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VIAGGIO

 Il mio diario di viaggio sul Cammino di Santiago a piedi (della Naturaider Alessandra)


Era da tempo che il Cammino di Santiago mi stuzzicava; mi è capitato più volte che situazioni, racconti, libri, me lo ricordassero. L’ultima di queste è stata nel periodo pasquale quando per caso il mio occhio è caduto su un manifesto di un gruppo di scout che raccontavano la loro esperienza. In quel momento mi sono detta: io ci vado e ci vado quest’anno.

Così ho iniziato la ricerca di informazioni sul Cammino, e in questo la rete è stata una miniera. Numerosi i siti in cui si trova praticamente tutto: da come ottenere la credenziale (il documento che identifica il pellegrino e senza il quale non è possibile compiere il Cammino) a come organizzare il proprio zaino; dalla descrizione delle tappe alle informazioni sugli albergues. A corredo del mio bagaglio anche una preziosa guida da sfogliare lungo il viaggio.

Raccolte le informazioni e schiarite le idee, il passo successivo è stato cercare la vera voglia di partire, lo stimolo giusto.

Quando e con chi partire

E’ in questo il caso, la provvidenza o il destino che dir si voglia, hanno fatto la loro parte; hanno voluto infatti che incontrassi la compagna giusta per questa particolare esperienza: Anna. Amica di amici, perfetta sconosciuta al momento della partenza, ottima compagna di viaggio.

 Io e Anna

Il primo incontro tra me ed Anna è stato qualche settimana prima della partenza: appuntamento da film (a tale ora in tale posto, ci mancava solo la rosa rossa in mano), appena viste, a pelle, c’è stata subito intesa.

Dopo esserci scambiate le rispettive impressioni ed esserci informate dei problemi di salute dell’altra (un concentrato di emicranie e allergie), abbiamo deciso la data di partenza e la città da cui iniziare: sabato 20 giugno, Roncisvalle.

Sapendo già che il mio Cammino non si sarebbe concluso a Santiago (con tre settimane di ferie il mio obiettivo era la città di Leon, percorrendo così i due terzi del Cammino), ho sperato che tale esperienza sarebbe stata comunque abbastanza lunga per cogliere lo spirito di questo viaggio diverso dal solito.

Prima tappa: 20 giugno 2009 Roncisvalle-Zubiri: 18 km, 6h.

La tappa è stata gradevole: immerse nel verde dei boschi della Navarra, fortunatamente senza pioggia, nonostante le nuvole basse e minacciose, ci siamo subito mescolate con gli altri viandanti.

Ognuno con il suo passo, questo è stato l’accordo che io ed Anna abbiamo fatto prima della partenza, e così è stato. Abbiamo spesso camminato da sole, fin dall’inizio, per non imporre all’altra un ritmo diverso dal proprio, sapendo che comunque ci saremmo ritrovate a fine giornata.

   La “concha” di segnalazione del percorso

Non avendo mai viaggiato per ostelli, l’arrivo ed il cerimoniale nel primo albergue sono stati per me inediti. All’Albergue municipale di Zubiri, ho occupato uno dei posti letto che poteva accogliere indistintamente uomini e donne. Dopo una doccia calda ho stretto amicizia con quelli che poi sarebbero diventati i compagni di viaggio: gli spagnoli Oscar e suo papà Mariano; Valter e Michele, due “saggi” italiani incontratisi attraversando i Pirenei che, con le loro animate discussioni, hanno vivacizzato la tappa agli altri pellegrini più silenziosi.

La compagnia da subito ha mostrato il suo carattere: Mariano appassionato di lirica, perfetta guida turistica del Cammino, della sua storia e dei suoi personaggi; Valter, collante del gruppo ma anche provocatore, pronto ad innescare dibattiti religiosi, politici, storici e di qualunque argomento che facesse scattare l’orgoglio patriottico di Michele; Michele grande appassionato di storia medievale, Oscar coetaneo mio e di Anna, un vero sportivo che ha voluto accompagnare il padre in questo viaggio approfittandone così per “staccare la spina”.

   Albergue di Zubiri: socializzazione tra pellegrini

Già dalla prima tappa è chiaro che il Cammino di Santiago non ha a che fare con quello che è stato nei secoli passati: non pellegrini con colpe da espiare, ma tanti viandanti che si sono ritagliati un proprio spazio esclusivo e che godono della opportunità di essere turisti in maniera non del tutto tradizionale. Il tutto condito con un impegno fisico indispensabile a far nascere quello spirito di solidarietà che amalgama le persone.

Un’altra immagine che si è impressa nella memoria fin dai primi passi è stata l’omogeneità di equipaggiamento dei pellegrini. Sembravamo infatti usciti tutti (o quasi) dallo stesso negozio: indumenti rigorosamente tecnici, tutti delle stesse marche, dai pantaloni agli zaini, dalle maglie ai sacchi a pelo. La definizione che mi salta subito in mente per definire questo serpentone colorato di camminatori è: campo itinerante di pellegrini griffati “quechua”. Quasi servisse un’ulteriore prova di quanto il mondo sia globalizzato.

