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AVVENTURA |
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Il mio viaggio da Lhasa a Katmandu
(del Naturaider Livio) |
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MAGGIO
2010:
il mese
più bello dell’anno; da circa un mese mi trovo a letto a
seguito di un brutto volo in bici… il tempo non vuol saperne
di passare in fretta. Ritorno stamattina con la mente ad un
anno fa. Era in questo periodo che una telefonata di Andrea
mi invitava a fare un viaggio in bici nei posti da me
sognati dall’infanzia : IL TIBET, L’HIMALAYA.
Subito mi si sono illuminati gli occhi e senza esitazioni
gli do la mia conferma. Il viaggio, che prevede la partenza
da LHASA ed arrivo a KATMANDU, sarà da farsi in 17 giorni
tra viaggio aereo e pedalata. Non mi pongo alcun problema,
sono allenato e le mie 24 ore in solitaria mi tengono pronto
per qualsiasi sfida.
Coinvolgo subito anche il mio amico Lillo; noto subito in
lui una gran voglia di partire ma anche molti dubbi sulla
fattibilità e sulla tranquillità di un viaggio simile.
Tra telefonate e incontri lo convinco e alla fine mi dice :
“Ok vengo a condizione però che rimaniamo assieme e in caso
di bisogno tu mi possa aiutare”: Vista la profonda amicizia
che ci lega, non serviva nemmeno questa precisazione: è
evidente che sarà così. Non mi preoccupo d’altro, lo
considero un viaggio tranquillo, senza alcun problema, visto
che viene organizzato con mezzi di supporto al seguito e
vista la presenza di un buon gruppo di bikers ben allenati.
Troppi i racconti e i libri che ho letto sul Tibet, sul
mondo sherpa, sulle montagne più alte del mondo per pormi
qualche dubbio sulle difficoltà a cui andavamo incontro.
Mi infastidisce sentire Lillo sempre più preoccupato che ad
ogni telefonata mi fa presente la difficoltà del viaggio, il
problema della quota, del freddo e via dicendo. Ma come ogni
volta lo tranquillizzo: ci sono io non preoccuparti!?
Finalmente si parte. Siamo agli inizi di novembre. Già
all’aeroporto incontro vecchi amici conosciuti in altri giri
in bici e subito il gruppo si lega.
Lillo è entusiasta anche se in aereo noto molti volti
preoccupati e dubbiosi perché il tempo che ci siam dati
sembra troppo poco. Si leggono le guide di altri che l’han
fatto, le difficoltà descritte ed… inizio a preoccuparmi un
po’ anch’io.
Il giro prevede 1100 Km. da effettuarsi in 10 giorni con un
dislivello di 11.000 ml. E’ la mia prima volta in un paese
asiatico e il primo impatto con Katmandu è di soffocamento.
Appena usciti dall’aeroporto il caos è indescrivibile.
Strade intasate, clacson che ti penetrano nella testa,
polvere e tanta, tanta gente dappertutto. Siamo alloggiati
all’Hotel Planet a Braktapur. Ci arriviamo verso sera e dopo
una cena sostanziosa con Lillo e qualche altro si va a
visitare la città vecchia.
Non avendo mai letto nulla su Katmandu e le sue meraviglie,
rimango subito estasiato davanti alla bellezza di Braktapur,
città dichiarata “patrimonio mondiale dell’umanità”. Mi
immergo subito nel suo fascino e nella sua storia. Vederla
di notte,senza turisti, con la gente già rinchiusa in casa e
un’ emozione forte. E’ una città dove tutto è costruito con
mattoni lavorati a vista e travature di legno, con
particolare attenzione e devozione per
i decori, gli intagli, le cornici, i portali. E’ veramente
incantevole.
Ad ogni passo ti ritrovi davanti ad un piccolo capitello, ad
un altare o a un qualsiasi segno della loro devozione
incassato , perfino, tra i pavimenti delle strade. Si arriva
poi alla piazza centrale con tutti i suoi monumenti, statue
e figure che animano la religiosità nepalese.
Passo la prima notte caricato da queste emozioni per
svegliarmi di buon mattino all’urlo di Lillo, che amante
dell’alba mi invita ad ammirare l’incanto del sorgere del
sole.
Saliamo sul tetto a terrazza dell’hotel e restiamo ad
ammirare la pianura e la città che emergono un po’ alla
volta da una sottile nebbiolina, mentre i colori dell’aurora
illuminano le vette circostanti.
Il primo giorno rimaniamo a Katmandù.
Con Lillo e Michela di buon mattino ci inoltriamo ancora
nella magia di Braktapur non prima di gustarci il risveglio
e la frenetica attività della gente e del posto che ci
circonda.
Al primo mattino c’è un continuo viavai di persone,
studenti, bambini, contadini ed ogni altro tipo di gente che
pullula la strada e che ci accompagna alla città vecchia.
Rimango
impressionato davanti alla religiosità della gente tutta. Ad
ogni albero, pozza d’acqua od altro elemento naturale
sorgono dei piccoli altari che si riempiono un po’ alla
volta di offerte, di fiori e di polvere colorata con la
quale ognuno, intingendosi le dita, si decora la fronte
pregando e manifestando così la sua fede davanti a tutti.
E’ impressionante come, nel far ciò, siano coinvolti in un
misticismo che nemmeno la nostra presenza riesce a
distogliere.
La vita nelle campagne è in pieno fermento, si sta mietendo
il riso, e le donne sono intente a formare i covoni, a
battere le spighe a ripulire i chicchi di grano e a
preparare il terreno per nuove semine.
La mia vita di campagnolo mi riporta agli anni
dell’infanzia, ove tutto veniva svolto con il solo ausilio
delle mani e si svolgeva con l’impegno e con l’aiuto di
tutto il vicinato. Mi incanto davanti a queste scene e alla
gente che ci guarda, ci saluta e sorride.
Entrare nella città storica di giorno è un'altra profonda
scoperta.
Sulle strade percorse solo da pedoni e moto e sulle corti
delle case le donne lavorano il riso e gli artigiani nelle
loro botteghe danno sfoggio alle loro abilità.
Ad ogni angolo una scena nuova : dalle donne che si lavano
su un catino con il seno al vento aiutandosi tra loro
sull’uscio di casa, ai bambini che giocano, alla gente di
ogni età che prega, che porta doni agli altari o ai pochi
turisti che come noi fotografano ogni angolo, incantati
dalla bellezza di ogni singolo particolare, di ogni
fabbricato, di ogni monumento.
Entriamo per caso in una scuola che dipinge e tesse i
“mandala”; quadri di tutte le dimensioni che raffigurano il
mondo e la loro religiosità. Gli studenti tutti seduti per
terra, ci guardano incuriositi; riusciamo a scambiare
qualche parola, ma il loro impegno e la loro concentrazione
non permette soste. Usciamo da questa città affascinante con
gli occhi colmi di immagini e colori, affascinati da questo
mondo.
