Era
da tempo che il Cammino di Santiago mi stuzzicava; mi è
capitato più volte che situazioni, racconti, libri, me lo
ricordassero. L’ultima di queste è stata nel periodo
pasquale quando per caso il mio occhio è caduto su un
manifesto di un gruppo di scout che raccontavano la loro
esperienza. In quel momento mi sono detta: io ci vado
e ci vado quest’anno.
Così ho
iniziato la ricerca di informazioni sul Cammino, e in questo
la rete è stata una miniera. Numerosi i siti in cui si trova
praticamente tutto: da come ottenere la credenziale (il
documento che identifica il pellegrino e senza il quale non
è possibile compiere il Cammino) a come organizzare il
proprio zaino; dalla descrizione delle tappe alle
informazioni sugli albergues. A corredo del mio bagaglio
anche una preziosa guida da sfogliare lungo il viaggio.
Raccolte le
informazioni e schiarite le idee, il passo successivo è
stato cercare la vera voglia di partire, lo stimolo giusto.
Quando e
con chi partire
E’ in questo
il caso, la provvidenza o il destino che dir si voglia,
hanno fatto la loro parte; hanno voluto infatti che
incontrassi la compagna giusta per questa particolare
esperienza: Anna. Amica di amici, perfetta sconosciuta al
momento della partenza, ottima compagna di viaggio.
Io e Anna
Il primo
incontro tra me ed Anna è stato qualche settimana prima
della partenza: appuntamento da film (a tale ora in tale
posto, ci mancava solo la rosa rossa in mano), appena viste,
a pelle, c’è stata subito intesa.
Dopo esserci
scambiate le rispettive impressioni ed esserci informate dei
problemi di salute dell’altra (un concentrato di emicranie e
allergie), abbiamo deciso la data di partenza e la città da
cui iniziare: sabato 20 giugno, Roncisvalle.
Sapendo già
che il mio Cammino non si sarebbe concluso a Santiago (con
tre settimane di ferie il mio obiettivo era la città di Leon,
percorrendo così i due terzi del Cammino), ho sperato che
tale esperienza sarebbe stata comunque abbastanza lunga per
cogliere lo spirito di questo viaggio diverso dal solito.
Prima
tappa: 20 giugno 2009
Roncisvalle-Zubiri: 18 km, 6h.
La tappa è
stata gradevole: immerse nel verde dei boschi della Navarra,
fortunatamente senza pioggia, nonostante le nuvole basse e
minacciose, ci siamo subito mescolate con gli altri
viandanti.
Ognuno con
il suo passo, questo è stato l’accordo che io ed Anna
abbiamo fatto prima della partenza, e così è stato. Abbiamo
spesso camminato da sole, fin dall’inizio, per non imporre
all’altra un ritmo diverso dal proprio, sapendo che comunque
ci saremmo ritrovate a fine giornata.
La “concha” di segnalazione del percorso
Non avendo
mai viaggiato per ostelli, l’arrivo ed il cerimoniale nel
primo albergue sono stati per me inediti. All’Albergue
municipale di Zubiri, ho occupato uno dei posti letto che
poteva accogliere indistintamente uomini e donne. Dopo una
doccia calda ho stretto amicizia con quelli che poi
sarebbero diventati i compagni di viaggio: gli spagnoli
Oscar e suo papà Mariano; Valter e Michele, due “saggi”
italiani incontratisi attraversando i Pirenei che, con le
loro animate discussioni, hanno vivacizzato la tappa agli
altri pellegrini più silenziosi.
La compagnia
da subito ha mostrato il suo carattere: Mariano appassionato
di lirica, perfetta guida turistica del Cammino, della sua
storia e dei suoi personaggi; Valter, collante del gruppo ma
anche provocatore, pronto ad innescare dibattiti religiosi,
politici, storici e di qualunque argomento che facesse
scattare l’orgoglio patriottico di Michele; Michele grande
appassionato di storia medievale, Oscar coetaneo mio e di
Anna, un vero sportivo che ha voluto accompagnare il padre
in questo viaggio approfittandone così per “staccare la
spina”.
Albergue di Zubiri: socializzazione tra pellegrini
Già dalla
prima tappa è chiaro che il Cammino di Santiago non ha a che
fare con quello che è stato nei secoli passati: non
pellegrini con colpe da espiare, ma tanti viandanti che si
sono ritagliati un proprio spazio esclusivo e che godono
della opportunità di essere turisti in maniera non del tutto
tradizionale. Il tutto condito con un impegno fisico
indispensabile a far nascere quello spirito di solidarietà
che amalgama le persone.
Un’altra
immagine che si è impressa nella memoria fin dai primi passi
è stata l’omogeneità di equipaggiamento dei pellegrini.
Sembravamo infatti usciti tutti (o quasi) dallo stesso
negozio: indumenti rigorosamente tecnici, tutti delle stesse
marche, dai pantaloni agli zaini, dalle maglie ai sacchi a
pelo. La definizione che mi salta subito in mente per
definire questo serpentone colorato di camminatori è: campo
itinerante di pellegrini griffati “quechua”. Quasi servisse
un’ulteriore prova di quanto il mondo sia globalizzato.
