Odisseo e Atacama di Maurizio Doro

(Pubblicato su No Limits World  agosto-settembre 2000)

L'esperienza acquisita in precedenti spedizioni importanti con la bici hanno fatto crescere in me il desiderio di provare un'avventura nuova veramente dura.
Dopo la traversata della zona himalajana del Tibet con i suoi passi fino a 5220 metri senza tenda e mezzi di appoggio, i 1200 km in solitaria della Karakorum Highway dal Pakistan alla Cina, fino a Kashgar, attraverso i 4730 metri del passo Kungherab, le gare estreme come i raid multidisciplinari e i triathlon sulla lunga distanza, ero pronto a un'esperienza in cui prevalessero l'aspetto fisico e la resistenza psicologica.
Un'idea fissa mi assillava: ... l'Atacama, una vasta zona desertica nel nord del Cile dove sabbia, fuoco, vento, gelo sono i padroni assoluti.
Come non bastasse, volevo farne la traversata in quota sopra i 4500 metri sfidando i suoi vulcani e i suoi salar, dal lago Chungarà a 4530 metri fino a San Pedro De Atacama a 2240 metri.

Mesi di preparazione, di ricerche, di collaudi, di prove, anche gli amici Lidia, Francesco, Guido mi danno una mano.
Finalmente arriva il giorno della partenza ed io sono molto emozionato: come sempre. Ho paura di aver dimenticato qualcosa e controllo e ricontrollo tutto. Finalmente, chiudo a chiave la porta di casa, e via.
A Santiago ci arrivo dopo un lungo volo con scali a Madrid e San Paolo del Brasile: grossi aeroporti frenetici, tappe obbligate di un viaggio che non sento ancora mio.
Un piccolo aereo, altri 2 scali in piccoli aeroporti sulla sabbia e finalmente giungo ad Arica, sull'oceano all'estremo nord del Cile, al confine con il Perù.
Mi servono alcuni giorni per preparare la bici e il materiale, ne approfitto per girare i mercatini e i locali pittoreschi e fare le ultime compere. Nel residence dove alloggio trovo anche dei trentini, una simpatica famigliola che andrà in Bolivia con l'autobus.
Mercoledì 24 dicembre 1997, finalmente sono pronto per partire. Stringo forte le cinghie del bagaglio sul portapacchi della bici e ora incomincia veramente l'avventura, tutto é nelle mie mani e soltanto la mia energia e la mia determinazione possono farmi raggiungere l'obiettivo prefisso.
Pedalo lungo la costa e dopo 12 km imbocco la strada che mi porterà al lago Chungarà a 4570 metri.
La strada asfaltata percorre una valle resa verde da un torrente, tutt'intorno colline aride e mi alzo piano piano di quota.
Il caldo si fa sentire, spesso ho pedalato a 30°, ma in alcuni momenti la punta massima é stata di 37°.
La strada continua ad alzarsi dolcemente e così mi accompagnano le colline dalle curve morbide, la vegetazione é nulla e il traffico limitato a qualche bus e camion.
Lungo un torrente l'erba attira vigogne e alpaca, la giornata é bellissima e l'ambiente suggestivo; mi trovo oltre i 4000 metri, alcuni vulcani hanno le cime innevate.
Ho deciso di fare 2 tappe intermedie per evitare problemi di quota così in 3 giorni arrivo al lago Chungarà: 19 ore 20 minuti per percorrere 217 km e 5460 metri di dislivello.
Il lago, uno dei più alti del mondo, si presenta ai piedi dei vulcani gemelli Pallachata e mi accoglie nel suo lucente color smeraldo. Corro immediatamente sulla riva per ammirarlo da vicino.
La mattina dopo esco dalla piccola tenda alle 6:30, fa ancora molto freddo e trovo le mie scorte d'acqua ghiacciate, la temperatura questa notte é arrivata a -2°.
Ho volutamente piantato la tenda tra i bassi cespugli un po' lontano dalla riva perché sapevo che al mattino si potevano vedere moltissimi animali. Un risveglio meraviglioso, fenicotteri, folaghe, gabbiani andini qui trovano cibo e nidificano e sulle sponde alpaca e guanachi brucano.
Dal lago, che era stata una piacevole deviazione, torno indietro per 35 km e finalmente mi trovo al bivio della pista sabbiosa che porta a Colchane.
Mi piace pedalare sulla pista sola e arida, nonostante il sole violento che mi ha già scottato e gonfiato le mani.