Seconda tappa: 21 giugno 2009 Zubiri-Pamplona: 24 km, 7h.

L’impressione è di essere nell’ombelico del mondo: sono tutti qui infatti, da qualunque parte del mondo per ripercorrere un viaggio che ha segnato la storia dell’Europa. Ma siamo consci che queste strade, oggi percorse in allegria, furono attraversate da tanti cristiani penitenti, quando un viaggio del genere poteva prevedere anche il non ritorno a casa?

Particolarità del viaggio per chi lo compie a piedi è il ritmo: più o meno lo stesso per tutti. Così al termine della tappa, nell’albergue, si incontrano le persone che hai già visto durante la giornata, e più passa il tempo e più cresce la confidenza con il tuo vicino di branda; tutti uniti da uno strano sentimento di fraternità e amicizia, che cresce in maniera proporzionale al numero di ampollas (vesciche) e di dolori fisici che, prima o poi, ogni pellegrino deve affrontare. Così anche nell’albergue di Pamplona assisto e partecipo alle operazioni di medicazione dei piedi, di scambio di massaggi in parti doloranti del corpo. Riti che si ripetono tutti i giorni.

 Pellegrini  mentre aspettano  l’apertura dell’albergue di Pamplona

Non bisogna dimenticare che il cammino è un viaggio caleidoscopico, il lato turistico è una delle sue caratteristiche: si attraversano città e località (importanti o anonime) che, grazie a preparati compagni di viaggio, come Valter, Mariano e Michele, hanno un senso anche per chi come me conosce così poco di tutto ciò.

Pamplona è la prima tra le grandi città che si incontra: visita al centro storico con Mariano, la guida del giorno. 

La città, in attesa di festeggiare San Firmino, ha cambiato il suo volto: staccionate in legno un po’ ovunque, preparativi alla famosa corsa dei tori per il centro. Obbligatoria la sosta al cafè Iruña frequentato da Hemingway.

 Il Cafè Iruña a Pamplona

Ad aggiungere una nota pittoresca alla giornata è stata la benedizione del pellegrino a cui abbiamo preso parte nella cattedrale. E’ il momento in cui più ho percepito quanto il Cammino sia internazionale: il prete elenca le diverse nazionalità dei presenti e la benedizione viene data anche in altre lingue oltre a quella spagnola. Il rito si è concluso con un salve regina, cantata non senza difficoltà da buona parte dei presenti.

Terza Tappa: 22 giugno 2009 Pamplona-Puente la Reina: 25 km, 7 ore

Tappa impegnativa per via del passaggio all’Alto del Perdon, il cui nome sicuramente non gli è stato dato per caso: chissà quanto colpe ha condonato per la fatica nell’attraversarlo.

La salita ha richiesto un po’ di resistenza, la discesa invece ha messo a dura prova gambe e ginocchia; ma di questo ce ne accorgeremo tutti solo la mattina successiva, quando alzarsi dal letto significherà vincere i dolori prodotti dall’acido lattico di cui si sono impregnati i muscoli.

Durante la tappa io, Anna e Michele abbiamo avuto il piacere di conoscere una donna che gentilmente ci ha offerto la frutta del suo giardino: ci aspettava, o meglio aspettava che qualche pellegrino si fermasse alla fontana del paese. Come al solito tutti di fretta, un corri corri a chi arriva per primo. Fortunatamente ha trovato noi che non ci siamo tirati indietro e abbiamo così potuto godere della generosità spontanea di questa donna e delle squisite albicocche del suo orto.

 Merenda inattesa

Arrivati a Puente la Reina dopo i soliti riti (doccia, lavaggio indumenti, pranzo e relax per il corpo), abbiamo visitato la città con Mariano la guida del gruppo.

La cittadina è il tipico esempio di centro fondato esclusivamente per il Cammino: in una zona dove gli altri paesi erano troppo distanti tra loro, fu necessario prevedere un luogo di sosta per i pellegrini. Così nei secoli passati ecco comparire il paese, ossia la Calle Mayor e l’hostal per pellegrini.

La serata si è conclusa con un momento di convivialità di fronte ad un piatto di spaghetti.

Mentre ai fornelli mi cimentavo nella preparazione del piatto nazionale, i pellegrini coreani creavano il loro a base di maiale e chissà che altro, mentre altri ragazzi, che giocavano in casa, cucinavano chorizo. Ovviamente a tavola si è poi mangiato “internazionale” per lo scambio inevitabile delle pietanze.

Quarta Tappa: 23 giugno 2009 Puente la Reina-Estella : 22 km, 6 ore

La coppia di viaggio genitore-figlio, come Oscar e Mariano, la si incontra di frequente. E’ bello vedere che due generazioni decidono di fare un’esperienza del genere insieme, si tratta di famiglie dove esiste un dialogo.

