Benedetto Deriu
commenta così la sua partecipazione alla Sardinia Ultramarathon:
"Quante cose che ho scoperto
domenica sera. Il parco di Monte S.Antonio, un bellissimo posto
dove spuntinare e passare una bella giornata al fresco e intorno
un territorio vasto e con poche strade e per questo ancora in
buono stato di conservazione e con diversi nuraghi belli da
vedere. Un gruppo di amici affiatati e preoccupatissimi di far
star bene i fuori di testa sardi e "continentali" intervenuti
per una gara inusuale ma straordinaria, bellissima, la gara più
bella nella mia aggiornatissima classifica di gradimento. Ho
scoperto che sotto i piedi possono formarsi le "bolle" e che a 5
km dall'arrivo possono scoppiare inaugurando uno sprint di
imprecazioni e frastimusu. Ho scoperto che se arrivi in fondo a
gare di questo tipo...ti accolgono come un eroe...E' stato molto
bello ma la cosa più naturale che mi è venuta da dire è stata
"non ne capite niente di atletica" suscitando una risatina che
ha rimesso le cose a posto, soffocando la commozione che
rischiava di prendere il sopravvento ma che non volevo mia
compagna in quel momento, un momento di serena goduria, culmine
di una gara tranquilla, come penso lo debba essere una gara che
ti porta a correre quasi 8 ore di fila, seppur con qualche
intervallo al passo per recuperare energie e mangiucchiare
qualcosa. Ho scoperto che dopo 20 km, se hai un buco sullo
stomaco e non sai se bere un integratore o spezzare la prima
barretta...beh...se trovi una siepe di more come è capitato a
me...sei un uomo fortunato perché è una festa per il palato e
per la mente........ma vuoi mettere il sapore delle more mature,
molte delle quali offerte da un simpatico compagno del gruppo di
Macomer? Ho scoperto che da quelle parti si produce un borotalco
di colore marrone che viene sparso sul campo di gara la sera
prima della manifestazione e si tratta di una polvere
interessante, autoabbronzante e non rinfrescante, leggera come
l'aria, subdola come un autovelox, capace di nascondere sassi
appuntiti ma pronta a occludere ogni più piccolo foro di cui è
dotato l'Homo Sapiens Sapiens. Non potevo perdere l'occasione e
ne ho portato un flacone a mia moglie che si lamenta dei pochi
regali che le faccio. Ho scoperto che la gara non era così
abbordabile come l'altimetria e l'istinto mi suggerivano....mi
sono allenato sui monti di Capoterra, 3 lunghissimi da 40/48 km,
e il dislivello maggiore delle montagne del Sud mi autorizzava a
pensare a un percorso molto più tranquillo....ma non avevo fatto
i conti con il fondo stradale, difficile, insidioso e che ti
costringeva a correre con la testa bassa. Incredibile, mi hanno
premiato, ho presentato subito formale ricorso sicuro che si
fossero sbagliati ma non ne hanno voluto sentire e insieme ai
veri marziani mi sono ritrovato sul podio come può trovarsi a
suo agio una spigola sulla graticola. Io, la mezza sega della
corsa fiacca della Sardegna, ero lì con la mano
dell'inarrivabile Giorgio Calcaterra che si protendeva verso la
mia, ho preso coraggio e ho subito detto "signor Calcaterra è un
onore" e un attimo dopo mi sono abbassato per evitare il
probabile sputo nell'occhio che, incredibilmente, non è arrivato
ma non è neanche partito, come invece temeva la mia malata
psiche. Ci sono diverse cose che non si possono dimenticare:
• Norma & C, preoccupati e affettuosi, sempre con il sorriso o
comunque attenti e premurosi
• Le more, ta cosa bona
• L'arrivo
• La partenza
• I punti di ristoro
• Il punto di ristoro con Alessandra Loddo e i suoi campanacci
• I panini con la salsiccia e le torte
• Il borotalco sulla salita del Nuraghe
• Le mie scarpe nere a fine gara
• I complimenti di Carlo e Norma e di tutte le persone al
traguardo
• La freschissima doccia a fine gara
• L'incredibile Lorenzo, mio compagno di squadra, secondo
assoluto alla 60 km, una persona speciale
• Gli sms di mio fratello e mia moglie che ogni 10 km
rispondevano ai miei sms e mi scriveva qualcosa tipo: Vai che ce
n'è!!