Seconda
tappa: 21 giugno 2009 Zubiri-Pamplona:
24 km, 7h.
L’impressione è di essere nell’ombelico del mondo: sono
tutti qui infatti, da qualunque parte del mondo per
ripercorrere un viaggio che ha segnato la storia
dell’Europa. Ma siamo consci che queste strade, oggi
percorse in allegria, furono attraversate da tanti cristiani
penitenti, quando un viaggio del genere poteva prevedere
anche il non ritorno a casa?
Particolarità del viaggio per chi lo compie a piedi è il
ritmo: più o meno lo stesso per tutti. Così al termine della
tappa, nell’albergue, si incontrano le persone che hai già
visto durante la giornata, e più passa il tempo e più cresce
la confidenza con il tuo vicino di branda; tutti uniti da
uno strano sentimento di fraternità e amicizia, che cresce
in maniera proporzionale al numero di ampollas
(vesciche) e di dolori fisici che, prima o poi, ogni
pellegrino deve affrontare. Così anche nell’albergue di
Pamplona assisto e partecipo alle operazioni di medicazione
dei piedi, di scambio di massaggi in parti doloranti del
corpo. Riti che si ripetono tutti i giorni.
Pellegrini mentre aspettano l’apertura dell’albergue
di Pamplona
Non bisogna
dimenticare che il cammino è un viaggio caleidoscopico, il
lato turistico è una delle sue caratteristiche: si
attraversano città e località (importanti o anonime) che,
grazie a preparati compagni di viaggio, come Valter, Mariano
e Michele, hanno un senso anche per chi come me conosce così
poco di tutto ciò.
Pamplona
è la prima tra le grandi città che si incontra: visita al
centro storico con Mariano, la guida del giorno.
La città, in
attesa di festeggiare San Firmino, ha cambiato il suo volto:
staccionate in legno un po’ ovunque, preparativi alla famosa
corsa dei tori per il centro. Obbligatoria la sosta al cafè
Iruña frequentato da Hemingway.
Il Cafè Iruña a Pamplona
Ad
aggiungere una nota pittoresca alla giornata è stata la
benedizione del pellegrino a cui abbiamo preso parte nella
cattedrale. E’ il momento in cui più ho percepito quanto il
Cammino sia internazionale: il prete elenca le diverse
nazionalità dei presenti e la benedizione viene data anche
in altre lingue oltre a quella spagnola. Il rito si è
concluso con un salve regina, cantata non senza difficoltà
da buona parte dei presenti.
Terza
Tappa: 22 giugno 2009 Pamplona-Puente
la Reina: 25 km, 7 ore
Tappa
impegnativa per via del passaggio all’Alto del Perdon, il
cui nome sicuramente non gli è stato dato per caso: chissà
quanto colpe ha condonato per la fatica nell’attraversarlo.
La salita ha
richiesto un po’ di resistenza, la discesa invece ha messo a
dura prova gambe e ginocchia; ma di questo ce ne accorgeremo
tutti solo la mattina successiva, quando alzarsi dal letto
significherà vincere i dolori prodotti dall’acido lattico di
cui si sono impregnati i muscoli.
Durante la
tappa io, Anna e Michele abbiamo avuto il piacere di
conoscere una donna che gentilmente ci ha offerto la frutta
del suo giardino: ci aspettava, o meglio aspettava che
qualche pellegrino si fermasse alla fontana del paese. Come
al solito tutti di fretta, un corri corri a chi arriva per
primo. Fortunatamente ha trovato noi che non ci siamo tirati
indietro e abbiamo così potuto godere della generosità
spontanea di questa donna e delle squisite albicocche del
suo orto.
Merenda inattesa
Arrivati a
Puente la Reina dopo i soliti riti (doccia, lavaggio
indumenti, pranzo e relax per il corpo), abbiamo visitato la
città con Mariano la guida del gruppo.
La cittadina
è il tipico esempio di centro fondato esclusivamente per il
Cammino: in una zona dove gli altri paesi erano troppo
distanti tra loro, fu necessario prevedere un luogo di sosta
per i pellegrini. Così nei secoli passati ecco comparire il
paese, ossia la Calle Mayor e l’hostal per pellegrini.
La serata si
è conclusa con un momento di convivialità di fronte ad un
piatto di spaghetti.
Mentre ai
fornelli mi cimentavo nella preparazione del piatto
nazionale, i pellegrini coreani creavano il loro a base di
maiale e chissà che altro, mentre altri ragazzi, che
giocavano in casa, cucinavano chorizo. Ovviamente a
tavola si è poi mangiato “internazionale” per lo scambio
inevitabile delle pietanze.
Quarta
Tappa: 23 giugno 2009 Puente la
Reina-Estella : 22 km, 6 ore
La coppia di
viaggio genitore-figlio, come Oscar e Mariano, la si
incontra di frequente. E’ bello vedere che due generazioni
decidono di fare un’esperienza del genere insieme, si tratta
di famiglie dove esiste un dialogo.
