|
|
| Ultra maratona della Libya di 120 km
di Maurizio Doro
(Pubblicato su Correre Marzo 1999)
Sono sul pullman
già da qualche ora, abbiamo fatto solo alcune centinaia di chilometri e langusto
spazio tra i sedili nonostante sia di lusso comincia a farsi sentire, la schiena duole e i
muscoli delle gambe hanno bisogno di muoversi Anche laria condizionata sembra dar
fastidio, non si vede lora di arrivare alla meta perché lo stare così fermi stanca
molto. Mancano ancora 1000 chilometri a Ghat. E questo fa venir da ridere se vi sto per
dire che su questo pullman ci sono atleti che stanno per partecipare ad una ultra maratona
in autosufficienza e orientamento di 120 chilometri in uno dei deserti più affascinanti e
spettacolari lAKAKUS. Cosa spinge questo pugno di uomini a partecipare a una gara
così estrema?
Ci siamo incontrati a Roma lappuntamento
era allaeroporto e Paolo Zubani, nostra luce e guida, ci aspettava in uno smanicato
blu con la lista preordinata. Qualcuno lo conoscevo già dalle esperienze precedenti,
altri li sto conoscendo ora in pullman. Il trasferimento è molto lungo, infatti per via
dellembargo che subisce la Libia lingresso in questo Paese è permesso solo
via terra e così il nostro viaggio in pullman parte da Djerba in Tunisia al confine
libico, poi siamo consegnati ad una scorta di militari che ci accompagnerà per tutta la
permanenza sul territorio evitando così fastidiosi contatti e perdit e di tempo ai vari chek-point distribuiti
lungo la strada. In un lato del pullman si chiudono le tendine, per ripararsi da un sole
implacabile, così da oscurare un po' linterno: molti, come accade nei lunghi
viaggi, si addormentano con la bocca aperta. Siamo tutti curiosi, ci scambiamo impressioni
e vogliamo conoscere le avventure degli altri. Quando le racconta uno gli altri ascoltano
e fanno domande e ad ognuno di noi sembra che le sue siano eccezionali, incredibili, poi
è il turno di un altro e il ruolo si inverte. Cè di tutto: chi attraversa i
deserti in jeep, chi in moto chi in bici chi corre nella jungla chi ha fatto il doppio o
il deca-ironman. Ora a tutti noi tocca attraversare il deserto a piedi. Cè anche un
videoregistratore che fa girare le immagini della Marathon des Sables disputata in
Marocco. Qualcuno si riconosce e ci sono grida ed applausi. Anche gli assistenti libici
poco a poco si rivelano cordiali, simpatici e partecipano anche loro alla bagarre ed a
volte quando la noia e la stanchezza sta per prevalere intonano canti. La sosta nelle
vicinanze di Tripoli in un grande dormitorio scout spezza il viaggio ma sono solo 5 ore di
recupero per cui si pensa solamente di rimediare un posto in qualche letto a castello
nella grande camerata e a dormire subito. La mattina con gli occhi ancora gonfi ci
scambiamo i primi buongiorno e ci ritroviamo nella sala mensa per un'abbondante colazione.
Per un giorno intero il pullman macina chilometri e chilometri su un buon asfalto e
attraversiamo tutta larea desertica del Nord incontrando di tanto in tanto piccoli
villaggi impolverati, sufficiente motivo per una sosta per sgranchire i muscoli.
Finalmente siamo a Ghate, è buio, la strada asfaltata è finita e il pullman prende
disegna improbabili zig zag lungo una pista sabbiosa per qualche chilometro. Grandi
nuvoloni di polvere si alzano, ma in lontananza si intravedono le luci del campo, eccoci
tutti schiacciati sui vetri con gli occhi puntati, ci siamo! Il campo è piccolo ma molto
ordinato e ben organizzato.
|
|
Patrizio ci accoglie con un abbraccio e ci
indica alcune tende berbere nere dove alloggeremo. In questi primi giorni di preparazione
e controlli qualcuno inizia a fare i primi passi e qualche corsetta sulla piana, altri
passeggiano sulle dune incominciando a familiarizzare con lambiente, sintonizzandosi
sulle nuove lunghezze d'onda. Ho un po' di nausea, sono intontito, ma è normale mi dice
Patrizio: sia lui sia gli altri assistenti del campo qualche giorno prima hanno avuto la
febbre. Agli organizzatori abbiamo consegnato tutto il nostro bagaglio, che ritroveremo
poi allarrivo. Spero.
Rimane solo lo zaino con lautonomia di
tre giorni ed il sacco a pelo. Ricontrollo, rismonto, rischiaccio il materiale ed alla
fine sono poco meno di quattro chili. Sono pronto, il domani non mi coglierà di sorpresa.