Il pomeriggio lo passiamo nel caos di Katmandu, una schiera
infinita di negozi che vendono a prezzi bassissimi tutto
quello che serve per l’alpinismo. Facciamo gli acquisti
necessari per il viaggio, visitiamo la città e conosciamo la
nostra guida tibetana “Sonan” che ci accompagnerà fino alla
fine del nostro tour.
Il giorno dopo si parte per Lhasa. Già dall’aereo siamo
tutti incollati ai finestrini ad ammirare le valli piene di
corsi d’acqua che dividono il Nepal dal Tibet ed i colossi
himalayani che si presentano in tutto il loro splendore.
Atterriamo a Lhasa e subito ci troviamo con una sciarpa
bianca di benvenuto al collo.
Siamo improvvisamente a quota 3500 e subito l’altitudine fa
sentire il suo peso.
Far le scale per accedere alle camere dell’albergo ci mette
subito alla prova, dopo 4/5 scalini dobbiamo fermarci e
respirare, siamo già in affanno. Non c’è il fermento delle
città asiatiche, i cinesi stanno cercando di uniformare
tutto, ampie strade tutte asfaltate si presentano davanti a
noi con edifici nuovi ai lati e pochissimo traffico.
Dopo cena, prendiamo un taxi che ci porta al “Potala” ; Da
lontano intravediamo un misterioso ciclista perso nel nulla
di una piazza immensa. Assomiglia ad uno di noi :
Pantaloni corti, maniche corte, berrettone in testa con due
grandi orecchie alla Pluto che gli cadono lateralmente; E’
il pazzoide di Lillo che partito da solo dall’albergo ora
sta girovagando controllato dalle guardie rosse cinesi,
sorprese per questa intrusione.
Torniamo in albergo e ci prepariamo per il mattino quando
lasceremo la città ed inizieremo a pedalare.
Ci troviamo a colazione un pò preoccupati. La quota sta
colpendo l’umore di tutti, si è dormito poco e, più o meno,
siam tutti col mal di testa. Comunque, entusiasti, saliamo
nelle nostre bici pronti per partire. Siamo in nove, tutti
ben allenati, con noi ci sarà “Sonan” la nostra guida, anche
lui in bici; ci sarà una jeep di supporto e un camioncino
con 6 persone tra autisti, addetti alla cucina e alla
preparazione del campi tendati.
Dimentichiamo il mal di testa e qualsiasi altra
preoccupazione e partiamo.
Lillo
parte a zig zag, si sposta a sinistra della strada fuori dal
gruppo, e ,subito, si fa sentire l’autorità di “Sonan”. Se
io mi fossi rivolto a Lillo in quel modo avrei sicuramente
perso l’amico.
Sonan non fa altro che ripeterci di stare in gruppo, di non
fotografare i militari, le caserme e qualsiasi altra opera
immagine dell’impero cinese.
La partenza avviene attraverso il centro storico di Lhasa.
Rimpiango di non poter fermarmi di più in un posto così
impregnato di misticismo e religiosità. Tutto il Tibet e
tutto il suo popolo ti sconvolge per la sua quiete, per il
suo continuo pregare. La loro non è rassegnazione, ma gioia
di vivere, gioia di appartenere ad un popolo così
particolare.
Lhasa, città di pellegrinaggi è piena di questa gente, che
arriva da tutte le parti, tutti in piccoli gruppi,
principalmente a piedi, qualcuno sopra a dei muli o qualche
trattore.
Sono tutti soddisfatti per essere arrivati alla meta.
La loro devozione ci lascia a bocca aperta. Si prostrano, si
rialzano, congiungono le mani in ritmi che solo loro
conoscono, che possono sembrare senza alcuna logica, ma
perfettamente scanditi nei tempi e nelle posizioni. Bruciano
le loro preghiere nei forni di preghiera (cholten) ed il
fumo porta le loro suppliche in cielo. Così affascinati e
senza parlare arriviamo davanti al maestoso e imponente
“POTALA”. Anche qui una grande folla, totalmente immersa nel
suo misticismo che neanche il nostro passaggio riesce a
scomporre. Non abbiamo il tempo per una visita al Monastero
più grande del Tibet, ex
sede del Dalai Lama, ma ci resta impressa la sua imponenza,
la sua grazia, i suoi colori bianchi e rosso mattone, le sue
minuscole finestrelle da dove immaginiamo raccolti
un’infinità di monaci persi nelle loro contemplazioni.
E’ con queste sensazioni che iniziamo a pedalare. Come tutto
il Tibet, l’avvento dell’occupazione cinese è ben evidente.
Tutte le strade sono asfaltate, notevoli sono le nuove
costruzioni, ad ogni piccolo villaggio c’è una caserma e ciò
a qualsiasi quota; ne troveremo anche sui villaggi posti
alle pendici dell’Everest. Il commercio è nelle mani dei
cinesi “espatriati” in questa terra, mentre i tibetani hanno
mantenuto le loro principali
occupazioni : agricoltura e pastorizia.
Il primo giorno di pedalata ci trova spesso in gruppo a
scherzare e a pedalare senza grandi sforzi. Non ci sono
forti pendenze, si corre su strade ben asfaltate e salendo
pian piano si arriva a sera a quota 4000. Poco prima
dell’arrivo si iniziano ad attraversare piccoli villaggi
montani, con case adornate da bandiere di preghiera, con i
primi yak che vediamo pascolare tranquilli. Si alloggia al
campo tendato posto ai lati del fiume Bramaputra vicino al
villaggio Chusul. E’ la prima sera che testiamo la cucina
delle nostre guide con piatti di verdure, zuppe e carni che
non ci fanno rimpiangere nulla.
Prima di sera, come sempre con Lillo ci addentriamo nel
vicino villaggio per curiosare, rimanendo incantati davanti
alle abitazioni che, anche se di vecchia data, risultano
adornate con portali e cornici decorati, con porte e
finestre dipinte, con i bambini che ti guardano da lontano e
solo quando son certi che sei innocuo si avvicinano pian
piano.
Al mattino ci svegliamo con il gelo che copre la tenda. Mi
alzo presto per fotografare le vette che si specchiano sul
fiume alla luce del primo sole. Si parte presto. Colazione e
in sella perché ci aspetta il primo passo a circa 4800.
Fa freddo, ma un po’ alla volta il sole e la salita ci
riscaldano. Le pendenze sono sempre molto lievi, ma la quota
si fa sentire. Tutto il gruppo più o meno sta subendone gli
effetti, chi con mal di testa, chi con problemi di stomaco.
