono dei fanciulli, con ciabatte e vestiti stracciati, a volte chiedo informazioni per la pista ma non mi sanno rispondere, non conoscono i luoghi e parlano solo la lingua Aimara.La zona mi incanta, vedo un orizzonte di colline di pascolo secco, mi richiamano alle mente i giorni passati sull'altipiano Tibetano: mi riempie di grande serenità e pace, mi vengono in mente gli amici più intimi con cui passo dei cari momenti e i percorsi in montagna che mi danno un senso di volo libero. Continuo a pedalare sotto un bel sole che scalda un pochino perché non c'è vento, però mi fermo spesso sulle cime delle colline sia per assaporare e immagazzinare questa serenità, che per prender fiato. Incontro un piccolo villaggio su una grande curva, in una piccola baracca scura una donna anziana, prepara del riso con carne di pecora. Ho una gran fame ed anche se al villaggio sembra non abiti nessuno mi fermo per mangiare e far riposare anche il culo. Uno sgabello sgangherato e una tavola fatta di assi aperte con sopra un telo di plastica tutto attaccaticcio e' quello che trovo nella stanza di sassi con il pavimento fatto di terra e pure in discesa. Mi faccio scaldare bene il pasto e mangio  con le mie posate. I chilometri passano e il paesaggio mi inebria quando ad un certo punto improvvisamente, dopo che ho salutato con un cenno di mano, due uomini seduti tra i sassi si alzano e mi chiamano poi mi vengono incontro, sono su una curva in pianura e mi sto avvicinando a loro, la cosa non mi piace, faccio finta di niente ma la pedalata si fa più decisa per cercare di uscire dalla curva prima che loro arrivino sulla strada. Cambio rapporto, ne metto uno più duro cosi da aumentare la velocità ma non la pedalata, loro non se ne accorgono perché sono ancora di fronte, aumento ancora il rapporto, il cuore batte, esco dalla curva prima di loro, continuano a chiamarmi, stanno correndo, io viaggio a 22 kmh, li ho a circa 10 m dicono che vogliono cibo, io rispondo "no tiengo nada", continuano a correre, ma li sento in affanno e respirano forte, non sono sicuramente degli atleti e poi a 4000 m fanno fatica anche loro, io continuo imperterrito e faccio l'indifferente. Uno di loro cede sta tossendo, l'altro continua ma lo sento quasi morto, lo tengo a 10/15 m, sono veloce in pianura ho la situazione in pugno lo sento, mi giro poche volte, ha ceduto anche lui...per fortuna...pedalo ancora deciso per un chilometro poi mi fermo e li vedo lontani, ho la bocca secca e le gambe fiacche, e' andata. Supero alcune valli poi improvvisamente sono nella nebbia che da una grande gola laterale sale dalla giungla portata dal vento. Per decine di chilometri non vedo nulla e sia io sia il materiale ci bagniamo, poi come sono entrato esco e mi trovo verso il tramonto nella completa pampa vastissima e aperta. I colori sono vivi ed è il regno di pascolo delle vigogne, che sono per la loro classe ed eleganza le regine delle Ande. Sono splendide e non hanno paura. 

E' stata una giornata molto movimentata, sono stato attaccato per ben 3 volte da cani, 2 coppie che ho scacciato con i petardi e il bastone, ma nell'eccitazione e paura ho battuto violentemente lo stinco nel telaio della bici facendomi un gran bernoccolo rosso, più un cane solitario grosso e nero che mi ha rincorso quando stavo arrivando dal guarda parco nella notte. Ero in discesa a forte velocità, molto distante, ma lui si avvicinava e non mollava, si avvicinava velocemente digrignando, non avevo via di scampo era troppo veloce. Allora improvvisamente ho frenato bruscamente la bici per affrontarlo lasciando un polverone e prendendo subito in mano il bastone. Incredibilmente si è spaventato ed è scappato, forse non si aspettava questa reazione. Dopo 84 km 10 ore e 1445 m di dislivello alle 19:00 arrivo ancora una volta al riparo e trovo una zuppa calda. 