Anche stavolta la città di arrivo ha uno storia particolare, legata al Cammino. L’hospitalero dell’albergue  municipale ci ha spiegato che in passato questa città, fondata intorno all’anno mille, fu un importante centro religioso per via del gran numero di chiese.

Ed io come al solito, invece di fare la pennichella, ne ho approfittato per andare in giro a curiosare e a scattare foto.
Di questa tappa il momento più interessante è stato l’incontro con Josè Maria. Medico della Croce Rossa assiste i pellegrini con dedizione e senza interesse.
Mi rendo conto che in passato forse sarebbe stato più semplice incontrare personaggi il cui spirito di assistenza nasce dal cuore. Quelli che un giornalista ha definito i “debitori” di questo mondo.
Josè Maria ha assistito Anna e Oscar per i loro problemi alle gambe ed ha dedicato un massaggio anche alla mia schiena.
La sua è stata una cura del fisico ma soprattutto dello spirito.

Sottofondo con musiche orientali di rilassamento, Josè ha illustrato la sua visione del Cammino. Per lui è un momento della nostra vita, che si faccia per motivi religiosi, turistici, culturali o solo per sport, si è comunque alla ricerca di qualcosa, anche se questa ricerca è solo una delle tante esperienze della vita. Come nel Cammino anche nella vita bisogna essere capaci di cogliere sensazioni, gioie e momenti che ci danno quel qualcosa in più. Insomma: la vita è magica, siamo noi che dobbiamo viverla magicamente. Parole di Josè Maria.

   Oscar e Anna nell’ambulatorio di Josè Maria

Quinta Tappa: 24 giugno 2009 Estella-Los Arcos : 20 km, 6 ore

Dopo qualche giorno eccomi finalmente in sintonia con il mio viaggio: niente più domande, niente più ricerca di risposte a tutti i costi ma semplicemente mi godo il momento con tutto quello che l’attimo offre; mi guardo intorno e piacevolmente osservo: persone, luoghi, situazioni. In più, con la mia macchina fotografica posso congelare quello che il mio occhio vede. E’ una passione che in questo viaggio si trasforma anche in compagna: l’atto del fotografare, del cercare di cogliere e trasmettere le sensazioni, richiede una sorta di “isolamento” che nel Cammino raggiungi, anche se al tuo fianco hai sempre il serpentone colorato di pellegrini.

  Marcelino e il suo “sello”

Ormai per gli altri pellegrini io, Anna, Valter e Michele siamo gli italiani, e per noi gli altri sono gli spagnoli, i coreani, gli americani, i polacchi, insomma “il resto del mondo”. Da giorni camminiamo tutti fianco a fianco e, nonostante i limiti di comunicazione, ci si capisce anche quando si finisce per parlare in “esperanto” o con gli italianissimi gesti.

  lavaggio panni

Il problema della stanchezza a fine giornata è legata non solo ai chilometri che ogni giorno vengono percorsi ma al sole che inizia a picchiare forte nelle ore di punta. A questo si aggiunge anche che non è sempre facile riposare nei dormitori, spesso promiscui, che accolgono dalle poche persone alle diverse decine. Unico inconveniente di queste strutture che comunque restano il punto di ritrovo per la maggior parte dei pellegrini. Se infatti è facile trovare delle camere in affitto un po’ ovunque, anche nei centri più piccoli, e senza l’orario del coprifuoco, negli albergues si respira quella speciale atmosfera di aggregazione.

Sesta Tappa: 25 giugno 2009 Los Arcos-Logroño : 29 km, 8 ore

Appena arrivati a Logroño abbiamo dovuto aspettare in fila che aprisse l’albergue municipale. Stavolta il gruppo si è separato e i saggi (Valter, Michele e Mariano) hanno preferito quello parrocchiale. Ottima scelta per loro, per noi non tanto. Anche stanotte dormitori da 24 posti letto, tutti occupati.

  Fuori dall’albergue, parata di scarpe

Oggi per la prima volta abbiamo avuto la dimostrazione di come si comporta un verso hospitalero: io, Anna e Oscar, con intercessione di Valter, siamo stati invitati a cena nella casa parrocchiale. Arrivati abbiamo trovato già la tavola apparecchiata e imbandita con piatti della cucina cinese (cuoco cinese, cucina cinese). Ospitalità genuina: massima disponibilità, cibo abbondante e buono.

Sicuramente è più facile incontrare queste persone nei centri di accoglienza più piccoli, gli albergues che ospitano centinaia di persone al giorno non sempre possono essere gestiti con lo stesso spirito. Peraltro le case parrocchiali, in alcuni paesi, costituiscono la sola scelta obbligata.