Io e Lillo saliamo assieme, siamo in forma. Fare centro
metri di dislivello dalle nostre parti è una sciocchezza,
qui il passo è lento ed il respiro è sempre più intenso.
Finalmente si arriva al passo. Mentre attendiamo gli altri
ci gustiamo la bellezza del passo, che come tutti i passi di
montagna che attraverseremo sono addobbati da una infinità
di bandiere di preghiera, poste sia di traverso al passo
stesso, e sia ammucchiate ordinatamente attorno alle rocce.
Ognuno che passa, lascia la sua preghiera scritta su queste
bandiere che sventoleranno nel tempo.
Su una piccola piazzola c’è un gruppo di tibetani che stanno
mangiando seduti.
Con la scusa di qualche foto mi avvicino e li osservo.
Hanno tutti facce tirate, scavate dal vento e plasmate dal
sole. Sono coperti da pesanti vestiti, mi accolgono
sorridendo, cercando di farsi capire in qualche modo.
Quello più vicino a me mette una mano in una sacca e mi
invita a mangiare con lui.
Prendo la poltiglia che mi offre e ringraziando la metto in
bocca.
E’
una polenta senza gusti particolari. Hanno, assieme a loro,
qualche yak e un cagnone addobbato con collari a frange
colorate e avvolgenti. Il panorama è splendido e al di là
del passo si vede nella valle sottostante la parte iniziale
di un immenso lago chiamato Yamdrak, che tradotto significa
: scorpione, per la sua forma che lo distingue . Lo
seguiremo per molto chilometri, fino alla fine della
giornata.
Scendiamo incontrando alcuni villaggi arroccati sulle
montagne .Su un tornante mi fermo con Lillo per farci
qualche foto. Il vento, costantemente presente, gli fa
volare il berretto. Senza pensarci fa una piccola corsa per
riprenderlo e si riparte subito.
Lo vedo in crisi, si ferma, lo sforzo improvviso si fa
sentire, ha un forte mal di testa e il cuore che gli sta
scoppiando. Fortunatamente ci avviciniamo alla sosta per il
pranzo.
Non mangia, rimane appartato cercando di recuperare. Quando
è ora di ripartire fortunatamente ha già recuperato. La
cavalcata finale procede in gruppo, incrociando solo dei
piccoli trattori tutti addobbati, con nastri e con le
immancabili bandiere rosse cinesi. Alla sera arriviamo al
nostro nuovo campo tendato posto sempre a ridosso di un
fiume. Siamo al villaggio di Nakartse. Io e Lillo scegliamo
di andare a dormire in un piccolo hotel posto a fianco al
campo stesso. Lillo si sta sacrificando per me perché sa che
non dormendo bene in tenda preferisco, quando è possibile,
un materasso.
Per salire sul camerone che ci assegnano ci arrampichiamo su
una scala a pioli ripidissima.
La stanza ha un ampio finestrone che da sul fiume dove è
posto il nostro campo.
Siamo a quota 3800.
Di notte continuo a svegliarmi spesso con il respiro
affannoso e con la gola che inizia a darmi fastidio. Cerco
rimedio nelle medicine che mi sono portato appresso sperando
di risolvere velocemente il fastidio.
Per i quattro giorni successivi pedaliamo in mezzo a
panorami fantastici, ad altipiani interminabili ove a pochi
chilometri tra loro sorgono villaggi che a parte le poche
nuove costruzioni cinesi, si presentano vetusti ma frementi
di attività.
I nostri compagni di viaggio in questi lunghi rettilinei
sono sempre i loro piccoli trattorini che trainano rimorchi
pieni di legna, sterco di yak, paglia e persone. E’ il loro
mezzo di trasporto. Si vedono spesso compagnie di donne che
con il loro attrezzi di lavoro formano lunghe colonne che si
spostano dai villaggi ai campi.
I trattori sono addobbati in ogni loro angolo, con sciarpe e
con le bandiere cinesi sempre in primo piano. La bandiera
tibetana qui è vietata, per acquistarne una abbiamo dovuto
cercala nel vicino Nepal.
Le tappe sono mediamente di 80/100 Km. con circa 1000/1200
metri di dislivello.
La prima cittadina ove sostiamo in hotel è Gyantse,
raggiunta passando per un passo posto a 5000 metri.
Da lontano prima di arrivare si nota la maestosità di un
monastero arroccato sulla montagna. Arriviamo alle prime ore
del pomeriggio e c’è il tempo per visitarlo.
Ci
accompagna alla visita, la nostra guida “spirituale” VASAN.
E’ un personaggio che mi colpisce subito, ha i tratti del
viso che mi ricordano i grandi indiani d’America. Lo vedo
sempre riflessivo con il rosario in mano, ma quando mi
avvicino per cercare di parlargli si illumina in volto e si
mette completamente a nostra disposizione.
Ci fa entrare nella misticità del monastero; non ci sono
turisti, c’è poca gente che porta le proprie offerte davanti
a ciascun altare.
L’atmosfera all’interno del monastero è coinvolgente, il
silenzio che vi regna è rotto solo dalla profonda e
sussurrata preghiera dei monaci. Restiamo affascinati
davanti alla magnificenza delle raffigurazioni che troviamo
ad ogni stanza, su ogni piano. Ogni raffigurazione ha la sua
storia, la sua divinità e Vasan con la sua calma monacale
cerca di spiegarci la profondità e la realtà di una
religione che antepone ad ogni cosa il rispetto per le
persone, per gli animali, per la natura. I monaci sono
immobili di fianco a questi enormi altari, pregano e
controllano che i lumi posti dappertutto rimangano sempre
accesi. Ci sono soldi in ogni angolo e accanto ad ogni
statua, sono le offerte dei pellegrini, non protette da
cassette o dispositivi particolari; sono lì alla portata di
tutti.
Alla fine del giro restiamo io, Lillo e Vasan . Ci porta a
visitare tutte le stanze fino alla sommità del monastero. Si
accede ai vari piani attraverso scale a pioli ripidissime ed
ogni piano si restringe fino ad arrivare alla cuspide finale
di una piramide.
Ogni
piano è perimetrato da un corridoio esterno e all’interno si
sviluppano piccoli vani ciascuno con una statua di una
divinità.
Rimaniamo estasiati, non vorremmo mai uscire da un luogo ove
entri incuriosito e pian piano ti senti trasformato, invaso
da un misticismo e da una religiosità profonda senza
paragoni.
Usciti dal monastero approfittiamo per girovagare e
conoscere questo villaggio, ove fervono molteplici attività
commerciali e artigianali.