Anche
stavolta la città di arrivo ha uno storia particolare,
legata al Cammino. L’hospitalero dell’albergue municipale
ci ha spiegato che in passato questa città, fondata intorno
all’anno mille, fu un importante centro religioso per via
del gran numero di chiese.
Ed io come
al solito, invece di fare la pennichella, ne ho approfittato
per andare in giro a curiosare e a scattare foto.
Di questa tappa il momento più interessante è stato
l’incontro con Josè Maria. Medico della Croce Rossa assiste
i pellegrini con dedizione e senza interesse.
Mi rendo conto che in passato forse sarebbe stato più
semplice incontrare personaggi il cui spirito di assistenza
nasce dal cuore. Quelli che un giornalista ha definito i
“debitori” di questo mondo.
Josè Maria ha assistito Anna e Oscar per i loro problemi
alle gambe ed ha dedicato un massaggio anche alla mia
schiena.
La sua è stata una cura del fisico ma soprattutto dello
spirito.
Sottofondo
con musiche orientali di rilassamento, Josè ha illustrato la
sua visione del Cammino. Per lui è un momento della nostra
vita, che si faccia per motivi religiosi, turistici,
culturali o solo per sport, si è comunque alla ricerca di
qualcosa, anche se questa ricerca è solo una delle tante
esperienze della vita. Come nel Cammino anche nella vita
bisogna essere capaci di cogliere sensazioni, gioie e
momenti che ci danno quel qualcosa in più. Insomma: la vita
è magica, siamo noi che dobbiamo viverla magicamente. Parole
di Josè Maria.
Oscar e Anna nell’ambulatorio di Josè Maria
Quinta
Tappa: 24 giugno 2009 Estella-Los
Arcos : 20 km, 6 ore
Dopo qualche
giorno eccomi finalmente in sintonia con il mio viaggio:
niente più domande, niente più ricerca di risposte a tutti i
costi ma semplicemente mi godo il momento con tutto quello
che l’attimo offre; mi guardo intorno e piacevolmente
osservo: persone, luoghi, situazioni. In più, con la mia
macchina fotografica posso congelare quello che il mio
occhio vede. E’ una passione che in questo viaggio si
trasforma anche in compagna: l’atto del fotografare, del
cercare di cogliere e trasmettere le sensazioni, richiede
una sorta di “isolamento” che nel Cammino raggiungi, anche
se al tuo fianco hai sempre il serpentone colorato di
pellegrini.
Marcelino e il suo “sello”
Ormai per
gli altri pellegrini io, Anna, Valter e Michele siamo gli
italiani, e per noi gli altri sono gli spagnoli, i coreani,
gli americani, i polacchi, insomma “il resto del mondo”. Da
giorni camminiamo tutti fianco a fianco e, nonostante i
limiti di comunicazione, ci si capisce anche quando si
finisce per parlare in “esperanto” o con gli italianissimi
gesti.
lavaggio panni
Il problema
della stanchezza a fine giornata è legata non solo ai
chilometri che ogni giorno vengono percorsi ma al sole che
inizia a picchiare forte nelle ore di punta. A questo si
aggiunge anche che non è sempre facile riposare nei
dormitori, spesso promiscui, che accolgono dalle poche
persone alle diverse decine. Unico inconveniente di queste
strutture che comunque restano il punto di ritrovo per la
maggior parte dei pellegrini. Se infatti è facile trovare
delle camere in affitto un po’ ovunque, anche nei centri più
piccoli, e senza l’orario del coprifuoco, negli albergues si
respira quella speciale atmosfera di aggregazione.
Sesta
Tappa: 25 giugno 2009 Los
Arcos-Logroño : 29 km, 8 ore
Appena
arrivati a Logroño abbiamo dovuto aspettare in fila che
aprisse l’albergue municipale. Stavolta il gruppo si è
separato e i saggi (Valter, Michele e Mariano) hanno
preferito quello parrocchiale. Ottima scelta per loro, per
noi non tanto. Anche stanotte dormitori da 24 posti letto,
tutti occupati.
Fuori dall’albergue, parata di scarpe
Oggi per la
prima volta abbiamo avuto la dimostrazione di come si
comporta un verso hospitalero: io, Anna e Oscar, con
intercessione di Valter, siamo stati invitati a cena nella
casa parrocchiale. Arrivati abbiamo trovato già la tavola
apparecchiata e imbandita con piatti della cucina cinese
(cuoco cinese, cucina cinese). Ospitalità genuina: massima
disponibilità, cibo abbondante e buono.
Sicuramente
è più facile incontrare queste persone nei centri di
accoglienza più piccoli, gli albergues che ospitano
centinaia di persone al giorno non sempre possono essere
gestiti con lo stesso spirito. Peraltro le case
parrocchiali, in alcuni paesi, costituiscono la sola scelta
obbligata.
Cena nella chiesa parrocchiale di Logroño
Durante la
giornata a Logroño, grazie alla solita guida Mariano e al
carattere espansivo che contraddistingue gli spagnoli, ho
avuto il piacere di visitare una delle associazioni
eno-grastronomiche spagnole. Gentilmente siamo stati
invitati a visitare lo stabile, in cui si trovano cucine e
lunghe tavolate che ogni giovedì accolgono i soci per i loro
incontri culinari. Ospitalità che si è materializzata con un
buon bicchiere di vino della regione della Rioja di cui
Logroño è il capoluogo.