Non incontro anima viva, solo gruppi di alpaca che mi attraversano la strada e si fermano a guardarmi immobili, quasi statuari.
Arrivato a Guallatiri, un poverissimo villaggio, una coppia di anziani pastori mi prepara una zuppa di patate e carne, non ho mangiato in tutto il giorno e anche questa brodaglia unta in qualche modo mi sazia.
Riparto: la pista é molto dura causa l'ondulé che fa traballare la bici e il vento che sale da sud di pomeriggio ed é sempre contro.
Uno di questi pomeriggi sono attaccato da un lama, scalcia e morde le mie borse, ho un po' paura, ma con freddezza uso la bici come uno scudo e ci giro intorno tenendola con una mano mentre con l'altra faccio alcune foto.
Il vento soffia contro inesorabile, fatico per tenermi nella stretta traccia della pista sconnessa e sabbiosa che gira intorno al Salar de Surire. Devo fare molta attenzione perché dei cartelli avvisano la presenza di mine nel territorio circostante: sono vicino alla Bolivia e le mine servivano in passato per difendere i confini cileni. Questa distesa di sale é una lama bianchissima che riflette e acceca, da lontano il caldo che sale e il vento producono sembianze di cavalli bianchi che galoppano, non ho mai visto una cosa simile.
Un giorno intero superando bivi senza indicazioni hanno fatto nascere in me un po' di preoccupazione, mi sono anche accampato su un bivio nella speranza che passasse qualcuno e finalmente paesi fantasma mi confermano che la direzione è giusta e mi danno energia per continuare.
Sapevo della difficoltà di questa pista, un viaggio lungo e rischioso, pochi lo avevano fatto e ancora meno in bici, un ambiente in cui l'acqua ha un'importanza e un rispetto che forse non ha, ma meriterebbe, in altri luoghi.
 Sono ora protagonista in una parte del mondo ricca dei più sorprendenti contrasti naturali, dai deserti infuocati dove vita non c'è, alle pampas, luogo di pascolo per lama e vigogne, fino al candido manto nevoso perenne che ricopre vulcani attivi di oltre 6000 metri.
É ormai qualche giorno che pedalo sull'altipiano.
Ho lasciato il mio paese, le sensazioni e i ricordi sono come cancellati dalla mia mente, mi sono completamente integrato in questo ambiente, pedalare fa parte del mio stare qui e continuo a farlo ancora un po', ancora un po', tutti i giorni, e solamente quando incomincio a sentire freddo e a vedere la mia ombra, unica compagna, allungarsi sulla pista, capisco di aver pedalato abbastanza: anche oltre le 10 ore.
A volte il cielo è coperto, l'inverno boliviano è un fenomeno climatico che interessa la cordigliera Andina e la sua maggior forza sono le precipitazioni violente con neve e grandine.
É invece fortissima l'escursione termica, fino a 40° di giorno e sotto lo zero di notte.
Le mie gomme artigliate tritano la sabbia sulla pista ed io sono sereno e mi sento libero. 
Questa zona desertica é immensa, bellissima, arida e spaventosa, vengo coinvolto in un tourbillon di emozioni, ho anche un po' di ansia e di paura: ci vuole, ma sono carico. La pista é spesso resa difficoltosa da buche e cunette che mi costringono a scendere e spingere la bici nella sabbia polverosa che ormai avvolge completamente tutto il mio materiale.
Dal gran carico rompo il portapacchi ed é un calvario, lo riparo in qualche modo con fascette metalliche, forchette e cucchiai che avevo recuperato sull'aereo, ma non é così rigido e continua a ballare sulle buche e a toccare la ruota limando il copertone.
Anche se ora il vento é a favore e la strada é in discesa, devo galleggiare sulla polvere e cercare da una parte all'altra il tratto più favorevole per non piantarmi.
Il portapacchi crea grossi problemi e inoltre in una caduta ho rotto la telecamera che mi serviva per fare il film dell'avventura, sono molto amareggiato.
Entro in un piccolo canyon dove si insinua un po' d'acqua, l'erba che cresce é durissima e sembra di plastica ma per il pastore aimara che incontro é un buon posto per il suo gregge di lama.
É un incontro stranissimo, lui sorride e quando gli porgo la macchina fotografica per farmi fare delle foto, lui la usa capovolta, probabilmente non ne ha mai preso in mano una. Quando a casa sviluppo i rollini non esce neppure una foto decente!