Tutti sono disponibili quando ci vedono. Gli chiediamo di
entrare per vedere i loro laboratori e sorridendo ci
lasciano entrare, osservare, fotografare, cercando in
qualche modo qualche parola da scambiare. Mi sono rimasti
impressi i laboratori di falegnameria e di decorazione di
mobili con spettacolari immagini religiose, sempre
raffiguranti gli scenari naturali del loro ambiente, così
come non ho dimenticato i mugnai e i laboratori per la pasta
ove donne, bambini, uomini e locali avevano un unico colore;
quello della farina oppure le officine buie dei fabbri, le
piccole sartorie, le concerie e molti altri.
Una tappa indimenticabile è quella che ci porta da Giantse a
Shigatse lungo un immenso altipiano posto a 4000 metri. I
paesaggi e i colori sono incantevoli, animati da una
popolazione dedita all’agricoltura e alla pastorizia e
“dominata” dalle donne che, con il loro fiero portamento e i
loro vestiti decorati, sono intente alla raccolta e
l’essiccazione dello sterco di yak. Donne che con gerle
enormi riempite di queste “torte” le vedi camminare da
villaggio a villaggio. Le case e le mura di recinzione sono
decorate da queste ciambelle di sterco che, raccolte ancora
umide vengono appallottolate e fissate ai muri formandone
dei decori e ciò fino alla loro totale asciugatura per poi
essere accatastate e usate come combustibile.
Le case di campagna sono tutte recintate con alte mura. Si
accede attraverso un grande cancello metallico, oltre il
quale si apre un ampio cortile ove passeggiano capre, mucche
e animali da cortile, ai lati del quale sono disposte le
abitazioni e i ricoveri animali.
Ampi
fiumi scorrono lungo questi altipiani che, attraverso una
miriade di canalette di irrigazione scavate ai lati dei
campi rendono piene di vita queste terre brulle e prive di
vegetazione, sulle quali i tibetani riescono a produrre il
minimo vitale per la loro sopravvivenza.
Si incontrano villaggi più grandi animati da bambini e
studenti che a piedi raggiungono le scuole dai piccoli
villaggi vicini. Notiamo un ospedale ove sul piazzale
antistante sono seduti all’aperto in due righe ben
allineate, diversi malati con le flebo attaccate.
Il sole e l’acqua sono la loro vita. Sul cortile di ogni
casa è collocata una grande parabola riflettente i raggi del
sole, al centro della quale è collocata una pentola d’acqua
messa lì a bollire. L’altitudine, le polveri e il vento
fanno si che la gente, dai bambini agli anziani, abbiano
tutti una mascherina che copre bocca e naso. Notevoli devono
essere le malattie alle vie respiratorie ed ai bronchi.
Arriviamo a Shigatse verso sera, giusto il tempo per
visitare un altro splendido monastero, imponente, con le
guglie dorate, ma meno coinvolgente e spirituale di quello
lasciato a Giantse.
Alla sera a tavola ci troviamo a raccontarci delle nostre
magagne, anche se il gruppo sin qui ha pedalato con un buon
ritmo.
Io continuo a passare le notti con un forte mal di gola,
svegliandomi di soprassalto con un respiro affannoso,
trovando rimedio nella bottiglia d’acqua che mi tengo sempre
appresso.
Discutendo a cena ci poniamo il problema che, essendo ora il
giro entrato nella parte più impegnativa, una jeep di
sostegno non è più sufficiente.
Già qualcuno ha dovuto per brevi tratti o per intere
giornate salire sulla jeep stessa e ci rendiamo conto che se
fossero più di tre persone ad averne bisogno ci troveremmo
in grave difficoltà. Si decide così di finanziarci per far
arrivare da Lhasa un’altra jeep di supporto.
Al mattino più o meno acciaccati, partiamo per la tappa che
ci porterà da Shigatse a Lhatse scavalcando due passi posti
a circa 5100 metri di quota.
I
paletti posti al lato della strada indicano i km. che ci
separano da Pechino. Oggi passiamo al km. 5000 della
capitale cinese.
Mentre gli altri giorni ho sempre pedalato carico di forza e
entusiasmo, oggi tra mal di gola e antibiotici, fatico più
del solito, specialmente negli ultimi chilometri. Mi accodo
a Lillo, che con tanta pazienza mi aspetta e mi fa arrivare
alla fine della tappa.
L’accampamento è posto a 4300 ml. ai piedi del passo Lhapsa
posto a quota 5200 che domattina dovremmo affrontare.
Anche qui siamo accampati ai bordi di un fiume che scende
dal passo stesso.
Io e Michela decidiamo di non dormire in tenda e di andar a
dormire in albergo nel paese vicino.
Dormo poco e mi sveglio sempre più spesso con la gola
infiammata e con il respiro sempre più affannoso.
Al mattino appena svegli ci coglie una sorpresa. Sono caduti
10 cm. di neve e sta ancora nevicando. Arrivato al campo
dove le tende sono avvolte in un manto bianco, noto subito
nella tenda mensa una insolita concitazione.
Andrea ed Enzo prendendomi da parte mi dicono che solo io
posso cercare di risolvere la situazione. La discussione è
animata dal mio amico Lillo che a tutti i costi vuol partire
in bici anche se sta nevicando. Sempre nel suo abbigliamento
buono per qualsiasi temperatura (pantaloni corti e maniche
corte) sembra un leone in gabbia.
A tutti i costi vuol proseguire pedalando.
Cerco di calmarlo, di convincerlo che se qui son già caduti
10 cm. di neve, su al passo ce ne sarà mezzo metro e che non
è il caso di rischiare.
Anche a me piacerebbe pedalare sotto la neve, ma mi rendo
conto che tutto il gruppo verrebbe messo in pericolo. In
queste strade strette dove non passano spazzaneve man mano
che si sale tutto diventa difficile e pericoloso.
La discussione è sempre più animata e non riesco a calmarlo.
Finchè Sonan la guida con voce autoritaria gli dice che
vista la libertà di ognuno, se lui vuole può pure andare
avanti in bici, ma senza aspettarsi alcun supporto al
seguito.
Dopo che gli animi si sono ben riscaldati Lillo si ritira in
tenda, non si fa avvicinare da nessuno, è troppo incazzato.
Alla fine rassegnato esce con lo zaino preparato, pronto per
affrontare il viaggio in jeep.
Fortunatamente, proprio stamattina, è appena arrivata da
Lhasa la seconda jeep, si può partire.
Con i musi un po’ allungati per il diverbio mattutino, si
parte. Man mano che si sale, la strada si restringe, la neve
si fa più intensa. La carovana è formata dalla prima jeep
ove ci siamo io, Lillo, Vasan, Andrea e l’autista, mentre
gli altri sono nella seconda jeep.
Chiude la coda il camion delle vettovaglie le cui gomme
talmente lisce destano in noi non poche preoccupazioni.
Ci avviciniamo al passo, qualche yak si intravede in mezzo
alla neve, incrociamo qualche camion che sta scendendo, sono
senza catene o gomme da neve e ogni volta che ne incrociamo
uno, vista la larghezza della carreggiata, lo vediamo
sfiorarci.