  Cena nella chiesa parrocchiale di Logroño

Durante la giornata a Logroño, grazie alla solita guida Mariano e al carattere espansivo che contraddistingue gli spagnoli, ho avuto il piacere di visitare una delle associazioni eno-grastronomiche spagnole. Gentilmente siamo stati invitati a visitare lo stabile, in cui si trovano cucine e lunghe tavolate che ogni giovedì accolgono i soci per i loro incontri culinari. Ospitalità che si è materializzata con un buon bicchiere di vino della regione della Rioja di cui Logroño è il capoluogo.

  Associazione eno-gastronomica di Logroño

Diverse sono le persone che, con i loro racconti e le loro esperienze, arricchiscono il mio viaggio: Mariano che, mentre arrivavamo in città, ha raccontato a me e Anna della Spagna durante il regime di Franco; e Francesco, torinese emigrato da quarant’anni in Brasile, che ha raccontato cosa significa vivere in una metropoli come San Paolo, e come funziona realmente la politica di Lula a favore dei più poveri in Brasile. E’ questo il bello del Cammino: è un viaggio intorno al mondo, sulle esperienze di coloro che vivono altrove, percorrendo però solo qualche “manciata” di chilometri al giorno.

Settima Tappa: 26 giugno 2009 Logrono-Najera : 30 km, 8 ore

Anche questa tappa è stata impegnativa perché lunga. Oggi il nostro gruppo di camminatori si è frammentato. Fermati in un piccolo paese a qualche chilometro da Najera, io e Oscar decidiamo di proseguire mentre gli altri si rimettono in viaggio, ma solo dopo la meditazione pomeridiana. Negli albergues intermedi, a seconda della ospitalità, è possibile rinfrescarsi, rifocillarsi, prima di rimettersi in viaggio. Così hanno fatto Valter e Anna che sono arrivati a Najera nel tardo pomeriggio, evitando di camminare sotto il sole nelle ore di punta, quando i chilometri valgono doppio nella raccolta punti del pellegrino.

  Raffreddamento ad acqua per il mezzo di locomozione dei pellegrini

L’albergue municipale di Najera è quello più promiscuo in assoluto: un solo camerone con circa 100 posti letto in cui dormire è stata per me l’impresa della giornata. Credo di non essere stata l’unica ad assistere al concerto dell’ensemble “piedi stanchi”: quanti solisti, ognuno con il proprio ritmo interrotto da qualche improvvisato direttore e dal suo “Ssssst”.

La cittadina di Najera era in festa, anche se siamo dovuti rincasare alle dieci (orario del coprifuoco solito negli albergues) siamo riusciti comunque a gustare alcuni momenti di allegria.

   La corrida dei più piccoli a Najera

 Ottava Tappa: 27 giugno 2009 Najera-Santo Domingo de la Calzada : 20 km, 6 ore

La giornata è iniziata con i saluti di Oscar: terminate le ferie si rientra a casa, nel suo caso a Barcellona. E’ stato un piacere averlo conosciuto; è strano come si possa in così poco tempo conoscere in maniera così profonda persone che qualche giorno prima erano dei semplici sconosciuti: qui hai il tempo e la voglia di condividere, senza troppi pudori, le tue preoccupazioni, piccole o grandi che siano.

   “sole basso”

Arrivati a Santo Domingo de la Calzada, sempre in orari improbabili in cui il sole ti martella la testa, siamo andati a pranzare in un ristorantino scovato dal solito Mariano. Che guida: in ogni paese ha sempre cercato il posto migliore per la nostra “comida”, e non ha mai sbagliato.

La cena invece è stata offerta dagli hospitaleros dell’albergue comunale: super pentolone di spezzatino con patate. Ed io che avevo sempre odiato lo spezzatino, ho cambiato gusti e in fretta visto che è uno dei piatti più gettonati negli albergues.

Nona Tappa: 28 giugno 2009 Santo Domingo de la Calzada-Tosantos : 27 km, 8 ore

Qualcuno del gruppo inizia ad accusare la stanchezza. Così mentre io, Valter e Anna proseguiamo per Tosantos, Michele e Mariano si fermano qualche chilometro prima. Anche Mariano ci saluta e decide di rientrare a Barcellona.

Molti gli spagnoli che percorrono in periodi diversi il Cammino, ogni qual volta che gli impegni quotidiani lo permettono. Così anche per Oscar e Mariano e per altri amici incontrati lungo strada.

Noto che tra spagnoli e italiani c’è una vera intesa: sarà che siamo abituati allo stesso clima, sarà il cibo, le lingue molto simili, ma c’è feeling. Anche loro, come noi sempre gioviali, di compagnia e estroversi, sempre pronti a scambiare quattro chiacchiere con chiunque.

Ringrazio Mariano per la splendida compagnia e proseguo per Tosantos dove, fortunatamente, ho il piacere di incontrare un hospitalero noto per la sua gentilezza e per la dedizione nell’assistenza del pellegrino.

Arrivati all’albergue parrocchiale di Tosantos l’accoglienza di Josè Luis è stata calorosa, quasi fossimo di casa.