• Le mie mani sulle coscie. Anche le coscie erano le mie...in
mancanza di Manuela Arcuri...nelle ultime salite le ho dovute
aiutare.
Concludo questa mia
logorroica parentesi ringraziando di cuore Norma e tutto il
gruppo di Macomer. E' stato un vero piacere, spero riusciate a
organizzare un evento di questo tipo anche l'anno prossimo, la
vostra manifestazione merita davvero una attenzione speciale, lo
sforzo che avete fatto è grande e mi piacerebbe vedere il doppio
dei numeri l'anno prossimo ma anche il triplo non sarebbe male
perché il luogo, il tipo di gara e sopratutto il vostro
entusiasmo lo merita.
Con sincero affetto, Benedetto
Ps. Ho fatto in tempo a bere
3 bicchieri di birra e poi anche il decimo fusto si è svuotato
senza appello. I casi sono due, o vi hanno rifilato 10 fusti
mezzo vuoti o è stata una bella festa.
Risposta: è stata una bella festa
(meno male che sono arrivate 10 becks all'ultimo minuto...)"
.jpg)
Ciao a tutti
Benedetto Deriu
Ecco il mio
racconto sulla Maratona di New York 2007.
Il pensiero di
correre a New York
La maratona di New York sta a un amante della corsa come
Disneyland sta a un bambino di 6 anni. E’ un pensiero vago ma
affascinante che si fissa nell’immaginario della persona e che
diventa spesso il punto di arrivo di una discussione. Non so se
si tratta della maratona più bella del mondo, se è organizzata
meglio di tutte o se vanta la più massiccia adesione di
partecipanti; la mia non grandissima esperienza di maratone non
mi consente di esprimere che alcune impressioni. Di certo è la
più famosa. L’accostamento con Disneyland serve per indicare
anche il grande divertimento prima, dopo, ma soprattutto durante
la gara; è questo il destino di chi la corre. Divertimento e
gioia a livelli da commozione, almeno finchè la stanchezza non
prende il sopravvento su quello che ti sta intorno
costringendoti a una grande concentrazione per arrivare alla
fine e indossare la famosa medaglia. E adesso che è fatta il
pensiero non sparisce, rimane appeso come un nuovo invito e
anche se è passato qualche giorno la voglia di tornarci presto
non si allontana e si fissa nella mente.
In tre da Capoterra.
Certo Capoterra non è un covo di maratoneti, il calcio e la
recente e bellissima realtà del rugby sono gli assi sportivi più
robusti del territorio anche se pallavolo, ciclismo e la giovane
società di atletica provano ad affermarsi stabilmente. Tuttavia
a poco a poco la tentazione di correre la maratona si sta
diffondendo e in pochi anni ben undici residenti si sono
avvicinati a questa strana esperienza. Un campione olimpico del
passato disse “se vuoi correre corri un miglio, se vuoi
conoscere una nuova vita corri la maratona”, una frase che
sintetizza benissimo la sfida dei 42 km. Chi scrive queste righe
ha avuto la fortuna di correrne tre in un anno e mezzo pur con
doti fisiche non eccezionali e con una preparazione non sempre
impeccabile; questo anche per far capire che la sfida della
maratona è alla portata di chiunque sia in condizioni fisiche
accettabili e con una buona predisposizione mentale allo sforzo
prolungato. Le strade di Is Olias a Capoterra sono spesso
popolate da strani individui caracollanti che si dirigono verso
la montagna. La domenica mattina di solito si ritrovano per una
corsa lunga, a dispetto delle polpette con i peperoni e della
pizza mandata giù il sabato sera e ogni tanto i loro discorsi si
trasformano in propositi di maratona; così sono nate le recenti
esperienze di Roma, Firenze e adesso di New York. E forse anche
sull’onda della recente spedizione ecco che si comincia a
parlare del 2008 e si fanno i nomi di illustri città europee e
probabilmente toccherà anche a Madrid, Barcellona o Londra
ospitare qualcuno dei figli di questo paese, nativi o “istrangiusu”.