Ne arriva uno; ora sta scendendo tutto a sinistra,
fortunatamente riesce a spostarsi all’ultimo momento, siamo
tutti con il fiato sospeso, ci giriamo e lo vediamo andar
giù di traverso sprofondando la parte posteriore su un
piccolo fossato a lato della montagna.
Ci fermiamo e scendiamo anche noi. Il camion si è posto di
traverso alla strada e si è fermato a pochi centimetri dalla
nostra seconda jeep, i due autisti stanno quasi per venire
alle mani. Sollevati nel vedere i compagni salvi, ritorniamo
in jeep per ripartire.
Andrea
nel ritornare nella jeep accenna ad una piccola corsa,
dimenticandosi che siamo quasi a 5000 metri. Lo esorto ad
andar piano ma appena sale in jeep si attacca al mio collo
cercando di avvicinarsi al finestrino chiedendomi di
aprirlo.
Vasan mi intima di non farlo; a questa quota c’è più
ossigeno all’interno della jeep che non all’esterno. Andrea
chiede aiuto, non ce la fa più a recuperare, si attacca a me
e implora in inglese Vasan. “Sto morendo, non respiro,
aiutatemi”. Bisogna scendere, ma non si può, c’è ancora il
camion in mezzo alla strada, dobbiamo salire al passo.
Cerco di aiutarlo, ma non so cosa fare, Vasan lo implora di
star calmo e di bere.
L’autista comprende la gravità della situazione e cerca di
arrivare al passo al più presto.
La strada è sempre più stretta, un camion è adagiato dentro
al fossato verso la montagna, riusciamo comunque a passare.
Riusciamo a superare un camion che è nella nostra corsia ma
non dobbiamo fermarci, non abbiamo le catene. Appena la
strada spiana un po’ chiedo a Vasan una bombola di ossigeno
per Andrea. La jeep si ferma, Vasan scende apre il
bagagliaio ma della bombola non c’è traccia; è nell’altra
jeep.
Dobbiamo ripartire, non c’è tempo, Andrea è sempre più in
difficoltà, lo tengo in braccio, ho l’impressione che se ne
stia andando; siamo tutti col cuore in gola, finchè
finalmente scorgiamo le bandiere di preghiera che indicano
il passo.
Bisogna scendere immediatamente.
Man mano che scendiamo di quota, Andrea si riprende, ci
risolleviamo, il pericolo è scampato. Arriviamo così al
villaggio dove passeremo la notte. Siamo a New Tingri. E’ un
villaggio posto ai piedi del passo, alle porte del parco
dell’Everest. Siamo ancora tutti scossi. Il tempo è
migliorato e ora splende il sole. Il paesaggio è
incantevole. Tutto è ammantato di neve, siamo attorniati da
alte montagne, immersi in un panorama mozzafiato, il
villaggio è di recente costruzione, poche sono le case
vecchie, tutto sa di nuovo, di intervento imperialista.
Grandi strade enormi piazzali, case in blocchi di cemento
addobbate con bandiere cinesi. Ci fermiamo per pranzare.
Altri viandanti stanno aspettando il pranzo, in una sala
buia ove regna un odore un po’ sgradevole, riscaldata da una
stufa centrale. Mi avvicino per alimentarla e scopro che il
combustibile è costituito da piccola palline nere: sterco di
capra. Non serve parlare di riciclo, tutto viene recuperato
e sfruttato.
Siamo tutti scossi, parliamo poco e aspettiamo il pranzo. Ci
viene servita una gran ciotola ripiena di minestrone di
verdure da mangiare alla cinese… con i bastoncini.
Aspettiamo l’arrivo di un cucchiaio, ma la fame ci insegna
presto ad utilizzare questi strumenti per noi impossibili.
Al pomeriggio passeggiamo per il paese immersi in questo
paesaggio innaturale, bianco candido ovunque.
Il villaggio è alla confluenza di due strade.
Arrivano
carovane trainate da cavalli cariche di famiglie intere.
Sono tutti coperti con vestiti pesanti, decorati e colorati.
Sono in gruppi da 30/40 persone; arrivano scaricano le loro
merci per poi ripartire con altri sacchi pieni di non so che
cosa.
Ogni tanto passa un camion o una corriera che carica quello
che queste carovane hanno scaricato per portarle
probabilmente nei mercati delle grandi città. Il freddo è
pungente, malgrado ci sia il sole. Al mattino ci svegliamo
ed i vetri della camera sono coperti da uno strato di
ghiaccio.
Dobbiamo superare due passi sopra i 5200 metri e considerato
che le strade sono ghiacciate e pericolose specialmente in
discesa, decidiamo di proseguire con le jeep.
Lentamente saliamo al primo passo posto a 5200 metri, i
ponti posti sul passo costituiti dalle bandiere di preghiera
con il peso della neve e con il vento sono crollati,
dobbiamo sollevarli per passare sotto con le jeep.
Al passo scendiamo per ammirare uno scenario finora solo
immaginato. Oltre la lunga valle sottostante si intravede la
catena Himalayana. Nell’ordine da sinistra a destra
ammiriamo ; il Makalu, il Lhotse, l’ Everest e il Cho you.
L’imponenza dell’Everest e dell’intera catena ci lascia
senza parole.
Scattiamo diverse foto e iniziamo a scendere. Davanti a noi
continuiamo ad ammirare l’Everest nella sua maestosità. Un
leggero pennacchio di neve ventata si alza dalla cima.
Scendiamo al villaggio posto a 4500 metri e ci avviamo verso
il campo base dell’Everest.
Gli imponenti yak sembrano a loro agio in questi posti. Sono
come la gente del posto, forti, sopravissuti in un ambiente
austero, crudo, selvaggio, laboriosi nella loro maniacale
lentezza. Mai uno scatto, una corsa, tutto,sia per gli
animali che per le persone, si muove con ritmi cadenzati.
Arriviamo a quota 4900 ove vi è l’ultimo villaggio ed anche
il monastero più alto del mondo. Siamo a Rongbrik La terra è
arida, affiora solo qualche sterpaglia, nutrimento primario
degli yak e delle capre di montagna, che troviamo appena
sotto il campo base.
Arriviamo finalmente al campo base, non c’è nessuno, la
stagione invernale è già iniziata. Scendiamo e ci accorgiamo
del potere del vento. Lasciandomi cadere controvento vengo
sostenuto dalla forza del vento stesso. Vado subito col
pensiero ai tanti alpinisti che affrontano queste vette. Si
sente dire troppo spesso che basta essere ben allenati per
riuscire a scalarli. Già a questa quota mi impressionano le
difficoltà.