L’albergue parrocchiale può ospitare un numero limitato di persone, così ci siamo trovati (noi, gli italiani) insieme al gruppo di spagnoli che da Roncisvalle abbiamo sempre avuto al nostro fianco.

  Casa parrocchiale di Tosantos

Josè Luis è un hospitalero volontario da più di dieci anni; la stessa guida in italiano lo cita come persona il cui incontro è imperdibile: egli accoglie le persone con vero spirito cristiano. Confermo.

Ci ha raccontato di quanta gente ha incontrato in questi anni: turisti che durante il cammino sono diventati pellegrini e pellegrini che hanno vissuto il viaggio da turisti. Il suo motto è: indipendentemente dal perché tu sia qui, l’importante è vivere questa esperienza.

Ha ricordato persone che addirittura lungo il percorso hanno deciso di farsi battezzare, vivendo un radicale cambiamento interiore.

Insomma per Josè Luis il cammino vuol dire umiltà, compassione e comprensione. Questo è quello che questa persona ci ha trasmesso.

Usanza della casa parrocchiale è che gli ospiti collaborino nella preparazione della cena comunitaria. Ci siamo così ritrovati a pelare patate tutti insieme tra i canti spagnoli intonati da Josè Luis e dagli altri compagni di cammino.

  Preparando la cena

Decima Tappa: 29 giugno 2009 Tosantos-Agès : 22 km, 7 ore

Ogni giorno si caratterizza per degli incontri particolari; così la tappa odierna ha avuto come protagonista don Martin.

Messicano, sessantenne, emigrato da bambino negli Stati Uniti, vive a metà tra gli agi e le comodità offerte dalla città di San Diego ed il Chapas dove lavora, come volontario, in un centro di assistenza indios, per dargli un’istruzione. Il bagaglio di Martin è veramente sostanzioso. La varietà del mondo è palpabile in questo viaggio.

Nella piccola città di Agès ho scambiato quattro chiacchiere con una donna novantenne che generosamente mi ha offerto della frutta e mi ha raccontato come il pellegrinaggio sia cambiato da quando lei era bambina, di quanto siano aumentati i pellegrini in questi ultimi decenni rispetto ai pochi che attraversano il paese tanti anni fa. Non sbaglio se dico che si tratta di pellegrinaggio “di massa e globalizzato”e forse anche “di moda”.

Undicesima Tappa: 30 giugno 2009 Agès-Burgos : 24 km, 7 ore

Ormai dopo dieci giorni il fisico ha preso il giusto ritmo; si è abituato alle lunghe camminate aggravate dal peso dello zaino. Così i ventiquattro chilometri della tappa hanno pesato molto meno degli stessi percorsi una settimana prima.

Anche Burgos è in festa, si celebrano i patroni della città, i santi Pietro e Paolo. Da buoni spagnoli la festa dura per una settimana, ed è fantastico visitare la città in questi giorni. Per le vie ho trovato di tutto: concorsi gastronomici per tapas, spettacoli di flamenco, e chissà che altro mentre noi alle dieci di notte abbiamo osservato l’orario di ritiro dell’albergue municipale, a due passi dalla cattedrale. 

  Flameco a Burgos

Durante la camminata odierna io e Anna abbiamo parlato tanto. Quanto siamo uguali: uguali per esperienze vissute e per carattere. E così camminando impariamo a conoscerci e . Più che una tappa del Cammino sembrerebbe una seduta di analisi itinerante. Se solo Freud avesse percorso qualche tappa, chissà quanti passi in avanti avrebbe fatto con la sua psicoanalisi.

 

 Festeggiamenti per i santi Pietro e Paolo

Molti nuovi giovani si sono uniti a Burgos. Lo si nota dal clima di allegria che c’è in albergue dopo l’ora del silenzio: c’è chi è fresco ed ha tanta voglia di parlare e raccogliere informazioni, e c’è invece chi inizia il suo concerto notturno non appena si spengono le luci.

Dodicesima Tappa: 1° luglio 2009 Burgos-Tardajos : 9 km, 3 ore

Solo poche ore di cammino per questa tappa. All’unanimità il gruppo ha deciso di visitare ancora la città di Burgos prima di proseguire. Ottima scelta, anche perché con una cattedrale del genere non si può andare avanti senza dedicarle qualche ora. E’ un viaggio caleidoscopico: lo puoi vivere in diversi modi a seconda di quello che si presenta di volta in volta.

 Cattedrale di Burgos

Arrivati a Tardajos ecco subito il piacere di nuovi incontri: Francisco. Uno dei pochi incontrati che percorre il Cammino per una promessa. A seguito di un incidente è rimasto in coma e poi per mesi sulla sedia a rotelle; per questo adesso è qui e per questo va in giro a sistemare gli acciacchi di altri pellegrini. Così qualcuno di noi ne ha approfittato per qualche massaggio.

Dalla prossima tappa saremo nella meseta.