Anselmo Serreli, Benedetto Deriu e Antonio Cingolani sono
riusciti a realizzare un piccolo sogno e a portare scarpe da
corsa e famiglia in una delle più belle città del mondo.
Arrivare a New
York.
Le strade che collegano l’aeroporto alla città sono anonime e
larghe, i veicoli non sono per niente europei, le dimensioni
sono maggiori, ogni auto sembra corazzata. Un ora e mezza per
arrivare dall’aeroporto all’albergo situato a Manhattan. Lo
scenario durante questo tragitto non è eccezionale, molte
industrie, soprattutto strade e svincoli, cerchi di guardarti
intorno e di capire come fa la gente a vivere e ti domandi se
riusciresti a cavartela in quel traffico spaventoso. Dopo 9 ore
di aereo sei sfinito e spiaggiato sul sedile del pulmann e ti
aspetti di poter vedere almeno qualche scenario particolare
durante il tragitto verso l’Hotel. Quando stai per perdere le
speranze e il sole comincia ad abbassarsi ecco che
all’improvviso vedi un paio di grattacieli, poi un altro e un
altro ancora e poi tutti….. una montagna di edifici e
grattacieli in mezzo a una baia!! Lo skyline di Manhattan è
davvero impressionante, impossibile da descrivere, solo i
paesaggi di alta montagna riempiono lo sguardo in misura
superiore. Si tratta di una assoluta meraviglia che lascia a
bocca aperta, lo vedi per qualche minuto e ti aspetti di
raggiungerlo passando sopra un ponte, uno dei tanti, ma per
arrivare a Manhattan ci sono altre soluzioni e si percorre una
lunga galleria sotto l’East River. Alla fine del tunnel sei nel
cuore della Grande Mela, circondato da palazzi lucidi e strade
larghe e trafficate, con i marciapiedi a tratti brulicanti di
persone.
Il gruppo dei
Sardi e la Corsa dell'Amicizia.
In 64 i sardi presenti a New York, davvero un bel gruppetto,
capitanati da Francesco Calledda, alias Zigheddu, 69 anni e alla
sua settima maratona di New York. Un bel clima già sull’aereo
che li ha portati da Roma a New York; castagne, noccioline e
torrone venivano distribuite a tutti i passeggeri da un Zigheddu
in splendida forma e che ha dato sfoggio di una bellissima
berritta sarda, oltre alla solita, immancabile, bandiera dei 4
mori. Il giorno prima della maratona si è svolta la tradizionale
Corsa dell’Amicizia dal palazzo dell’Onu al Central Park, una
corsa di 4 Km dove i vari podisti si sono ritrovati
contraddistinguendosi per provenienza. E così i giapponesi erano
vestiti da combattenti o da Geishe, con tanto di acconciature e
spade di plastica, non da meno gli inglesi vestiti da poliziotti
Bobby, anche se con i pantaloncini corti; presenti anche gli
svedesi con tanto di corna e le spagnole vestite da sfavillanti
ballerine andaluse; tantissime bandiere di tutte le nazioni. In
grande evidenza le bandiere della Sardegna, almeno dieci, con il
solito Zigheddu a calamitare le attenzioni e a fare gruppo
cantando Nanneddu Meu o baciando, ricambiato, le numerose e
scherzose ragazze nordiche. Molte bandiere sarde ma pochissime
bandiere italiane, ne ho visto solo una davanti al gruppo. E’
evidente come gli italiani non abbiano il culto della loro
bandiera, mondiali di calcio a parte. Erano presenti e numerose
le bandiere di tutte le grandi nazioni europee, quelle
statunitensi erano le più presenti. Ma le bandiere sarde non
sfiguravano e il gruppo che le portava era davvero piuttosto
vivace.