Dormo solo qualche ora perché intendo tornare indietro (qui finisce la strada e gli unici collegamenti con altri paesi sono a piedi e ci vogliono dei giorni).Il lunedì infatti c'è un autobus che parte a mezzanotte e torna a La Paz in circa 16 ore, il prossimo è di giovedì. A mezzanotte sono nella piccola piazza al freddo e al buio pesto con altri 2 del paese. Loro si sdraiano a terra  e aspettano dormendo, io continuo a girare intorno alla piazza e scopro ogni piccolo buco e sasso, non so quanti giri ho fatto, o quante volte ho guardato il cielo stellato sgombro dalla nebbia. Il bus è arrivato alle 1:25 stracarico, ma fortunatamente la mia bici e il materiale trova posto tra i sacchi sul tetto e io lego tutto con attenzione. Per me non c'è un posto e io mi faccio spazio vicino all'autista sul pianale al centro dove c'e il motore. Il bus arranca e dondola pericolosamente, dove io il giorno prima sono sceso velocemente. C'è un gran rumore di motore, di salti sugli ammortizzatori e di marce che ingranano malamente, sembra che tutto si debba rompere da un momento all'altro, la radio poi è a tutto volume. Tutti dormono avvolti in grosse coperte campesinos, bambini piccolissimi e anziani uno sull'altro sui sedili stretti e sgangherati, tranne io che sono in bilico e non posso appoggiarmi. C’è di tutto sul corridoio centrale e forse io sono il più comodo.

Siamo avvolti nella nebbia e il bus guidato dall'autista tutto incappucciato, con una coperta sulle gambe procede con un faro solo che tira a destra, spero ci veda almeno di suo. Fa un gran freddo che ghiaccia i vetri, l'autista ogni tanto con uno straccio imbevuto di antigelo bagna tutto il vetro. Io mi tolgo le scarpe e mi avvolgo nel sacco a pelo e involontariamente mi appoggio senza accorgermene sul pistone che apre la porta e inzuppo la parte finale del sacco piuma di grasso. Ogni tanto lungo il percorso nei villaggi il bus si fa riconoscere strombazzando a tutto spiano e sale qualcuno. Fortunatamente ogni tanto il registratore fuori giri si spegne ed è pace. A metà percorso la strada è interrotta e non si passa, scendiamo tutti e procediamo a piedi, nel vento, nebbia e freddo per 20 minuti, mentre il bus procede fuori pista nella pampa tra i cespugli e sassi nel tentativo di recuperare la pista preceduto da volontari con piccole torce. Un viaggio incredibile e affascinante, non sento il sonno tutto questo mi incuriosisce, ripercorro la stessa strada come feci in Pakistan, riconosco i posti e i luoghi dove sono passato i giorni precedenti; è come ritornare indietro con un nastro filmato e rivedersi sul percorso. 

Dopo undici ore arrivo a Achacachi giusto in tempo per prendere un altro mezzo per Sorata. Sono su un sedile comodo 55 chilometri veloci in 3 ore passando e abbassandosi verso valli con molta vegetazione e campi coltivati sulle montagne.La strada scende di quota, passa su strapiombi e comincia a fare caldo. Alle 14:30 sono nel piacevole e tranquillo paese di Sorata a 2678m slm S 15°46.36 W 068°39.005

Questo paese non offre nulla ma si sta bene e sulla panca vicino a delle donne che vendono empanadas di carne e formaggio io mi riposo e chiacchiero cercando e aspettando un mezzo per andare a Mapiri verso la giungla per proseguire in barca sul fiume Mapiri. Devo fare molte ricerche e contrattazioni perché chiedono fino a 200 dollari. Mi dicono che sul tardi c'è la possibilità di prendere delle camionette cariche di gente pagare poco e fare il viaggio con loro. Sono rimasto nella piazza di Sorata a godermi la tranquillità e il piacevole calore del clima e del sole. Mi cambio i vestiti in un angolo sotto gli sguardi divertiti dei boliviani e degli scolari, metto pantaloni corti e maglietta leggera. Giro tra le camionetas e faccio finta di essere un po’ disinteressato e di non aver fretta (tutt'altro, i giorni stanno per finire e non posso perdere tempo). 100 dollari mi chiede un autista dopo una lunga trattativa, mi conviene e si parte subito, alle 18:00. Fa il pieno e riempie una grande tanica da 50 litri che fissa sul cassone. Prima di partire i patti erano che viaggiavo solo senza nessun altro passeggero, naturalmente alla partenza quando la jeep sta per partire saltano fuori un sacco di gente che chiede un passaggio, a stento li blocco ma una famiglia con 2 piccini 2 vecchi e un invalido più una ragazza che mi implora. Salgono sul cassone, io sono all’interno con Fernando. Tranne la ragazza che viaggerà fino alla fine, tutti gli altri faranno solo due ore di viaggio.