Camminando si finisce per essere parte del paesaggio che cambia: dai monti della Navarra, con i suoi paesini da cartolina, alle valli della Rioja ricoperte di vigneti; dalle città capoluogo ai paesini immersi nelle distese di grano della Castilla.

Tredicesima Tappa: 2 luglio 2009 Tardajos-Castrojeriz : 30 km, 8 ore

Una delle tappe più lunghe. Si inizia a percorrere la Meseta con un tempo torrido visto che sono previsti 40 gradi nelle ore di punta. Quindi come al solito, per evitare il solleone ci siamo alzati prima dell’alba, e abbiamo iniziato a camminare dalle prime ore del mattino: alle 6.40 eravamo già per strada.

Oltre ad essere stata una tappa lunga è stata anche la più curiosa: dapprima il rifugio di Sonbol in un luogo dimenticato, lontano da tutto, in mezzo al nulla. Accoglienza ottima; il massimo della ospitalità: due uomini attempati all’esterno preparavano le verdure per la zuppa del pranzo mentre all’interno una tavola imbandita per la colazione mi ha dato il benvenuto. Ed io non mi sono tirata indietro.

 Rifugio di Sonbol

Ad Hontanas, paesino ubicato in una conca, ho trovato l’albergue aperto e ne ho approfittato per farmi una doccia prima di ripartire. Dopo essermi rinfrescata, alle due del pomeriggio mi sono rimessa in cammino e la “bolla di caldo” prevista dal meteo mi ha fatto compagnia negli ultimi chilometri. Almeno non mi sono sentita sola.

Prima di entrare a Coastrojeriz ho ritrovato Anna e Cecilia e abbiamo visitato un altro rifugio spettacolare: l’hospital de peregrinos de San Anton. Gestito da una confraternita italiana sfrutta i ruderi di quello che fu un importante monastero.

Da una parte la cucina e in un altro locale, anch’esso ben arieggiato, i letti a disposizione dei pellegrini. Molto particolare, quasi un parador, se non per l’illuminazione difficilmente regolabile: di giorno la luce intensa del solleone, di notte la delicatezza del chiarore delle stelle. Che spettacolo.

 Albergue di San Anton

Anche a Castrojeriz una bella sorpresa: l’albergue gestito da marito e moglie, due spagnoli amanti del cammino. Anche loro come buona parte degli hospitaleros incontrati in cammino fanno questa attività di volontariato per assistere gli altri ma soprattutto per stare bene con se stessi. E’ una sensazione che ho avuto più volte parlando con queste persone: mi sembra che sia prima di tutto una necessità personale che trova appagamento dall’offrire il proprio servizio agli altri.

  Anna e Cecilia direzione Castrojeriz

Questa tappa si è caratterizzata per un altro incontro particolare: Cecilia. Cinquantunenne, ma con un’età biologica di molto inferiore (la tipica eterna trentanovenne) amante dello yoga e della medicina orientale, single per scelta, è immersa nel suo viaggio interiore. Come mi è capitato spesso nel Cammino, anche stavolta senza alcun pudore, durante la nostra densa chiacchierata abbiamo messo subito le carte in tavola parlando di noi.

Secondo Cecilia la voglia di curiosare e di conoscere, nascono dalla piatta quotidianità. Se non ci fosse la noia e se non provocasse quella sensazione di malessere, probabilmente non ci sarebbe neanche lo stimolo per nuove esperienze e quindi per crescere.

Una visione nuova, del tutto originale per vedere la realtà con “gli occhiali rosa”.

Quattordicesima Tappa: 3 luglio 2009 Castrojeriz-Fromista : 20 km, 6 ore

Tappa piacevole, immersa nel giallo: abbiamo camminato in un mare di grano, sino a Fromista. Dopo il riposo pomeridiano visita alla chiesa di San Martín, un gioiello del romanico spagnolo, ovviamente con la guida Valter.

 Chiesa di San Martin, Formista

Durante questa tappa abbiamo fatto una lunga pausa nell’albergue di Puente Fiteiro per un caffè offerto dai volontari della confraternita di San Jacopo di Perugia. Da buoni italiani siamo arrivati là con il dolce. Come dicono le ragazze della confraternita: gli italiani non vanno mai in giro senza cibo! Confermo e da buona connazionale ho sempre qualcosa appresso da sgranocchiare. Fossimo in mezzo al nulla, invece ogni giorno si attraversano paesi i cui bar sono frequentati da pellegrini che non rinunciano mai ad una sosta per riposare le gambe e mettere in moto le mascelle. Il Cammino è anche la scoperta dei sapori e dei piatti tipici delle regioni che si attraversano.

Siamo quasi a metà strada, abbiamo percorso circa 380 km e la fatica fisica inizia a farsi sentire.

La differenza di paesaggio dai primi giorni è notevole e i paesini della meseta sono tra i meno curati: spopolati e decadenti, visitati nelle ore più calde della giornata, ricordano le scene nei film western.