Associazione eno-gastronomica di Logroño
Diverse sono
le persone che, con i loro racconti e le loro esperienze,
arricchiscono il mio viaggio: Mariano che, mentre arrivavamo
in città, ha raccontato a me e Anna della Spagna durante il
regime di Franco; e Francesco, torinese emigrato da quarant’anni
in Brasile, che ha raccontato cosa significa vivere in una
metropoli come San Paolo, e come funziona realmente la
politica di Lula a favore dei più poveri in Brasile. E’
questo il bello del Cammino: è un viaggio intorno al mondo,
sulle esperienze di coloro che vivono altrove, percorrendo
però solo qualche “manciata” di chilometri al giorno.
Settima
Tappa: 26 giugno 2009 Logrono-Najera :
30 km, 8 ore
Anche questa
tappa è stata impegnativa perché lunga. Oggi il nostro
gruppo di camminatori si è frammentato. Fermati in un
piccolo paese a qualche chilometro da Najera, io e Oscar
decidiamo di proseguire mentre gli altri si rimettono in
viaggio, ma solo dopo la meditazione pomeridiana. Negli
albergues intermedi, a seconda della ospitalità, è possibile
rinfrescarsi, rifocillarsi, prima di rimettersi in viaggio.
Così hanno fatto Valter e Anna che sono arrivati a Najera
nel tardo pomeriggio, evitando di camminare sotto il sole
nelle ore di punta, quando i chilometri valgono doppio nella
raccolta punti del pellegrino.
Raffreddamento ad acqua per il mezzo di locomozione dei
pellegrini
L’albergue
municipale di Najera è quello più promiscuo in assoluto: un
solo camerone con circa 100 posti letto in cui dormire è
stata per me l’impresa della giornata. Credo di non essere
stata l’unica ad assistere al concerto dell’ensemble “piedi
stanchi”: quanti solisti, ognuno con il proprio ritmo
interrotto da qualche improvvisato direttore e dal suo “Ssssst”.
La cittadina
di Najera era in festa, anche se siamo dovuti rincasare alle
dieci (orario del coprifuoco solito negli albergues) siamo
riusciti comunque a gustare alcuni momenti di allegria.
La corrida dei più piccoli a Najera
Ottava
Tappa: 27 giugno 2009 Najera-Santo
Domingo de la Calzada : 20 km, 6 ore
La giornata
è iniziata con i saluti di Oscar: terminate le ferie si
rientra a casa, nel suo caso a Barcellona. E’ stato un
piacere averlo conosciuto; è strano come si possa in così
poco tempo conoscere in maniera così profonda persone che
qualche giorno prima erano dei semplici sconosciuti: qui hai
il tempo e la voglia di condividere, senza troppi pudori, le
tue preoccupazioni, piccole o grandi che siano.
“sole basso”
Arrivati a
Santo Domingo de la Calzada, sempre in orari improbabili in
cui il sole ti martella la testa, siamo andati a pranzare in
un ristorantino scovato dal solito Mariano. Che guida: in
ogni paese ha sempre cercato il posto migliore per la nostra
“comida”, e non ha mai sbagliato.
La cena
invece è stata offerta dagli hospitaleros dell’albergue
comunale: super pentolone di spezzatino con patate. Ed io
che avevo sempre odiato lo spezzatino, ho cambiato gusti e
in fretta visto che è uno dei piatti più gettonati negli
albergues.
Nona
Tappa: 28 giugno 2009 Santo Domingo de
la Calzada-Tosantos : 27 km, 8 ore
Qualcuno del
gruppo inizia ad accusare la stanchezza. Così mentre io,
Valter e Anna proseguiamo per Tosantos, Michele e Mariano si
fermano qualche chilometro prima. Anche Mariano ci saluta e
decide di rientrare a Barcellona.
Molti gli
spagnoli che percorrono in periodi diversi il Cammino, ogni
qual volta che gli impegni quotidiani lo permettono. Così
anche per Oscar e Mariano e per altri amici incontrati lungo
strada.
Noto che tra
spagnoli e italiani c’è una vera intesa: sarà che siamo
abituati allo stesso clima, sarà il cibo, le lingue molto
simili, ma c’è feeling. Anche loro, come noi sempre
gioviali, di compagnia e estroversi, sempre pronti a
scambiare quattro chiacchiere con chiunque.
Ringrazio
Mariano per la splendida compagnia e proseguo per Tosantos
dove, fortunatamente, ho il piacere di incontrare un
hospitalero noto per la sua gentilezza e per la dedizione
nell’assistenza del pellegrino.
Arrivati
all’albergue parrocchiale di Tosantos l’accoglienza di Josè
Luis è stata calorosa, quasi fossimo di casa.