La cosa più
interessante di New York
Prima di partire pensavo che avrei avuto modo di ammirare le
impressionanti costruzioni, la Statua della Libertà o il
suggestivo museo dedicato agli emigranti a Ellis Island, tanto
per citare alcune caratteristiche, alcuni emblemi della città.
Certo quello che ho visto è eccezionale, ma non pensavo che
avrei avuto voglia di sottolineare l’atteggiamento della gente
che vive a New York. Si tratta di persone predisposte a farsi
capire e a rendersi utili. La loro è una mentalità aperta ed è
stata la sorpresa più bella di questa “vacanza podistica”. Ci
saranno capitati almeno una dozzina di episodi significativi che
possono spiegare meglio la cosa; come ad esempio la ragazza nera
che ci ha visto aspettando un taxi in una strada dove
stranamente non se ne fermava uno ed ecco che ci veniva in aiuto
suggerendo di andare in un altro punto dove più facilmente
avremo trovato il taxi libero; ancora.. a un incrocio di
discuteva tra di noi della necessità di mangiare qualcosa di
europeo e possibilmente italiano ed ecco che un signore bianco
si avvicina e ci consiglia con precisione un ristorantino a
poche decine di metri; oppure un taxi che si ferma per
sconsigliarci di andare in una certa direzione perché priva di
corsia pedonale e quindi pericolosa per andare a piedi . Insomma
tutta una serie di episodi piccoli ma significativi che la
dicono lunga sulla loro mentalità, sulla abitudine a convivere,
a condividere e a dialogare con altre persone e altre razze.
Esiste una ricerca semplice del dialogo. Non appena certi
comportamenti hanno cominciato a colpirmi ecco che ho cercato di
stare più attento ai comportamenti generali; anche per questo,
pur non essendo un sociologo o un esperto dei comportamenti
umani, mi sento di poter dire che non c’è frenesia, la gente è
anche curiosa e cammina guardandosi intorno e interviene senza
troppi formalismi. La mia è una considerazione che chiaramente
tende a generalizzare ma l’intenzione è quella di rilasciare un
meritato giudizio positivo a prescindere anche da alcuni aspetti
meno nobili che si possono immaginare come ad esempio la
tendenza diffusa a “fare business” o il modo di mangiare food
non proprio salutare. Certo può essere che chi leggerà queste
non immortali parole sia stato scippato in passato in un vicolo
di New York, considerata ormai, dopo l’amministrazione del
sindaco Giuliani, la città più sicura d’America. Però dovevo
perdere qualche minuto per dire la mia e in qualche modo
ringraziare chi vive in quella città trasformandola da
impressionante a rassicurante. Il giorno della gara poi è stata
una vera festa, qualche milione di New Yorkesi allineati sui
bordi dei marciapiedi a fare un tifo da stadio: Go Mino!! Go
Antonio!! Go Sardegna!! Go Italia!! Queste alcune delle
grida di incitamento stuzzicate dalle scritte poste sulle nostre
magliette. Interminabili mani tese dei bambini alla ricerca del
cinque, frequentissime offerte di fazzoletti di carta, acqua e
frutta da parte di questo splendido pubblico; un tifo da stadio
con l’unica eccezione del quartiere ebraico, serio, con gli
uomini un po’ fuori dal tempo con quei cappelli bombati e le treccine, non inclini a lasciarsi andare neanche per queste
manifestazioni, ma sui volti dei loro ragazzini scorgevo
comunque un sorriso e una partecipazione divertita, a stento
contenuta. La partecipazione della gente durante la gara è stata
bellissima, commovente, inusuale per noi che qualche gara di
corsa su strada la ma di certo non siamo abituati a questo
seguito e a questi incitamenti. Anche per questo sono pochi i
maratoneti che non portano a termine la gara, la spinta è
notevole. Congratulazioni per tutti dopo la gara e anche il
giorno seguente. Si usciva tutti con la medaglia al collo, è
usanza, è anche orgoglio. E la gente di New York non mancava di
complimentarsi con noi finisher. Davvero la gente di New York è
un valore aggiunto per una città bellissima.