Nota simpatica della giornata: tra il gruppo di coreani che ci affianca da due settimane un’autentica sorpresa: il “Puccini di Seul” che ci ha allietato cantando alcune delle più celebri arie scritte dal compositore italiano. E noi? Stiamo ad ascoltare, difficile controbattere all’ appassionato di lirica.

Purtroppo le vesciche che hanno dato il tormento a Michele nei giorni passati si sono infiammate e lo hanno costretto ad una sosta, con la promessa di rivederci a Leon.

 Piede sofferente di Michele

Quindicesima Tappa: 4 luglio 2009 Fromista-Carrion de Los Condes : 20 km, 6 ore

Questi sono gli ultimi giorni che passeremo insieme a Valter. Poi solo io e Anna. Valter è stato un ottimo compagno di viaggio, è stato il punto di riferimento della compagnia e un’ottima guida di viaggio, l’uomo paziente in diverse occasioni, oltre che brillante interlocutore. Piacevolissime le sue lezioni di storia, la sua interpretazione di questioni religiose e i suoi consigli per affrontare il quotidiano con quello spirito cristiano basato sul perdono e sulla comprensione.

 Valter e due pellegrini italiani su due ruote

Sedicesima Tappa: 5 luglio 2009 Carrion de Los Condes-Terradillos de los Templares : 26 km, 7 ore

Una delle tappe più temute lo è stata solo in parte, non tanto per l’assenza di un punto di ristoro per 17 km, quanto per il terreno accidentato delle prime ore. I primi 20 km di ciottolato sono stati fastidiosi, soprattutto per i miei piedi.

Arrivati a Terradillos de los Templares dopo il rito della doccia e del lavaggio indumenti, mi sono rifocillata con una bella zuppa di pesce.

Di centri abitati di piccolissime dimensioni come questo, il Cammino ne attraversa tanti. Sono paesini in cui non c’è alcun servizio se non l’albergue con annesso ristorante e negozietto di alimentari. Anche in questo il Cammino si differenzia dai viaggi tipici, si visitano paesi che sono lontano dalle rotte turistiche e che anch’essi costituiscono una visione diversa, ma genuina, delle luoghi che si attraversano.

Diciasettesima Tappa: 6 luglio 2009 Terradillos de los Templares-Bercianos : 22 km, 6 ore

Salutato con una puntina di dispiacere Valter a Sahagun, io e Anna proseguiamo da sole così alla partenza.

Arrivate a Bercianos, ci accolgono due hospitaleros, marito e moglie in una casa parrocchiale. Anche in Lola colgo quella ospitalità spontanea, altrimenti perché sarebbe qui come volontaria?

Lola ci chiede se ce la sentiamo di cucinare per tutti gli ospiti. Ovviamente non ci siamo tirate indietro, anzi abbiamo avuto manforte anche da un gruppo di ragazze di Parma e due torinesi che si sono dilettati con noi in cucina.

Così il team di cuochi nostrani ha presentato in tavola un bel pentolone di pastasciutta. Anche se il galateo non lo permette, ho fatto bis e scarpetta. Ma non sono stata l’unica ad infrangere le regole.

Anche in questo paese, di poche anime, l’albergue con i pellegrini e gli hospitaleros sono l’unica attrattiva; così la giornata si è conclusa, di fronte al tramonto sulla meseta spagnola e scambiando quattro chiacchiere con l’attempato vicinato della casa parrocchiale.

  tramonto a Bercianos

Diciottesima Tappa: 7 luglio 2009 Bercianos-Mansilla de las Mulas : 26 km, 7 ore

Oggi, abbiamo viaggiato in coppia per tutta la tappa, e ci siamo concesse un extra: invece di pranzare con il solito pane e “quello che capita” al termine della tappa, abbiamo fatto sosta in un bar a metà strada. Io: zupa de pescado y mariscos; Anna: bocadillo. Il tutto alle undici e un quarto del mattino.

   Bar alternativo per pranzo fuori orario

Durante la tappa ci siamo più volte affiancate alle ragazze di Parma incontrate a Bercianos, peccato non aver avuto il tempo di conoscerle a fondo.
Arrivate a Mansilla abbiamo incontrato nuovamente Vladimir il montenegrino, un vero veterano del cammino.
Durante il nostro primo incontro, a pelle, il suo approccio l’ho trovato presuntuoso, invece sotto la dura corazza  c’è un uomo con una vita molto segnata.
Ha parlato del suo orgoglio montenegrino, del non volersi piegare al regime di Tito e della sua fuga dalla sua terra per non combattere una guerra fratricida come quella dei Balcani.
Vlad è stato una sorpresa anche in cucina: ci ha coccolato cucinando per noi due; un uomo d’altri tempi.
 

Diciasettesima Tappa: 8 luglio 2009 Mansilla de las Mulas-Leon: 18 km, 6 ore

Sono arrivata alla mia ultima tappa. Breve ma intervallata da tante pause colazione che io e Anna ci siamo concesse dall’inizio alla fine.