La pista si fa subito brutta e la guida è molto impegnativa, c'è molta vegetazione e incomincio a respirare il verde amico. Ci abbassiamo di quota e la vegetazione si fa fitta. Mi piace! Seguiamo un costone sopra un torrente, con poca acqua, e da la piccoli campi coltivati a coca. Sassi buche, salite ripide, discese pericolose, e sul cassone tutti sobbalzano. A me fanno pena ma Fernando sembra non curarsene e lotta con il suo volante che a volte sembra sfuggirgli, spesso tossisce di brutto, non sembra molto sano, poi apre la portiera e sputa rumorosamente. Parliamo poco perché lui ha lo sguardo fisso sulla pista, ma nelle poche conversazioni salta fuori l'età. Lui ha 41 anni, ma quando mi aveva chiesto di stimarla io avevo detto 45-50 e credevo di fargli un complimento, i pochi denti marci che aveva, i baffi tenuti male e la pelle butterata lo invecchiavano moltissimo. Si fa notte e scarichiamo anche l'invalido avvolto in coperte, mentre gli altri lo sollevano per il busto io lo prendo per le gambe, fa impressione, sono storte e senza carne. Fernando chiede ancora dei soldi come le altre volte ed io ogni volta litigo e dico che ho già pagato io tutta la jeep e di non pagare, ma lui si fa sempre dare dei soldi di nascosto e dice che sono per la coca e per il cibo perché la strada è lunghissima e ci vogliono più di 15 ore per fare oltre 300 km. Da qualche ora è buio e proseguiamo lentamente con i fari gialli che sembrano gli occhi di uno strabico in più pioviggina e per fortuna l’unico tergicristallo che funziona malamente è dal suo lato il mio non c’e io non vedo fuori niente. La pista è fango e qualche volta sbandiamo, la jeep è incontrollabile nei solchi profondi fatti dalle ruote, si tocca e lo striscio fa un gran casino e sembra sbriciolare il fondo di lamiera, Fernando ride tossisce e mastica coca, cochita la chiama lui, è per star sveglio. Tornanti, strapiombi, pioggia e ci si mette anche la nebbia a volte così fitta che ci obbliga a fermarci qualche minuto perché non si vede assolutamente nulla. Meglio non vedere nulla e non sapere che si è su qualche strapiombo. Passiamo anche delle piccole frane che mettono in costa la jeep quasi a capovolgerla, ma io sono contento di essere tra quelle mani di natura ricca di potenza.

Ci fermiamo in un paesino illuminato dai generatori e Fernando si ferma a mangiare una brodaglia poco invitante ai miei occhi, ma sembra anche alla ragazza che e uscita da sotto un telo dove era accovacciata assieme al suo grande sacco sul cassone. Mi spiace vederla in quello stato e anche se già stavo scomodo in cabina la faccio salire all’interno, lei mi ringrazia mostrando con un sorriso i suoi denti ricoperti di oro che disegnano dei cuori. Ora siamo tre in cabina e per la differenza di temperatura con l'esterno, che è più fredda, appanniamo i vetri e proseguire è una gran bega tra pulire urtarsi abbassare la radio che è sempre a volume distorto, smontare dalla jeep nel fango per vedere la pista, spingere e in più è successo che si è fermata di colpo spegnendosi improvvisamente. L’unica luce disponibile il mio frontalino che ho sempre a portata di mano. Solleviamo il cofano e i morsetti sono allentati e ballano sulla batteria, solita risata, e dopo un attimo Fernando pianta delle viti con un sasso infangato tra il morsetto del cavo e il pomello della batteria, geniale. Qui tutti si ingegnano, si vedono viaggiare dei mezzi che non si sa come possano stare assieme e muoversi, automezzi dalla carrozzeria marcia carichi di persone e bagagli con ruote lacerate che percorrono piste fatte di roccia e fango. Alle 3 del mattino decidiamo di fermarci dove la pista fa una piccola rientranza e sembra sicura. Io sto in cabina, mentre Fernando e Paula vanno sul cassone sotto un telo. Dopo un po’ si sentono delle urla e parolacce che risuonano e sbriciolano l’ovattata nebbia. E' andata persa tutta la benzina, uscita dal contenitore da un taglio provocato dallo sbattimento sulle assi del fondo del cassone. Fernando è disperato, il poco guadagno è andato perso, ora non ride e mi implora di aiutarlo a sostenere la perdita. Gli dò 10 dollari, è stato un suo errore, ha dimostrato poca esperienza dando poca importanza al carburante che è vitale per lui nel ritorno. 