Da Colchane, 3730 metri, paese di frontiera con la Bolivia, decido di scendere a Iquique, sull'oceano, per riparare il portapacchi perché in queste condizioni non posso assolutamente portare a termine la spedizione, inoltre in questa città c'é una zona franca ed ho speranza di comperare una telecamera nuova.
Dopo 70 km di saliscendi e 1000 metri di dislivello (in salita), mi affianca una jeep.
I conducenti hanno visto che il mio portapacchi dondola vistosamente e mi chiedono se voglio un passaggio. Esito un attimo ma poi accetto visto che loro vanno proprio a Iquique.
Sono seduto dietro e durante il tragitto ci penso molto; usare la jeep mi sembra di barare, di fare una cosa scorretta, sto male dentro, volevo fare tutto con la bici, anche i vari trasferimenti, ma sto rischiando troppo, non ho molti giorni a disposizione e voglio terminare la spedizione in quota.
A Iquique risolvo i miei problemi, trovo un'officina e riparo la bici, compero pure una telecamera nuova e qualche giorno dopo sono sull'autobus che mi porta a Pica. Ho deciso cosi per evitare il grande traffico molto pericoloso sulla Panamericana e sto pensando all'ultimo dell'anno passato in compagnia di ragazzi conosciuti sulle strade di Iquique e terminato in casa Valdes, una famiglia che mi ha accolto con simpatia insieme a tanti parenti mangiando abbondanti piatti di carne e buon vino. A Pica, 1400 metri sul livello del mare, la strada asfaltata finisce e incomincia lo sterrato.
Questa pausa forzata di qualche giorno mi ha fatto perdere un po' di concentrazione, ho fatto male i calcoli e sono partito un po' tardi con un caldo che supera i 40°, è stata una vera pazzia. La strada, tutta in salita e su terreno sabbioso porta a 4000metri al Salar de Huasco.
La velocità è di circa 5-6 km all'ora, qualcuno a piedi potrebbe seguirmi parlando! Faccio molta fatica, pedalo moltissimo a causa del rapporto leggero, salgo anche di quota e la sento tutta. Sono talmente stanco che non riesco a pensare a nulla, ma cerco di andare sempre più su perciò pedalo finché la luce me lo permette e con la speranza di trovare un posto piano per montare la tenda.
Solamente quando proprio non ci vedo e barcollo decido di fermarmi vicino alla strada, sono esausto, monto la tenda e mi preparo da mangiare; è ormai notte fonda, il cielo è coperto e fa molto freddo.
La notte passa veloce, colazione e via verso il Salar. Ci arrivo in discesa, è un quadro vivo dalle tonalità pastello, il cielo, la pista, l'acqua, le montagne e il rosa degli aironi: mi fermo e l'ammiro accarezzato dal sole caldissimo. 
A sinistra della laguna, dopo qualche km trovo una serie di baracche costruite con sassi e tetti di lamiera. Sparsi tutt'intorno bottiglie di vetro, scatolette di metallo arrugginite, taniche e bidoni per l'acqua. Appesi a dei fili stanno ad asciugare vecchi vestiti, sembra un accampamento di sopravvivenza...è la casa di Lucas, un eremita che vive qui e non scende mai nei paesi. Me ne hanno parlato i carabineros che gli portano le provviste. Grido e chiamo, ma lui non c'è. 
Da un comignolo esce del fumo. Appoggio la bici e mi dirigo verso la porta fatta di assi legate assieme da filo di ferro. Dentro non c'è quasi nulla, tutto è nero, una lama di sole che entra dalle fessure illumina un vecchio materasso appoggiato su assi e vicino, un focolare acceso dove alcuni sassi tengono sollevata una grossissima pentola in cui bolle della carne con patate e carote. Ho fame: mi siedo su una cassa e ne prendo un po', mi sembra perfino buono, lascio dei soldi e ritorno al deserto.
Alle mie spalle il cielo è nerissimo, minaccia pioggia ed io pedalo velocemente per scappare. 
Le miniere e le cave disseminate lungo la pista sono punti di riferimento importanti per la mia sopravvivenza.Alla miniera di Collaguasi ci arrivo fradicio, esausto e affamato, impaurito dalla tormenta che mi ha sorpreso negli ultimi 20 km, i fulmini che con violenza si scaricavano nel terreno richiamavano alla mia mente vecchi film dell'orrore. Canadesi, Neozelandesi, Giapponesi hanno portato qui un'alta tecnologia che colloca questa miniera ad essere la più importante del mondo nell'estrazione del rame (di cui il Cile è un grande esportatore).