Con Anna molto spesso durante il Cammino abbiamo parlato di noi: famiglia, amore, carattere. Più volte ci siamo ritrovate e dal confronto sono emersi spunti, chiavi di lettura nuove, visioni diverse della realtà di ciascuna.

 io in cammino

Arrivate a Leon ci siamo dirette nell’albergue gestito dalle benedettine, in pieno centro.

Anche per Leon, come per le altre grandi città attraversate dal Cammino, arrivare al centro storico significa attraversare noiosi chilometri di periferia. La città è gradevole, centro romantico e vivo, pieno di locali, ristoranti e tapas.

Dopo aver compiuto un bel giro turistico per la città, visitando i suoi monumenti: la splendida Cattedrale gotica con i suoi giochi di luce, la Basilica di San Isidoro, ci siamo fatte tentare da qualche pasticcino e ci siamo concesse la nostra cena insieme, prima delle rispettive partenze: io per casa, lei per Santiago.

Prima di andare a dormire ho assistito alla benedizione del pellegrino con un poco di malinconia: vedere nuovi volti insieme a quelli già noti dei miei compagni di viaggio, che domani iniziano o proseguono il Cammino, mi ricorda che la mia esperienza è giunta al termine.

Leon 9 luglio 2009

Saluto i miei compagni di viaggio e accompagno Anna nei primi passi della sua tappa. Che effetto vederla andare via, con cartina, libro in mano e l’inseparabile bordone. Sono dispiaciuta, ma come al solito me lo tengo per me e così anche Anna non esprime alcun sentimento. Quanto ci assomigliamo.                                                                                              

La giornata la trascorro da turista e al tempo stesso osservo con occhi distaccati il viaggio dei pellegrini, stregati dalla corsa verso il traguardo. Quando però inizi a cogliere lo spirito del cammino comprendi che l’importante non è la meta ma proprio il viaggio, la differenza la fanno le tappe che tutti i giorni una ad una si percorrono con compagni occasionali, e per questo fidati nelle confidenze che in tali momenti si è disposti a rilasciare senza troppe inibizioni.

 Le mie scarpe all’arrivo

E poi la stanchezza che accompagna il pellegrino ogni giorno e a cui non bisogna cedere. La stanchezza che ti aiuta a staccare la spina, a smettere di pensare, a vivere il momento così come è. Sembra quasi che si vada avanti per inerzia, senza ragionare.

Se infatti ti fermi a pensare, ti chiedi perché tutte queste persone, come in “Forrest Gump” si alzano tutte le mattine, si preparano e camminano, camminano. Tutto ciò, razionalmente e visto dall’esterno, sembra un poco frivolo: ripercorriamo con l’allegria di una vacanza un Cammino che in passato vide tanti cristiani obbligati a compierlo per espiare le proprie colpe, a costo della propria vita.

Pellegrini di oggi, in un Cammino “di massa” che mescola diversi ingredienti: turistico, culturale, gastronomico, religioso, sportivo, spirituale. Si parte con una idea ma si vivono tante esperienze insieme.

Rientro a Casa

La stanchezza fisica si è fatta sentire di colpo, tutta insieme, non appena rientrata a casa. Ho avuto la necessità di riposarmi, soprattutto di dormire. Sicuramente tra le difficoltà del viaggio quella che ho patito maggiormente è stata proprio l’assenza di un sonno ristoratore.

Per mesi ho vissuto sulla scia del benessere d’animo provocato da questo viaggio, cercando di vivere le situazioni con la giusta comprensione, anche quelle che più di tutte mi fanno sempre patire.

Sono riuscita a domare quella insoddisfazione cronica, quel malessere interiore che sempre mi accompagnano. Ma non so per quanto tempo. La speranza è che questa sensazione mi abbandoni il più tardi possibile e che io sia in grado, all’occorrenza, di riportare alla memoria del mio cuore gli stati d’animo vissuti durante il viaggio.

Anche Anna è rientrata in pace con se stessa, soddisfatta e appagata da quanto fatto. Per entrambe è stata una overdose di ottimismo che ha prodotto una bella quantità di autostima.

E gli altri?

Per Valter è stata una esperienza che ha arricchito cuore e mente, e già pensa al prossimo obiettivo: fare l’hospitalero.

A Michele il Cammino ha insegnato di non andare mai oltre i propri limiti. Per lui è stata un’esperienza sofferta a causa dei problemi fisici. Ma da autentico pellegrino non demorde e già programma la prossima partenza, proprio da Formista dove si è fermato quest’anno.

Mariano ed Oscar hanno definito l’esperienza indimenticabile grazie anche ai compagni di viaggio italiani.

Per tutti si è trattato di un viaggio diverso dal solito, carico di emozioni che, oltre a scaricare le tensioni che ci portiamo appresso dagli impegni di tutti i giorni, è capace di fornire una nuova carica di energia per ripartire.

Ciao a tutti Alessandra