E’
tutto difficile…. camminare, parlare, respirare. Trovarsi
più in alto, senza riferimenti, in questi posti crudi e
affascinanti al tempo stesso, ove il passo tra la vita e la
morte è brevissimo, necessita non solo di un buon
allenamento ma di una grande forza interiore, di una volontà
innaturale e di una passione senza limiti.
Non riusciamo a parlare, il vento è troppo forte. Solo i
nostri occhi ci fanno capire i momenti che ognuno sta
vivendo, le emozioni sono forti in ognuno di noi. Lillo, sta
danzando ed è sempre in pantaloncini corti e maniche corte.
Se non lo conoscessi lo avrei già proposto per un immediato
ricovero. Soddisfatti di questi indimenticabili momenti, ci
allontaniamo a malincuore dal campo base per raggiungere
Tingri posta a 4600 metri, dove passeremo la notte. Il
ritorno però, non avviene per la stessa strada dell’andata,
ma si decide per una “scorciatoia”. Ci inoltriamo su una
mulattiera
dapprima comoda e poi sempre più somigliante ad un sentiero
di montagna. Siamo scesi a quota 4500 per risalire ai 5200
di un altro passo. Fatto in bici questo percorso sarebbe
stato un sogno, ma dobbiamo accontentarci della jeep.
Davanti a noi si scorgono le tracce sulla neve lasciate da
un’altra jeep che ci ha preceduto. Siamo sollevati. Siamo in
assoluto silenzio, ma la strada si fa sempre più stretta e i
tratti di neve sempre più presenti e profondi. La jeep
arranca finchè su una salita l’anteriore scivola verso la
scarpata ma riesce in qualche modo a fermarsi. Siamo
immobili,
usciamo uno alla volta. Siamo a quota 4900 e tutt’attorno è
desolazione, neve, rocce e ghiaccio. La seconda jeep riesce
a rimettere in pista la nostra, per poi, prendere assieme,
una deviazione fuori dalla mulattiera passando il punto
critico e tornando così nel percorso. Nel frattempo sono
rimasto indietro ad osservare e a fare qualche foto.
Devo accelerare per salire sulla jeep che è distante da dove
mi trovo circa 200 metri.
Mi avvio quasi correndo, pentendomi subito quando sento il
cuore in gola. Enzo mi viene incontro e si mette davanti a
me per coprirmi dal vento. Arrivo alla jeep, sono agitato,
mi aggrappo al sedile giurando di non scendere più fino
all’arrivo. Diversi sono ancora i passaggi difficili, le
deviazioni e le difficoltà che le jeep, aiutandosi tra loro,
riescono a superare.
Stiamo superando il passo. Sono sempre in ansia, ma non
voglio farlo pesare sui compagni, anche se accorgendosi
della mia agitazione cercano di rassicurarmi. Mi vedo già
perso in questo ambiente di notte, senza alcuna possibilità
di ricovero.
Lillo mi è vicino, mi è stato vicino in tutte queste notti,
quando mi lamentavo del mio mal di gola e del mio respiro
affannoso. Mi consola vedere le tracce della jeep che ci ha
preveduto. Ce la faremo anche noi.
Si arriva al passo, il paesaggio è lunare, ampie distese di
rocce e ghiaccio.
Stiamo correndo nel ghiaccio vivo, li dove la neve è stata
portata via dal vento. Appena iniziata la discesa dovremmo
tranquillizzarci ed invece eccola! Da lontano vediamo
finalmente la jeep che ci ha aperto la strada. Ma è ferma e
c’è un grande fermento attorno; è in bilico sul sentiero con
l’anteriore scivolato verso la scarpata.
Siamo ormai a pomeriggio inoltrato, le mie paure e le mie
ansie aumentano, respiro con difficoltà. Tutti scendono
dalla jeep. Io rimango ancorato al mio sedile con la
bottiglia di acqua, la sola che mi da un po’ di sicurezza.
C’è tanta gente attorno chiamati dal villaggio che,
scopriremo poi, si trova più a valle a circa 15 Km.
Con l’aiuto della nostra seconda jeep riusciamo a liberarla
e cercando percorsi alternativi sotto la scarpata, nel
ghiaccio riusciamo a venirne fuori. Man mano che scendiamo
fortunatamente le difficoltà diminuiscono, seppur passando
su tratti molto esposti e pericolosi. La mia ansia
diminuisce ed ho il tempo e la forza per ammirare la
bellezza dei posti che stiamo attraversando. Verso
l’imbrunire eccoci a Tingri. Siamo a quota 3900 metri,
avremo dovuto dormire in tenda, ma vista l’ora ed il freddo
intenso troviamo un “albergo”.
Con Lillo ci troviamo in un buco veramente spartano, ci
stanno appena i due letti.
La porta non vuole chiudersi, dobbiamo porre ogni volta un
palo per tenerla appoggiata alla chiusura.
Siamo tutti provati, ci sediamo attorno ad un unico tavolo
per il tè e per la cena, ma i segni della stanchezza, della
quota e di quanto vissuto nella seconda parte della giornata
sono evidenti nella faccia di ciascuno.
Quello più in crisi sono io, non riesco a normalizzare il
respiro e sono sempre in agitazione, spero che la notte
riesca a calmarmi.
Dopo l’incidente occorso ad Andrea, già a New Tingri avevo
sollevato il problema dell’ossigeno con l’organizzazione,
forte anche del fatto che al bar dove stavamo pranzando ho
scoperto che con 3 euro si poteva acquistare una bombola.
Nel gruppo ne avevamo una sola, in una sola jeep. Con Lillo
per precauzione ne avevamo quindi acquistate tre e messe
assieme ai nostri bagagli. Ora mentre stiamo cenando noto
sopra le mensole del locale quattro bombole di ossigeno. Mi
rimangono impresse nella mente senza saperne il perché.
Si va a letto, Lillo è sempre al mio fianco, cercando di
sollevarmi, di tranquillizzarmi.
Cerco di rassicurarlo ma certamente sta notando il mio stato
di agitazione.
Mi infilo dentro il sacco a pelo affiancato da due bottiglie
di acqua.
“Ciao Lillo, buonanotte”. “se hai bisogno chiamami” “non
preoccuparti”. Prendo sempre i miei antibiotici per il mal
di gola, prendo pure un sonnifero perché so che non
riuscirei a dormire, e, mantenendo il mio respiro sempre
affannoso cerco di chiudere gli occhi. Non se ne parla,
appena gli occhi si chiudono, mi trovo a respirare
affannosamente. Cerco l’aria! Riesco a calmarmi solo
bevendo.