Vi lavorano 2000 persone e l'obiettivo è di arrivare a 7000.
Sono accolto come un eroe, tutti si complimentano, mi fanno molte domande e foto ma quello che più conta è che finalmente posso fare un buon rifornimento, una bella dormita e una doccia favolosa, anzi, più d'una.É un complesso veramente grande e organizzato, riesco persino a scrivere una E-mail agli amici che mi aspettano in Italia.
L'indomani vengo accompagnato da Victor, un uomo della sicurezza, a una ventina di km lontano dalla miniera perché è vietato spostarsi in questa zona senza permesso e mi avverte di stare molto attento perché più avanti la pista diventerà facilmente smarribile perché si incrociano altre piste senza uscita.
Mi racconta anche che il giorno prima molti operai hanno dovuto rinunciare a tornare a casa per il turno di riposo di 7 giorni perché sulla stessa strada che avevo percorso il pomeriggio con 35° aveva nevicato, grandinato e se ne erano perse le tracce.
Di giorno in giorno, di ora in ora seguo un ondulè continuo fatto di sabbia, sassi e terra e attraverso i vari parchi e salar: Lauca, Las Vicunas, Salar de Surire, Isluga, Cholchane, Salar de Huasco.
Incrocio altre piste, non ci sono indicazioni: un po' per istinto, un po' per comodità seguo una mia traccia che è diventata un sentiero. 
Non ho paura delle distanze, delle difficoltà, sono allenato, preparato: se la mia mente ha ideato un viaggio così estremo, il corpo si è dovuto adattare, ogni minuto libero è servito per allenarlo, la mia sicurezza sta' anche nell'acqua che mi porto, ho rinunciato a gran parte del materiale tecnico per essa, ho una tanica pieghevole da 15 litri e una sacca da 2 litri più altri 6 in bottiglie ed anche se il peso mi costa molta fatica, specialmente in salita, continuo con molto entusiasmo e determinazione.
La pista poco segnata finisce e mi lascia in un villaggio abbandonato e decadente che non è segnato sulla mia cartina; mi sono perso. L'avevo intuito in giornata ma non volevo crederci, ora è certezza.
Vicino ci sono poche croci di legno che indicano la presenza di un cimitero, gli ultimi abitanti probabilmente sono qui sotto e non mi possono suggerire nulla.
É un luogo che mi trasmette strane sensazioni, le emozioni si alternano dentro nello stomaco in una altalena di ansia, paura e angoscia. Vedo anche delle tarantole ma ugualmente decido di accamparmi anche se può non essere piacevole dividere la notte con questi simpatici animali, ma sono veramente stanco, la faccia bruciata, le labbra screpolate, le mani gonfie dall'ustione solare e in più il ginocchio destro che mi duole probabilmente a causa di un tendine infiammato.
 Controllo e ricontrollo cartina e bussola nel tentativo di trovare una via di scampo per non ritornare sui miei passi e rifare la strada fino al bivio dove ho sbagliato. La notte passa lentamente: non riesco a prendere sonno, continuo a guardare l'ora nella speranza che arrivi l'alba in fretta ma ogni volta sono passati solo pochi minuti.
La mattina dall'alto di una collina cerco un'illusione, la pista che non c'è.
Tutta la notte avevo pensato alla ferrovia ed ora la decisione: via ogni dubbio, devo seguire i binari, spero che non li abbiano tolti..! 
Per un paio di giorni sono il mio punto di riferimento che ritrovo anche sulla cartina. Li cavalco come facevano i cow-boys nel west ed arrivo ad un altro villaggio fantasma ma ritrovo una pista sicura: sono soddisfatto ed urlo di gioia.
L'inconfondibile figura del vulcano Ollague di 5870 metri che si staglia di fronte mi conferma di essere sulla strada giusta.
Le paure e le tensioni scompaiono, pedalo sulla via che ormai conosco, mi sembra da sempre, è familiare, so dove mi sta portando, non ho paura di essere solo, questa solitudine è materiale e ricercata, l'ho voluta ed è meno pericolosa di quella psicologica che a volte si vive in mezzo agli altri. 
Ora i miei amici sono i paesaggi infiniti, i vulcani fumanti, le distese di sale bianchissimo che acceca. Creo continuamente sogni forse per non pensare alla fatica, al caldo, al dolore, e vengo svegliato bruscamente quando incontro gli accampamenti dei lavoratori che estraggono litio, potassio e borace da questi salar, ma è un piacere perché so che il rifornimento di cibo e acqua è assicurato.