Tre ore sono sufficienti per ridare vigore e voglia di ripartire. Divido dei biscotti come colazione e con le prime luci e senza nebbia è bello seguire la pista e il nuovo giorno. La pista sembra viva, incontriamo delle ombre, i primi indios con stivali e machete, con grossi carichi di foglie e banane sulle spalle spesso seguiti da cani che ci rincorrono abbaiando cattivamente, ma dentro siamo al sicuro. Sono sempre molto carico e mi piace guardarmi intorno, i grandi alberi le gigantesche felci, le grandi foglie il mare di verde. Sogno una grande avventura nella giungla, ma mi rendo conto e ne sono consapevole che non sono pronto, la mia esperienza è nulla e le difficoltà sono tantissime e qui non è ancora niente non è la vera giungla quella verde scuro, impenetrabile, un sogno che credevo realizzabile ora mi è chiaro, non sono maturo per progettarlo. La pista offre sui tornanti interni alla montagna la possibilità di scaricare piccoli torrenti e cascate che portano via materiale e rendono difficile il guado sul fondo argilloso scivoloso. In uno di questi passaggi manca proprio un pezzo di pista e si è formato un canale profondo su un piccolo strapiombo dove la jeep non può passare.Unica soluzione armarsi di buona volontà e riempire con sassi il canale da formare così due passaggi dove le ruote possano trovare un appoggio, stabile e sicuro. Ci riusciamo e la jeep di slancio passa alzandosi su tre ruote. 

Un percorso che dura ore e il caldo si fa risentire, guadiamo un largo tratto e la jeep si ferma e non da segni di vita. Niente paura, risata solita, e mentre sostiamo per aspettare che si asciughi, si decide di bagnarsi, Paula si apparta spogliandosi, scioglie le trecce e mostra i suoi lunghissimi lucidi capelli neri e gli dà alle fresche acque del rio per lavarli e pettinarli, Fernando incomincia a pulire la macchina gettando acqua con una mezza bottiglia di plastica e pulendo vetri e fari dal fango con uno straccio, una bellissima scena di una normale vita di routine che si vive nella giungla e che io vivo bene, non mi aspetta nessuno e non ho tv e telefono che mi attendono, i giorni della settimana sono nell'altro emisfero per il momento e non so neanche che giorno è con esattezza, va bene così. Ci siamo tutti lavati e la jeep è ripartita.

Paula è una ragazza sola, povera, di 33 anni, che ha deciso di trasferirsi per qualche anno a Santa Rosa, un piccolo paese dalle case di legno con i tetti di lamiera sempre immerso nel fango dove c'è una miniera d'oro, un luogo losco pieno di gente spietata. Cerca la fortuna, gliela auguro, ma sicuramente è una gran illusione, non è mai diventato ricco nessuno cercando oro, sicuramente invece fanno affari chi crea attività intorno a questa povera gente illusa. Ci salutiamo con una foto per fermare su carta e ricordare questo piccolo cammino vissuto insieme, un sorriso triste e poi via nel fango: che te baya bien. 