Mi alzo due volte con Lillo per fare la pipì fuori dalla
porta ad una temperatura di 15 gradi sotto lo zero. Ogni
volta però rimettermi nel sacco a pelo è un’impresa. Quando
finisco di sistemarmi dentro al sacco sono sfinito. Ogni
tanto sveglio Lillo o perché ho finito l’acqua o per far la
pipì assieme, oppure per dirgli che non ce la faccio a
dormire e che mi sento male. Lui cerca di rassicurarmi e
ogni volta riparte nei suoi splendidi sogni.
Sono sempre più sfinito. Le ore non passano più. Cerco di
tirare avanti fino al mattino.
Mi accorgo però che il respiro è sempre più difficoltoso,
che oramai neanche l’acqua riesce a darmi sollievo. Sono le
sei del mattino, non ce la faccio più, mi sento sempre più
debole : “Lillo scusami sto male, puoi chiamare qualcuno”.
Lui si alza impaurito e va a bussare alla porta vicina. Si
alza Andrea e mi rassicura dandomi una pastiglia di
calmante. Cerco di calmarmi ma continuo a star male e verso
le sette del mattino sveglio ancora il mio amico.
“Lillo
me ne sto andando, chiamami Sonan”! Mi guarda spaventato e
notando lo stato in cui verso, esce disperato nel cortile
urlando il nome di Sonan e cercando di svegliare tutti.
Quando rientra, ricordandomi delle bombole di ossigeno sopra
le mensole del bar gli chiedo di andare a prenderle. Sto
andandomene, oramai le forze mi stanno abbandonando, non sto
più lottando, il respiro si fa sempre più debole, non ce la
faccio
a far più nulla, ne a muovermi, né a parlare, né ad aprire
gli occhi.
Sono cosciente che sto morendo, penso a mio padre che mi
aspetta lassù, mi affido a lui, prego come mi hanno
insegnato, mi affido alla mia Madonna di Motta che già mi ha
aiutato in altre occasioni, penso alla mia famiglia, alla
mia situazione, alla vita che sta allontanandosi. Mi sto
lasciando andare. Prima riesco a chiamare ancora Lillo e con
un filo di voce gli raccomando mia moglie e i miei figli. Se
ne va disperato.
Sento che nella camera c’è un andirivieni di persone, gli
amici son li, tutti vogliono far qualcosa, io sto pian piano
allontanandomi da loro. Percepisco appena che qualcuno sta
facendomi una puntura, mi sembra di sognare, mi lascio
andare, è tutto così lontano, non ho più alcuna reazione.
Non so per quanto tempo sia rimasto così, certamente per
qualche minuto ho perso la cognizione di essere vivo. Mi
desto un pò quando sento una mano sul collo, stanno cercando
il battito del cuore che dal polso non da alcun segno.
Mi ritrovo con la maschera dell’ossigeno e pian piano mi
rendo conto che ci sono ancora. Torno a sentire la gente
intorno a me. Da quello che poi mi racconteranno, Lillo dopo
le ultime raccomandazioni è uscito disperato, tutti erano
sconvolti, avevano perso anche loro la speranza di salvarmi;
risento il mio respiro sempre difficoltoso e affannoso, ma
sono vivo.
Non si può partire col buio con le jeep. Bisogna aspettare
che sorga il sole perché solo così avremmo maggior ossigeno
nell’aria.
Finalmente arriva il giorno. Si può partire! Mi raccolgono
come sono, dentro al sacco a pelo, e mi trasferiscono sulla
jeep. Riesco a mala pena a tener aperti gli occhi. Alla mia
sinistra c’è Andrea, che mi somministra l’ossigeno quando
non ce la faccio più, e a destra ho Vasan che tiene a
portata di mano la bottiglia d’acqua ed a un mio cenno mi fa
bere. Sebbene sia preso male ho in mente il percorso che
dovremmo fare. Siamo arrivati da un passo posto a 5200 metri
e dovremmo passarne un altro alla stessa quota per uscirne.
Non si può scendere di quota. Tutte le bombole di ossigeno
che ho comperato sono li e so che dovrò dosarle, usandole
solo quando non ce la faccio più. Sono sconvolto, non riesco
né a parlare né ad aprire gli occhi. Quando non ce la faccio
più a respirare chiedo o l’ossigeno o l’acqua.
Lillo è lì davanti, con il conducente, e cerca di
rassicurarmi facendomi capire che stiamo scendendo di quota.
Ma so che stiamo salendo al passo così come sto sentendo che
il mio bisogno di ossigeno e sempre più forte e il rumore
dello sforzo del motore della jeep che sta salendo non può
trarre in inganno nessuno. Cerco di consolarmi alle
rassicurazioni di Lillo, ma so che non è così!
Non si arriva più al passo. Riesco ogni tanto ad aprire gli
occhi per un momento intravedendo su al passo la mole del
Nanga Parbat. Si scende!!.ma no!! sento che la jeep sta
forzando ancora, apro gli occhi e rivedo ancora salita. Sono
due i passi da fare a 5200 metri. Finalmente si arriva anche
al secondo passo e si scende davvero. Le bombole di ossigeno
le ho finite tutte. Man mano che scendiamo mi sento
rinvenire,
apro gli occhi, mi vedo dentro al sacco a pelo, con addosso
gli occhi sbarrati degli amici che mi raccomandano di non
muovermi bruscamente. Sembra impossibile, più scendiamo e
più mi sembra di rinascere.
Arriviamo verso mezzogiorno ad un villaggio a quota 3500
metri, ci fermiamo per mangiare. Esco dal sacco a pelo e
cerco di rivestirmi in qualche modo. Sono senza forze ma mi
sento bene. Riesco a mangiare qualcosa e finito il pranzo,
pur debolissimo, riesco a camminare e ad essere autonomo.
Gli amici si accordano per fare una passeggiata e visitare
il paese. Salgo in jeep. Non faccio a tempo a rimproverare
Lillo per non essere andato con gli altri, che mi prende un
attacco di panico. Non riesco più a respirare se non
affannosamente. Torno alla mia bottiglia d’acqua. Sto male.
Lillo chiama a raccolta tutta la compagnia e velocemente
ripartiamo.
Scendiamo, mi tranquillizzo ma continuo a sentirmi svuotato,
bevo continuamente e molto spesso la jeep è costretta a
fermarsi per permettermi di far la pipì ai bordi della
strada. La strada che ci sta portando al confine col Nepal è
stretta e corre parallela ad una gola profondissima, sotto
la quale scorre un fiume impetuoso. La strada è un continuo
cantiere, stanno sgomberando frane che scendono dai monti;
colonne di camion si formano ad ogni sosta. Ad ogni fermata
mi carico di ansia e panico. Non riesco a parlare e non vedo
l’ora di arrivare a destinazione. Finalmente arriviamo.
Siamo
nella città di Zmougen posta nelle immediate vicinanze del
confine con il Nepal.
E’
una città arrampicata su un ripidissimo versante, con la
strada che la attraversa e con costanti e lentissime colonne
di automezzi strombazzanti che vanno al confine.