Alla sera nel sacco a pelo penso a questa gara, lho cercata, desiderata, il deserto
è un ambiente che mi è particolarmente caro. Lo sento vicino, lesperienza
acquisita attraversando la zona desertica del Tibet e del Pamir, larido deserto di
Atacama in bici in solitaria e la Marathon des Sables in Marocco mi rendono sicuro e hanno
fatto crescere in me il desiderio di provare unaltra emozione molto forte. Tutto è
silenzio e calma, dalle varie tende si sente bisbigliare, racconti di spedizioni, di
viaggi, noi invece parliamo di stelle e di costellazioni, poi tutti a nanna. La mattina
della partenza il campo viene completamente smontato e Patrizio, a bordo della moto
staffetta, ci fornisce le ultime istruzioni e noi ci sistemiamo ben stretto lo zaino
tirando gli spallacci e fissando forte il marsupio. Alle nove si parte e il gruppetto, che
corre in direzione CAP 270, incomincia ad allungarsi e a sparpagliarsi. A questa prima
edizione partecipiamo in trentuno, pochi davvero, ed i centoventi chilometri ci isolano
inesorabilmente l'uno dall'altro. Cosa che comunque mi rende euforico perché questa gara
ha il sapore della vera avventura. Non è collaudata e gli imprevisti sono una componente
che si mescola alla fatica e alla solitudine.
|
Io voglio correre solo, farla mia questa
avventura. Non ho ancora preso il mio ritmo fisico e mentale che dopo un'ora mi rendo
conto di non essere nella direzione giusta. Ad un primo villaggio dovevo girare a
sinistra, non l'ho visto e così mi ritrovo su una larga pista oltre alcune rocce. Stiamo
correndo in prossimità del confine con l'Algeria. Un dubbio m'assale: ho sconfinato. Per
un attimo questo luogo mi
comunica strane sensazioni, angoscia, ansia, paura. Perché, pur tornando indietro, non
troverei più nessuno al campo (e nemmeno il campo, per la verità). Mi sento veramente
solo. Cerco di mantenere la calma, controllo la bussola e la cartina, così decido di fare
un ampio cerchio all'indietro ed in direzione del primo controllo, in modo da poter
trovare le tracce di chi mi ha anticipato. Dopo trenta minuti ci sono ed arrivo ben presto
al controllo per il rifornimento d'acqua. La bellissima formula della gara è quella di
non avere un road-book completo, ma di trovare le indicazioni del percorso ogni venti
chilometri, da un controllo all'altro, sulle bottiglie. Alcuni atleti sono fermi, io
prendo le bottiglie e via. E' molto caldo e si corre su sentiero battuto. Mi fermo
volentieri a fare alcune foto e qualche volta esco dalla pista per esplorare per qualche
centinaio di metri alcune piccole valli, intrufolandomi tra rocce e dune. Mi alzo su un
altopiano roccioso, dove è situato il secondo controllo. Qualcuno si è fermato a
mangiare. E si parla della guida libica che è stata punta da uno scorpione mentre
smontava il campo di partenza. Dicono che la zona sia ricca di questi animali e di fare
molta attenzione quando si corre sulle pietraie o ci si siede(ed è per questo che nel
nostro zaino cè anche un kit succhiaveleno obbligatorio).Io invece dopo aver forato
la cartolina di plastica che si porta al collo per ritirare la propria razione
dacqua proseguo camminando mentre mangio formaggio, miele, biscotti e frutta secca,
bevendo sali e integratori. Corro molto piano su questo plateau sassoso che mi obbliga ad
una grande attenzione la fine mi sembra non arrivare mai, il sole è a picco sulla testa,
non tira un filo di vento e la temperatura supera i trentacinque gradi. Di tanto in tanto
mi fermo a bagnarmi la testa perché fa veramente caldo (sapendo delle difficoltà in
questo tratto ho preferito prendere quattro litri e mezzo dacqua) e mi giro, nessuno
mi segue. Le piccole dune che vedevo in lontananza ora stanno crescendo le loro curve sono
dolci, mi sembra di vedere la schiena di un grande dinosauro. |
Dopo qualche ora corro alla
base di queste alte montagne è faticoso e sono in salita, le scarpe sono piene di sabbia,
la sento entrare ad ogni passo ma vedo il controllo tre, resisto e arranco
sullultima grande duna. Sotto la tenda berbera Marco sta mangiando e Aldo è steso a
braccia e gambe aperte a dei giramenti e nausee dal grande caldo. Ci scambiamo solo poche
parole. Gli assistenti sono molto gentili e premurosi anche per loro è una bellissima
esperienza e per la prima volta si sono avvicinati ad un nuovo ambiente poco conosciuto,
non solo sport ma avventura, contatto estremo con lambiente, ricerca di nuovi confronti, la
fatica viene dopo. Seduto in un angolo, dopo che mi Hanno aiutato a togliere lo zaino
guardo la sabbia uscire silenziosa dalla scarpa, quanta! Controllo i piedi, sono gonfi ed
è per questo che utilizzo scarpe un numero più grandi, neanche una vescica, cambio le
calze e sono pronto a proseguire, mi sembra di non essere neanche stanco e sono solamente
a metà percorso. Un continuo su e giù come le onde del mare mi isolano e anche se mi
giro vedo solamente per qualche centinaio di metri. È ormai qualche ora che corro in
questo deserto. Ho lasciato il mio paese, le sensazioni e i ricordi sono come cancellati
dalla mia mente, non ricordo più le voci e i visi dei miei amici i problemi mi sembrano
cosi lontani, mi sono completamente integrato in questo ambiente, correre fa parte del mio
stare qui e lo continuo a fare ancora un po, ancora un po ogni minuto e
solamente quando incomincio a sentire un po di freddo e a vedere la mia ombra
allungarsi sulla pista capisco di aver corso tanto. La seconda parte del percorso è solo
sabbia, a volte si sprofonda molto con molta regolarità bevo e mangio, i colori delle
dune e le ombre si fanno caldi. È il tramonto. Incontro Patrizio mi chiede come sto e
parliamo un po del percorso. È stanco anche lui, teso sempre sulla moto. Con un
po di luce facevo lultima duna sembra un muro altissimo quando scendo
dallaltra parte quasi cado. Come un serpente segua la pista ed entro fra le rocce.