L’albergue
parrocchiale può ospitare un numero limitato di persone,
così ci siamo trovati (noi, gli italiani) insieme al gruppo
di spagnoli che da Roncisvalle abbiamo sempre avuto al
nostro fianco.
Casa parrocchiale di Tosantos
Josè Luis è
un hospitalero volontario da più di dieci anni; la stessa
guida in italiano lo cita come persona il cui incontro è
imperdibile: egli accoglie le persone con vero spirito
cristiano. Confermo.
Ci ha
raccontato di quanta gente ha incontrato in questi anni:
turisti che durante il cammino sono diventati pellegrini e
pellegrini che hanno vissuto il viaggio da turisti. Il suo
motto è: indipendentemente dal perché tu sia qui,
l’importante è vivere questa esperienza.
Ha ricordato
persone che addirittura lungo il percorso hanno deciso di
farsi battezzare, vivendo un radicale cambiamento interiore.
Insomma per
Josè Luis il cammino vuol dire umiltà, compassione e
comprensione. Questo è quello che questa persona ci ha
trasmesso.
Usanza della
casa parrocchiale è che gli ospiti collaborino nella
preparazione della cena comunitaria. Ci siamo così ritrovati
a pelare patate tutti insieme tra i canti spagnoli intonati
da Josè Luis e dagli altri compagni di cammino.
Preparando la cena
Decima
Tappa: 29 giugno 2009 Tosantos-Agès :
22 km, 7 ore
Ogni giorno
si caratterizza per degli incontri particolari; così la
tappa odierna ha avuto come protagonista don Martin.
Messicano,
sessantenne, emigrato da bambino negli Stati Uniti, vive a
metà tra gli agi e le comodità offerte dalla città di San
Diego ed il Chapas dove lavora, come volontario, in un
centro di assistenza indios, per dargli un’istruzione. Il
bagaglio di Martin è veramente sostanzioso. La varietà del
mondo è palpabile in questo viaggio.
Nella
piccola città di Agès ho scambiato quattro chiacchiere con
una donna novantenne che generosamente mi ha offerto della
frutta e mi ha raccontato come il pellegrinaggio sia
cambiato da quando lei era bambina, di quanto siano
aumentati i pellegrini in questi ultimi decenni rispetto ai
pochi che attraversano il paese tanti anni fa. Non sbaglio
se dico che si tratta di pellegrinaggio “di massa e
globalizzato”e forse anche “di moda”.
Undicesima Tappa: 30 giugno 2009
Agès-Burgos : 24 km, 7 ore
Ormai dopo
dieci giorni il fisico ha preso il giusto ritmo; si è
abituato alle lunghe camminate aggravate dal peso dello
zaino. Così i ventiquattro chilometri della tappa hanno
pesato molto meno degli stessi percorsi una settimana prima.
Anche Burgos
è in festa, si celebrano i patroni della città, i santi
Pietro e Paolo. Da buoni spagnoli la festa dura per una
settimana, ed è fantastico visitare la città in questi
giorni. Per le vie ho trovato di tutto: concorsi
gastronomici per tapas, spettacoli di flamenco, e chissà che
altro mentre noi alle dieci di notte abbiamo osservato
l’orario di ritiro dell’albergue municipale, a due passi
dalla cattedrale.
Flameco a Burgos
Durante la
camminata odierna io e Anna abbiamo parlato tanto. Quanto
siamo uguali: uguali per esperienze vissute e per carattere.
E così camminando impariamo a conoscerci e . Più che una
tappa del Cammino sembrerebbe una seduta di analisi
itinerante. Se solo Freud avesse percorso qualche tappa,
chissà quanti passi in avanti avrebbe fatto con la sua
psicoanalisi.
Festeggiamenti per
i santi Pietro e Paolo
Molti nuovi
giovani si sono uniti a Burgos. Lo si nota dal clima di
allegria che c’è in albergue dopo l’ora del silenzio: c’è
chi è fresco ed ha tanta voglia di parlare e raccogliere
informazioni, e c’è invece chi inizia il suo concerto
notturno non appena si spengono le luci.
Dodicesima Tappa: 1° luglio 2009
Burgos-Tardajos : 9 km, 3 ore
Solo poche
ore di cammino per questa tappa. All’unanimità il gruppo ha
deciso di visitare ancora la città di Burgos prima di
proseguire. Ottima scelta, anche perché con una cattedrale
del genere non si può andare avanti senza dedicarle qualche
ora. E’ un viaggio caleidoscopico: lo puoi vivere in diversi
modi a seconda di quello che si presenta di volta in volta.
Cattedrale di Burgos
Arrivati a
Tardajos ecco subito il piacere di nuovi incontri:
Francisco. Uno dei pochi incontrati che percorre il Cammino
per una promessa. A seguito di un incidente è rimasto in
coma e poi per mesi sulla sedia a rotelle; per questo adesso
è qui e per questo va in giro a sistemare gli acciacchi di
altri pellegrini. Così qualcuno di noi ne ha approfittato
per qualche massaggio.
Dalla
prossima tappa saremo nella meseta.