Arriviamo alle 11:00 sono passate 17 ore e Fernando mi lascia al paese, non conosce la pista che porta a Mapiri. Scarico tutto, lo pago e ritorna a casa, sembra normale per lui. Recupero una macchina familiare 4x4 ci sta tutto e salgo, l'interno sembra quello di una macchina tenuta abbastanza bene ma ci sono almeno 4 dita di fango sul fondo, ma ormai non mi preoccupo più di questo aspetto e dei miei sandali LIZARD sporchissimi. Anche l'autista indossa ciabatte infradito e pantaloni a mezza gamba, è scurissimo di carnagione, piccolo ma sembra spietato negli occhi, mi dice che anche lui è un cercatore d'oro ed ha una piccola concessione e ne trova molto (non ci credo), ad ogni modo sembra un buon conoscitore della pista, è molto scivolosa e piena di canali argillosi che ci fanno sbandare tantissimo. La macchina sembra un carro armato si muove su ogni terreno e in ogni condizione, in una situazione di fronte a un grosso fiume scende e dice di controllare le portiere, io non capisco, vedo la pista dall'altra parte ma non la possibilità di arrivarci. Risale in macchina e si butta in piena corrente, io rimango a bocca aperta, abbiamo l'acqua a mezza portiera e quasi entra dal finestrino, la sento nella sua potenza spingere la macchina e ho l'impressione di venir travolto da un momento all'altro, in qualche modo filmo la situazione un po’ teso e perplesso. Non è entrato un filo di acqua. In tre ore arriviamo a Mapiri, sul rio Mapiri che intendo scendere con una barca a motore.   

Fernando mi scarica dopo il paese sulla riva del fiume dove vive Romero che ha una barca a motore. Un ragazzo che lo aiuta mi carica la bici e il materiale al centro della barca. Romero al motore è un uomo fiero e sicuro, tutti lo conoscono e lo salutano con rispetto, ha un bel aspetto ed è ben tenuto. Si è caricato una tanica di benzina e uno zaino con dei vestiti e coperte perché passerà la notte a Guanay e risalirà il mattino seguente. Il fiume passa tra alte colline di grandi alberi e radici, è un fiume aurifero e tantissimi sono i cercatori d'oro che si costruiscono una baracca con i tronchi e sopra il classico telo di plastica grossa blu. Mentre passiamo lenti li vediamo setacciare e aspirare la terra dal fondo del fiume con delle grosse pompe. Vitaccia.

Tutti sembrano conoscere Romero. Si spostano lungo il fiume con le camere d'aria dei camion e ci salgono in 3 lasciandosi trasportare perché il passaggio in barca costa. Qualcuno scende persino a nuoto aggrappato ad un grosso sacco impermeabile chiuso, dove all'interno sono al sicuro vestiti e provviste. Ogni tanto ne carichiamo qualcuno per un breve tratto. Io mi guardo intorno e penso al piacere che può dare una barca su un fiume nella giungla. 4 ore per arrivare a Guanay.

Qui trovo per 3 dollari una camera pulita (la prima fino ad ora) e la possibilità di fare una doccia veramente calda, sono alcuni giorni che viaggio e dormo poco (ho perso il conto), così mi gusto veramente questa doccia e mi lavo tantissimo, mi sento un altro.  Una gran dormita, ma alle 7:30 sono sulla piazza dove cerco un taxi da dividere con altri per arrivare a Caranavi un grande paese dove si possono prendere dei grandi autobus per La Paz.

Ormai sono al termine del mio Naturaid Bolivia 2003.