Un po cammino un po corro, lorientamento si fa difficile. Le rocce si
aprono allorizzonte e la luna mi appare come un incanto, è un bellissimo occhio
luminoso, mi abbandono, mi siedo e mi commuovo. Le ombre danzano tra loro ed io posso
continuare senza la lampada frontale, le paure e le tensioni scompaiono la pista mi sembra
di conoscerla da sempre non ho paura di essere solo, questa solitudine è materiale e
ricercata, lho voluta ed è meno pericolosa di quella psicologica che a volte si
vive in mezzo agli altri. Ora i miei amici sono le distese infinite che accecano, le
rocce, le dune. Creo continuamente sogni forse per non pensare alla fatica al freddo al
dolore e vengo svegliato bruscamente quando vedo da lontano le luci delle tende e gli
assistenti ai controlli, ma è un piacere perché so che il rifornimento dacqua è
assicurato. Gli ultimi controlli mi sono sembrati cosi vicini che mi ritrovo con gli
assistenti al centesimo chilometro a chiacchierare della fine della gara
allapparenza ormai imminente. Loro indossano giacca in piumino e berretto cè
anche vento, mi chiedono se ho freddo ed io rispondo che non lo sento e poi mi mancano
solo venti chilometri! Ho riempito solamente meta borraccia e sono ripartito in
pantaloncini e maniche corte anche se nello zaino avevo la maglia di pile. Incontro la
jeep di Gianni con qualche ritirato, mi fanno i complimenti, mi sento protagonista. Ho
ancor a grande energia ma piano
piano mi accorgo che le soste per togliere la sabbia dalle scarpe sono molto frequenti e
il rialzarmi ogni volta diventa faticosissimo. Gli ultimi quattro-cinque chilometri li
faccio al rallentatore e mi insinuo fra le rocce. Non so se la stanchezza, la fame, la
sete, il sonno, le allucinazioni, la commozione ma su tutte queste rocce la luna scolpisce
volti e figure. Vedo gnomi, elefanti, indiani e la testa gigantesca di un simpatico
maialino che sembra lontana e irraggiungibile. Mi sembra di sentire anche delle voci ma è
solo il vento che mi sfiora. Cammino trascinandomi e dopo quattro ore si vede la lampada
stroboscopica che indica la zona di arrivo, bisogna superare un ultima duna, quasi non la
vedo e ci sbatto contro. La supero arrampicandomi anche con le mani. Dalla sommità mi
appare il campo illuminato sotto un arco naturale, un monumento stupendo. Tutta
lenergia è nellultimo scatto mentre taglio il traguardo tra gli applausi i
complimenti e gli abbracci reciproci dei compagni. Un momento unico che ricordo ancora con
grande sentimento e rispetto mentre la sera, solo, corro sui ghiaioni delle spiagge del
mio lago di Garda dove vivo. È stata una settimana molto viva e intensa per convivenza e
confidenza trascurando completamente lo stato sociale della persone di fronte tutti ci
siamo data una mano senza pensare alla performance il solo desiderio era quello di
conquistare il nostro AKAKUS, qualcuno è arrivato il giorno dopo malconcio ma ugualmente
contento. Un grazie di cuore a Paolo e Patrizio, a tutto lo staff, ai cuochi, aiutanti e
agli amici di AVVENTURA in particolare ERIS ci vediamo in Alaska per lIditasport
bike. |
|
|
|