Camminando
si finisce per essere parte del paesaggio che cambia: dai
monti della Navarra, con i suoi paesini da cartolina, alle
valli della Rioja ricoperte di vigneti; dalle città
capoluogo ai paesini immersi nelle distese di grano della
Castilla.
Tredicesima Tappa: 2 luglio 2009
Tardajos-Castrojeriz : 30 km, 8 ore
Una delle
tappe più lunghe. Si inizia a percorrere la Meseta con un
tempo torrido visto che sono previsti 40 gradi nelle ore di
punta. Quindi come al solito, per evitare il solleone ci
siamo alzati prima dell’alba, e abbiamo iniziato a camminare
dalle prime ore del mattino: alle 6.40 eravamo già per
strada.
Oltre ad
essere stata una tappa lunga è stata anche la più curiosa:
dapprima il rifugio di Sonbol in un luogo dimenticato,
lontano da tutto, in mezzo al nulla. Accoglienza ottima; il
massimo della ospitalità: due uomini attempati all’esterno
preparavano le verdure per la zuppa del pranzo mentre
all’interno una tavola imbandita per la colazione mi ha dato
il benvenuto. Ed io non mi sono tirata indietro.
Rifugio di Sonbol
Ad Hontanas,
paesino ubicato in una conca, ho trovato l’albergue aperto e
ne ho approfittato per farmi una doccia prima di ripartire.
Dopo essermi rinfrescata, alle due del pomeriggio mi sono
rimessa in cammino e la “bolla di caldo” prevista dal meteo
mi ha fatto compagnia negli ultimi chilometri. Almeno non mi
sono sentita sola.
Prima di
entrare a Coastrojeriz ho ritrovato Anna e Cecilia e abbiamo
visitato un altro rifugio spettacolare: l’hospital de
peregrinos de San Anton. Gestito da una confraternita
italiana sfrutta i ruderi di quello che fu un importante
monastero.
Da una parte
la cucina e in un altro locale, anch’esso ben arieggiato, i
letti a disposizione dei pellegrini. Molto particolare,
quasi un parador, se non per l’illuminazione difficilmente
regolabile: di giorno la luce intensa del solleone, di notte
la delicatezza del chiarore delle stelle. Che spettacolo.
Albergue di San
Anton
Anche a
Castrojeriz una bella sorpresa: l’albergue gestito da marito
e moglie, due spagnoli amanti del cammino. Anche loro come
buona parte degli hospitaleros incontrati in cammino fanno
questa attività di volontariato per assistere gli altri ma
soprattutto per stare bene con se stessi. E’ una sensazione
che ho avuto più volte parlando con queste persone: mi
sembra che sia prima di tutto una necessità personale che
trova appagamento dall’offrire il proprio servizio agli
altri.
Anna e Cecilia
direzione Castrojeriz
Questa tappa
si è caratterizzata per un altro incontro particolare:
Cecilia. Cinquantunenne, ma con un’età biologica di molto
inferiore (la tipica eterna trentanovenne) amante dello yoga
e della medicina orientale, single per scelta, è immersa nel
suo viaggio interiore. Come mi è capitato spesso nel
Cammino, anche stavolta senza alcun pudore, durante la
nostra densa chiacchierata abbiamo messo subito le carte in
tavola parlando di noi.
Secondo
Cecilia la voglia di curiosare e di conoscere, nascono dalla
piatta quotidianità. Se non ci fosse la noia e se non
provocasse quella sensazione di malessere, probabilmente non
ci sarebbe neanche lo stimolo per nuove esperienze e quindi
per crescere.
Una visione
nuova, del tutto originale per vedere la realtà con “gli
occhiali rosa”.
Quattordicesima Tappa: 3 luglio 2009
Castrojeriz-Fromista : 20 km, 6 ore
Tappa
piacevole, immersa nel giallo: abbiamo camminato in un mare
di grano, sino a Fromista. Dopo il riposo pomeridiano visita
alla chiesa di San Martín, un gioiello del romanico
spagnolo, ovviamente con la guida Valter.
Chiesa di San Martin, Formista
Durante
questa tappa abbiamo fatto una lunga pausa nell’albergue di
Puente Fiteiro per un caffè offerto dai volontari della
confraternita di San Jacopo di Perugia. Da buoni italiani
siamo arrivati là con il dolce. Come dicono le ragazze della
confraternita: gli italiani non vanno mai in giro senza
cibo! Confermo e da buona connazionale ho sempre qualcosa
appresso da sgranocchiare. Fossimo in mezzo al nulla, invece
ogni giorno si attraversano paesi i cui bar sono frequentati
da pellegrini che non rinunciano mai ad una sosta per
riposare le gambe e mettere in moto le mascelle. Il Cammino
è anche la scoperta dei sapori e dei piatti tipici delle
regioni che si attraversano.
Siamo quasi
a metà strada, abbiamo percorso circa 380 km e la fatica
fisica inizia a farsi sentire.
La
differenza di paesaggio dai primi giorni è notevole e i
paesini della meseta sono tra i meno curati: spopolati e
decadenti, visitati nelle ore più calde della giornata,
ricordano le scene nei film western.