I riscontri
cronometrici miei e dei miei due amici...purtroppo lontani dalle
nostre aspirazioni.
Benedetto Deriu pettorale 14843, official time 4.52.47
Anselmo Serreli pettorale 1383, official time 4.16.39
Antonio Cingolani pettorale 22878, official time 5.26.25
La nostra gara.
Purtroppo il cronometro non si è fermato dove ci sarebbe
piaciuto ma la gara è stata portata a termine. Benedetto contava
in cuor suo di poter avvicinare ancora di più le 4 ore e magari
di chiudere sotto, anche se di poco. La sua gara è stata
scellerata e divertita allo stesso tempo. Dopo il ponte di
Verrazzano ogni tattica è stata gettata alle ortiche per una
corsa ubriaca tra le strade piene di gente, a ritmi troppo
veloci ma divertiti. Per qualche tratto ha corso con i pace
delle 3:50. Non poteva farcela ma ha corso i 30 km più veloci e
spassosi della sua vita; però al 35° km si è dovuto arrendere,
le gambe non rispondevano più. E allora ha proseguito
camminando, avvolto nella bandiera sarda per resistere al freddo
degli ultimi km, 7 km che ha percorso in un ora e mezza, ma al
traguardo la sua bandiera sarda era molto alta. Mino poteva
chiudere sotto le tre ore e trenta, la sua preparazione è stata
semplice, non ossessiva, aveva trovato una resistenza notevole e
poteva fare un buon tempo senza strafare. Ma la maratona è una
gara a sé, non guarda in faccia a nessuno, neanche Mino che in
sette mesi di risparmi e allenamenti aveva cercato di rendere
ancora più memorabile la sua maratona; è così dopo il decimo km
un crampo lo assale e praticamente non lo abbandona più. Non se
ne fa un dramma e si gode lo spettacolo procedendo più
lentamente del previsto, un po’ camminando e un po’ correndo,
partecipa ai concerti delle band lungo le strade, si unisce ai
Rapper di Harlem, si fa fotografare con musicisti e altri
corridori… e alla fine arriva in poco più di 4 ore, anche lui
con una bella bandiera dei 4 mori in bela mostra. Antonio invece
era cosciente della sua precaria preparazione, un solo
allenamento di 30 km, molto studio per la conclusione della
laurea a fine estate, diverse sedute serali a Poggio dei Pini.
Una gara molto concentrata, cercando i fotografi italiani e il
giusto recupero ai rifornimenti. E alla fine arriva neanche
troppo affaticato, migliorando di quasi 30 minuti il suo
precedente tempo e con una contentezza assoluta.
Tornare a New
York
Adesso ho capito perché nel volo Roma-New York c’erano
moltissimi sardi alla loro 7a e anche 11a maratona. Io pensavo
che fosse un cartellino da timbrare, un passo obbligato da
compiere almeno una volta nella vita per chi ama la maratona e
la corsa. E invece ora mi ritrovo a pensare di tornarci e di
correrla nuovamente. Arrendiamoci a un pensiero ancora presente
quindi, e diamo l’ arrivederci a una città speciale.
.jpg)
Buone
Maratone a tutti ciao
Benedetto Deriu