Il cibo che mi offrono lo divoro, gioisce il mio palato nel sentire un sapore diverso dai soliti liofilizzati che mi preparo.
Io e la bici siamo un unico blocco, forse abbiamo infranto una regola: non si passa in un deserto con la bici, e così il vento incessante diventa la nostra punizione.
L'avanzata a zig-zag é lenta e faticosissima, pedalo a 5, a volte anche a 4 km all'ora.
Testa bassa, vedo solamente una piccola parte di terra davanti alla ruota, fatta dalla fessura che rimane tra la visiera del berretto e la borsa anteriore fissata al manubrio.
Non ho mai pedalato così, rischio di cadere, una sfida alla resistenza, vento, sabbia che mi martorizza gli occhi e li fa lacrimare, mi entra nel naso e non riesco a respirare. Mi ritrovo in mezzo ad altri campi minati che fanno aumentare la mia ansia, non posso fermarmi o allontanarmi dalla pista.
La bici si arrende alla polvere più volte, la catena cigolante chiede pietà, la pulisco con il gasolio del mio fornello.
Dopo circa 1000 km sono all'oasi verdissima di Chiu Chiu, un paesino molto pittoresco e accogliente a 2400 metri, é pomeriggio e sul rio Loa dei ragazzi fanno il bagno. Qui trovo un buon posto per mangiare, passare la notte e recuperare: domani incomincia una giornata nuova, so che sarà molto dura perché dovrò andare in quota a 4500 metri circa.
La pista a volte è molto brutta: un serpente che sale silenzioso e si mostra in tutte le sue curve, il vento mi fa sempre compagnia, mi fermo spesso a riposare e dopo 9 ore, 2700 metri di dislivello e circa 100 km arrivo ai geyser di El Tatio a 4500 metri.
La prima cosa che faccio, anche se la temperatura è di 7°, mi tuffo in una pozza di acqua calda, il mio corpo galleggia e i vapori sulfurei sono inebrianti, sto giocando e per un attimo non penso all'ambiente ostile e avaro.
Dopo giorni e giorni finalmente mi lavo e me lo gusto tutto.
Poi il solito rito serale, pianto la tenda e metto tutto all'interno, anche l'acqua (quand'è rimasta fuori l'ho trovata ghiacciata). E infine preparo la cena a base di latte e carboidrati in polvere, carne e verdura liofilizzati, aminoacidi ramificati e vitamine in pillole: una vera delizia ..!
La notte è passata tra spaventi e palpitazioni, boati ed esplosioni, sembrava che la terra dovesse inghiottirmi da un momento all'altro, forse ho messo la tenda troppo vicino ai geyser e la mattina lo spettacolo che si presenta è spettrale e meraviglioso nello stesso tempo.
Sono i geyser situati alla quota più alta nel mondo.
I fumi sono molto bassi e densi, si incrociano fra di loro come in una danza lenta perché non c'è molto vento, è ancora un po' buio e i colori vanno dai vari grigi ai viola mescolati dal bianco carico.
Io ci giro in mezzo con la bici.
Mi sembra di aver vissuto in un video game troppo pericoloso, fuggo e mi lascio alle spalle l'anticamera dell'inferno.
Pedalo all'impazzata e scendo di quota fino ai 2400 metri, é caldissimo, la temperatura sale oltre i 40° e mi ritrovo in un altro gioco stupendo, la Valle della Luna.
Un paesaggio che avvolge nei suoi caldi colori di arancio e che prende vita nella notte sotto la luna piena... mi commuovo.
É l'ultima notte in tenda e comincio a rilassarmi, la mia mente spazia sull'infinito, sui ricordi, sui momenti di queste 16 tappe, 1328 km, 18200 metri di dislivello, 106 ore e 25 minuti di pedalate: San Pedro de Atacama ormai é vicina. Ci arrivo il 10 gennaio 1998. Mi appare come un'oasi verdissima sotto l'imponente vulcano Licancabur di 5916 metri nel cuore del deserto cileno lungo l'antico cammino degli Incas e luogo di sosta dei vecchi esploratori.


É forse la quotidianità, con le sue continue sfide nella vita sociale, nel lavoro, nell'amore, che alimenta questo mio bisogno di affrontare prove fisiche ed avventure anche estreme, lasciandomi ogni volta la voglia di ricominciare con rinnovata energia un altro viaggio, un'altra riscoperta di me stesso.