Nota
simpatica della giornata: tra il gruppo di coreani che ci
affianca da due settimane un’autentica sorpresa: il “Puccini
di Seul” che ci ha allietato cantando alcune delle più
celebri arie scritte dal compositore italiano. E noi? Stiamo
ad ascoltare, difficile controbattere all’ appassionato di
lirica.
Purtroppo le
vesciche che hanno dato il tormento a Michele nei giorni
passati si sono infiammate e lo hanno costretto ad una
sosta, con la promessa di rivederci a Leon.
Piede sofferente di
Michele
Quindicesima Tappa: 4 luglio 2009
Fromista-Carrion de Los Condes : 20 km, 6 ore
Questi sono
gli ultimi giorni che passeremo insieme a Valter. Poi solo
io e Anna. Valter è stato un ottimo compagno di viaggio, è
stato il punto di riferimento della compagnia e un’ottima
guida di viaggio, l’uomo paziente in diverse occasioni,
oltre che brillante interlocutore. Piacevolissime le sue
lezioni di storia, la sua interpretazione di questioni
religiose e i suoi consigli per affrontare il quotidiano con
quello spirito cristiano basato sul perdono e sulla
comprensione.
Valter e due
pellegrini italiani su due ruote
Sedicesima Tappa: 5 luglio 2009
Carrion de Los Condes-Terradillos de los Templares : 26 km,
7 ore
Una delle
tappe più temute lo è stata solo in parte, non tanto per
l’assenza di un punto di ristoro per 17 km, quanto per il
terreno accidentato delle prime ore. I primi 20 km di
ciottolato sono stati fastidiosi, soprattutto per i miei
piedi.
Arrivati a
Terradillos de los Templares dopo il rito della doccia e del
lavaggio indumenti, mi sono rifocillata con una bella zuppa
di pesce.
Di centri
abitati di piccolissime dimensioni come questo, il Cammino
ne attraversa tanti. Sono paesini in cui non c’è alcun
servizio se non l’albergue con annesso ristorante e
negozietto di alimentari. Anche in questo il Cammino si
differenzia dai viaggi tipici, si visitano paesi che sono
lontano dalle rotte turistiche e che anch’essi costituiscono
una visione diversa, ma genuina, delle luoghi che si
attraversano.
Diciasettesima Tappa: 6 luglio 2009
Terradillos de los Templares-Bercianos : 22 km, 6 ore
Salutato con
una puntina di dispiacere Valter a Sahagun, io e Anna
proseguiamo da sole così alla partenza.
Arrivate a
Bercianos, ci accolgono due hospitaleros, marito e moglie in
una casa parrocchiale. Anche in Lola colgo quella ospitalità
spontanea, altrimenti perché sarebbe qui come volontaria?
Lola ci
chiede se ce la sentiamo di cucinare per tutti gli ospiti.
Ovviamente non ci siamo tirate indietro, anzi abbiamo avuto
manforte anche da un gruppo di ragazze di Parma e due
torinesi che si sono dilettati con noi in cucina.
Così il team
di cuochi nostrani ha presentato in tavola un bel pentolone
di pastasciutta. Anche se il galateo non lo permette, ho
fatto bis e scarpetta. Ma non sono stata l’unica ad
infrangere le regole.
Anche in
questo paese, di poche anime, l’albergue con i pellegrini e
gli hospitaleros sono l’unica attrattiva; così la giornata
si è conclusa, di fronte al tramonto sulla meseta spagnola e
scambiando quattro chiacchiere con l’attempato vicinato
della casa parrocchiale.
tramonto a Bercianos
Diciottesima Tappa: 7 luglio 2009
Bercianos-Mansilla de las Mulas : 26 km, 7 ore
Oggi,
abbiamo viaggiato in coppia per tutta la tappa, e ci siamo
concesse un extra: invece di pranzare con il solito pane e
“quello che capita” al termine della tappa, abbiamo fatto
sosta in un bar a metà strada. Io: zupa de pescado y
mariscos; Anna: bocadillo. Il tutto alle undici e un quarto
del mattino.
Bar alternativo per
pranzo fuori orario
Durante la
tappa ci siamo più volte affiancate alle ragazze di Parma
incontrate a Bercianos, peccato non aver avuto il tempo di
conoscerle a fondo.
Arrivate a Mansilla abbiamo incontrato nuovamente Vladimir
il montenegrino, un vero veterano del cammino.
Durante il nostro primo incontro, a pelle, il suo approccio
l’ho trovato presuntuoso, invece sotto la dura corazza c’è
un uomo con una vita molto segnata.
Ha parlato del suo orgoglio montenegrino, del non volersi
piegare al regime di Tito e della sua fuga dalla sua terra
per non combattere una guerra fratricida come quella dei
Balcani.
Vlad è stato una sorpresa anche in cucina: ci ha coccolato
cucinando per noi due; un uomo d’altri tempi.
Diciasettesima Tappa: 8 luglio 2009
Mansilla de las Mulas-Leon: 18 km, 6 ore
Sono
arrivata alla mia ultima tappa. Breve ma intervallata da
tante pause colazione che io e Anna ci siamo concesse
dall’inizio alla fine.