Alle 9:00 il taxi carico di 5 persone viaggia veloce su una bella pista e in due ore copre i 70 chilometri e mi porta al terminal dei bus.Sono in anticipo, devo attendere tre ore perché il bus parte alle 14:00, prenoto il posto mi faccio caricare il bagaglio sul tetto e giro per il mercato tra carne secca, verdure, pentolame, vestiti e roba da mangiare fritta. Si parte su una strada polverosa seguendo il fondo valle un grosso fiume siamo tra le montagne e quasi non si vede il sole. C'è cosi tanta polvere che pure la foresta è dello stesso colore e rattristisce vederla soffrire così. La strada è larga e trafficata. E’ un continuo serpente che si insinua tra una valle e l'altra passa da una sponda all'altra del fiume e sale lentamente, poi vedo una strada dall'altra parte della montagna sembra la sua gemella, ma poco dopo mi accorgo che è la stessa ed e tornata nella direzione opposta costeggiando una montagna che ha fatto una grossa ansa, ci si sposta a grosse esse, da una montagna all'altra, numerosi sono i camion che trasportano materiale di vario tipo. Poi noto che qualche camion nella direzione opposta lo incrociamo a destra, ma non ci bado. Saliamo sulla montagna e la strada si fa stretta, incrociamo altri camion che ci sfiorano ancora a destra. Mi viene un sospetto: “stiamo facendo una strada pericolosa”? Avevo notato in precedenza, poco prima dell’imbrunire un segnale di strada interrotta e deviazione. Si sale e si sale tutti sono ai finestrini e guardano incuriositi ma con molta attenzione. Mi informo, stiamo facendo la strada che da Coroico porta alla Cumbre a 4800 m in 60 km, un dislivello di 4000 m con strapiombi che hanno dell'incredibile, fino a oltre 1000 m, tutto il percorso senza parapetto. E’ la strada più pericolosa al mondo, "el camino de la muerte”.

Moltissimi sono gli incidenti mortali, la strada stretta e il fondo sempre bagnato dalla nebbia favorisce questo, è l'unico tratto dove è permessa la guida a sinistra che permette cosi quando si incrocia un altro mezzo che il guidatore possa sfruttare al massimo la visibilità sullo strapiombo. E’ successo che su qualche tornante dove c'è un po’ di spazio, il veicolo fermo nell'intento di far passare quello che sale scivolasse con il terreno franando nel vuoto. Fortunatamente per il mio stato d'animo stiamo salendo e siamo attaccati alla roccia perciò se non è per un errore dell'autista dovremmo essere al sicuro. Siamo avvolti dalla nebbia e dalle tenebre. Io mi alzo dal mio posto e vado avanti per vivere questo tratto di paura. I fari tagliano la nebbia e ogni volta sui tornanti esterni illuminano il vuoto seguiti per un breve tratto dal muso del bus che sembra volare nel burrone mentre le ruote sfiorano il limite della strada. L'autista è un combattente muscoloso sta seduto su un sedile tipo sdraio della nonna, quello per intenderci con il telaio di ferro e il fondo di corda elastica gialla, una camicia marrone con grossi quadri grigi e una tuta blu con righe bianche laterali rimboccata alle ginocchia, calza ciabatte infradito, continua a cambiare per tenere il motore su di giri e una buona velocità e a suonare per farsi strada e costringere i camion a fermarsi nelle piazzole sui tornanti a picco.

La vegetazione di felci fa da tetto e gocciola tanta acqua. "Il camino della morte" dallo specchietto retrovisore, sopra la testa dell'autista pendola attaccato a un cappio uno scheletro di plastica bianco illuminato come un albero di Natale da piccole luci rosse a intermittenza mentre al registratore suona una canzone che dice in spagnolo.

 "Que levante la mano quien no sufrio por amor"  alzi la mano chi non sofrì per amore

Finisce così la mia importante avventura "NATURAID BOLIVIA 2003"

HASTA LUEGO BOLIVIA

Un abbraccio a tutti gli amici che mi hanno incoraggiato e seguito.

Tra qualche giorno sarò in Italia, a presto Mauri

 


Naturaid Bolivia 2003 news n° 13


In questa avventura NATURAID BOLIVIA 2003 sono stati percorsi 2578 km,di cui:
1038 km in bici,
470 km in autobus di line,
460 km in bus popolare per campesinos,
310 km in autocarro,
160 km in furgoncino,
90 km in piroga a motore,50 km in barca a motore.
11000 m di dislivello

Mangiato 50 buste di liofilizzati,
persi 8 kg di peso corporeo.


Naturaid Bolivia 2003 news n° 14


12 settembre 2003, ARCO: 90mslm N 45°54.764' E 010°52.770

    

Sono tornato nella mia mansarda quotidiana e sul soppalco preparo diapositive e filmato che sarà disponibile il prossimo mese,

rinnovo i saluti e ringraziamenti agli sponsor che mi hanno aiutato a realizzare questo progetto e a tutti voi che mi avete seguito.

all'amico Francesco Carloni che come al solito ha tenuto i contatti e a sempre aggiornato tempestivamente il sito,

grazie Mauri