Con Anna
molto spesso durante il Cammino abbiamo parlato di noi:
famiglia, amore, carattere. Più volte ci siamo ritrovate e
dal confronto sono emersi spunti, chiavi di lettura nuove,
visioni diverse della realtà di ciascuna.
io in cammino
Arrivate a
Leon ci siamo dirette nell’albergue gestito dalle
benedettine, in pieno centro.
Anche per
Leon, come per le altre grandi città attraversate dal
Cammino, arrivare al centro storico significa attraversare
noiosi chilometri di periferia. La città è gradevole, centro
romantico e vivo, pieno di locali, ristoranti e tapas.
Dopo aver
compiuto un bel giro turistico per la città, visitando i
suoi monumenti: la splendida Cattedrale gotica con i suoi
giochi di luce, la Basilica di San Isidoro, ci siamo fatte
tentare da qualche pasticcino e ci siamo concesse la nostra
cena insieme, prima delle rispettive partenze: io per casa,
lei per Santiago.
Prima di
andare a dormire ho assistito alla benedizione del
pellegrino con un poco di malinconia: vedere nuovi volti
insieme a quelli già noti dei miei compagni di viaggio, che
domani iniziano o proseguono il Cammino, mi ricorda che la
mia esperienza è giunta al termine.
Leon 9
luglio 2009
Saluto i
miei compagni di viaggio e accompagno Anna nei primi passi
della sua tappa. Che effetto vederla andare via, con
cartina, libro in mano e l’inseparabile bordone. Sono
dispiaciuta, ma come al solito me lo tengo per me e così
anche Anna non esprime alcun sentimento. Quanto ci
assomigliamo.
La giornata
la trascorro da turista e al tempo stesso osservo con occhi
distaccati il viaggio dei pellegrini, stregati dalla corsa
verso il traguardo. Quando però inizi a cogliere lo spirito
del cammino comprendi che l’importante non è la meta ma
proprio il viaggio, la differenza la fanno le tappe che
tutti i giorni una ad una si percorrono con compagni
occasionali, e per questo fidati nelle confidenze che in
tali momenti si è disposti a rilasciare senza troppe
inibizioni.
Le mie scarpe
all’arrivo
E poi la
stanchezza che accompagna il pellegrino ogni giorno e a cui
non bisogna cedere. La stanchezza che ti aiuta a staccare la
spina, a smettere di pensare, a vivere il momento così come
è. Sembra quasi che si vada avanti per inerzia, senza
ragionare.
Se infatti
ti fermi a pensare, ti chiedi perché tutte queste persone,
come in “Forrest Gump” si alzano tutte le mattine, si
preparano e camminano, camminano. Tutto ciò, razionalmente e
visto dall’esterno, sembra un poco frivolo: ripercorriamo
con l’allegria di una vacanza un Cammino che in passato vide
tanti cristiani obbligati a compierlo per espiare le proprie
colpe, a costo della propria vita.
Pellegrini
di oggi, in un Cammino “di massa” che mescola diversi
ingredienti: turistico, culturale, gastronomico, religioso,
sportivo, spirituale. Si parte con una idea ma si vivono
tante esperienze insieme.
Rientro a
Casa
La
stanchezza fisica si è fatta sentire di colpo, tutta
insieme, non appena rientrata a casa. Ho avuto la necessità
di riposarmi, soprattutto di dormire. Sicuramente tra le
difficoltà del viaggio quella che ho patito maggiormente è
stata proprio l’assenza di un sonno ristoratore.
Per mesi ho
vissuto sulla scia del benessere d’animo provocato da questo
viaggio, cercando di vivere le situazioni con la giusta
comprensione, anche quelle che più di tutte mi fanno sempre
patire.
Sono
riuscita a domare quella insoddisfazione cronica, quel
malessere interiore che sempre mi accompagnano. Ma non so
per quanto tempo. La speranza è che questa sensazione mi
abbandoni il più tardi possibile e che io sia in grado,
all’occorrenza, di riportare alla memoria del mio cuore gli
stati d’animo vissuti durante il viaggio.
Anche Anna è
rientrata in pace con se stessa, soddisfatta e appagata da
quanto fatto. Per entrambe è stata una overdose di ottimismo
che ha prodotto una bella quantità di autostima.
E gli
altri?
Per Valter è
stata una esperienza che ha arricchito cuore e mente, e già
pensa al prossimo obiettivo: fare l’hospitalero.
A Michele il
Cammino ha insegnato di non andare mai oltre i propri
limiti. Per lui è stata un’esperienza sofferta a causa dei
problemi fisici. Ma da autentico pellegrino non demorde e
già programma la prossima partenza, proprio da Formista dove
si è fermato quest’anno.
Mariano ed
Oscar hanno definito l’esperienza indimenticabile grazie
anche ai compagni di viaggio italiani.
Per tutti si
è trattato di un viaggio diverso dal solito, carico di
emozioni che, oltre a scaricare le tensioni che ci portiamo
appresso dagli impegni di tutti i giorni, è capace di
fornire una nuova carica di energia per ripartire.
Ciao a tutti
Alessandra