Mi sento trasportare a braccia su in camera, sto tremando,
mi trovo ricoperto da una miriade di coperte. Siamo vicini
all’ospedale e gli amici sentito un medico, mi ci
accompagnano a braccia.
Mi ritrovo disteso su un letto al pronto soccorso. E’ una
stanza con due letti, c’èun’ampia vetrata, che da sul
marciapiede, priva di qualche pezzo, ove chi passa può
tranquillamente osservare quello che capita all’interno. In
un angolo c’è un lavabo ove il bianco dello smalto si
intravede solo in qualche angolo.
Arrivano subito medici e infermiere e mi trovo con due flebo
sulle braccia Riesco a tranquillizzarmi e a normalizzare il
mio respiro. Le infermiere giovanissime procedono a tutti
gli esami necessari. Non riesco ad alzare la testa, ma mi
rimane impresso il loro grembiule bianco. Il bianco è un
colore di sottofondo, dominano le macchie e lo sporco.
Vasan, mi è vicino e cerca di tradurre la sola lingua che
parlano i medici, il cinese.
Quando gli amici vedono il mio recupero tornano in albergo e
rimangono al mio fianco Vasan e Lillo. Provo ad alzarmi per
far la pipì. Appena alzato sento girare il mondo attorno a
me e mi trovo a terra svenuto. Ho sbattuto sul letto, il
rumore fa rientrare velocemente Lillo e Vasan che erano
usciti, mi ritrovano per terra. Rientra il medico
scaricandomi un po’ di insolenze per questo mio insensato
tentativo, dovevo rimanere a letto. Si fa portare un
insolito meccanismo per l’elettrocardiogramma. Mi trovo
disteso a petto nudo col medico che cerca di fissarmi le
ventose che non riescono ad attaccarsi.
Arrivano le infermiere che mi depilano il petto. Sto
tremando dal freddo, riesco a mormorare “ I’m cold” ma gli
esperimenti continuano sul mio petto. Dopo una mezz’oretta
finalmente arriva un “tecnico” che in qualche modo riesce ad
attaccare le ventose e a concludere questo esame.
E’ l’ora di cena Lillo rientra in albergo, rimango da solo
con Vasan e sto recuperando velocemente.
Le flebo continuano incessantemente.
Il metodo è artigianale, arrivano le infermiere con una
busta di plastica piena di liquido giallo, lo travasano in
una bottiglia che poi verrà appesa su un chiodo fissato
sopra un’asta di legno.
Vasan
se ne va per tornare poco dopo con una borsa contenente
mandarini, arance e mele. Mi sollecita perché mangi,
premurosamente mi sbuccia la frutta e mi imbocca pian piano.
Quasi mi vergogno per queste attenzioni, insisto perché
mangi anche lui, così un po’ alla volta ci troviamo a
parlare delle nostre vite. Mi parla della sua : risiede a
Ando dove in inverno aiuta i genitori nella lavorazione dei
campi e nell’allevamento, unico reddito della famiglia.
Da alcuni anni ha iniziato a lavorare in estate come guida
per l’agenzia che ci sta accompagnando. Domani ci lascerà e
tornerà a casa. Lo invito in Italia, mi spiega che per aver
un simile permesso, a parte i costi esorbitanti del viaggio,
dovrebbe depositare una “fideiussione” di 30.000,00 euro,
impossibile per un qualsiasi normale tibetano.
E qui il discorso cade sull’invasione cinese, sulle speranze
del popolo tibetano per l’indipendenza e l’autonomia.
Difficile per un tibetano parlare di queste cose, Vasan si
guarda intorno e parla sottovoce, ha paura che qualcuno lo
possa sentire, anche se la speranza e la fierezza di essere
tibetano traspare dai suoi occhi più che dalle sue parole.
Non crede nell’aiuto dei paesi occidentali, vista
l’importanza che la Cina sta avendo sull’economia mondiale,
ma è convinto che il suo popolo riesca a ritornare alle
proprie radici, lottando in qualsiasi forma per far valere
le proprie origini, i propri diritti.
Tale dignità e consapevolezza è evidente in tutti i tibetani,
che pur issando la bandiera della Cina nelle loro case, non
abbassano mai lo sguardo fieri delle loro credenze.
Vasan : il ricordo di una persona che sapeva infondere
tranquillità, spiritualità e sicurezza. Sono ancora in
contatto con lui e spero che le nostre vite possano
incrociarsi ancora.
Verso le undici arriva Lillo per sostituire Vasan e malgrado
gli faccia capire che sto meglio, vuole passare la notte ad
assistermi. Le infermiere intanto continuano nel loro
andirivieni per controllare e cambiare le flebo. Con Lillo
parliamo del pericolo scampato, finchè un po’ alla volta mi
addormento. Quando mi risveglio trovo Lillo al mio fianco
che mi tiene la mano per permettere il regolare flusso della
flebo.
Grande Lillo, è rimasto accanto a me sveglio tutta la notte.
Prima dell’alba mentre stiamo chiacchierando vedo una sagoma
al buio che ci sta scrutando per vedere se siamo svegli : E’
Vasan E’ li da un po’ e sta aspettando il nostro risveglio
per entrare. Mi porta le prescrizioni dei medici.
Posso lasciare l’ospedale, ha già provveduto lui al ritiro
della “cartella clinica”.
E’ un foglietto scritto in cinese che ci fa sorridere vista
la forma minuscola e i caratteri della scrittura.
Lo tradurrò poi a casa, tramite un amico e la diagnosi è la
seguente:
Infezione alle vie respiratorie
Leggero mal di montagna
Ischemia al miocardio
L’elemento più preoccupante è l’ischemia, ma tutte le
analisi al mio ritorno, di tale evento, non vi trovano
alcuna traccia.
Usciamo dall’ospedale con Vasan che mi protegge e insiste
perché mi muova lentamente: “slowly, – slowly”.
Sono estremamente debilitato, ma riesco ad essere abbastanza
autonomo e so che porterò a casa la pelle. Torno in albergo,
dove trovo gli amici preoccupati, faccio colazione con loro,
e visto il mio stato di salute, per non dividere il gruppo,
decido di lasciar perdere il taxi prenotato la sera
precedente. Nessuno dovrà accompagnarmi e seguirò il gruppo
con il pulmino di supporto.
Rimane un ultimo ostacolo; attraversare la frontiera
tibetana/nepalese. Secondo le regole considerato che siamo
arrivati in bici dovremo tornare tutti in bici ed in gruppo.
Salgo nella mia amata anche se sono frastornato, fortuna che
la strada è in discesa fino alla frontiera.
Arrivati
in frontiera cerchiamo di districarci tra il grande caos di
gente che la sta popolando e le immancabili formalità
burocratiche.
Cerco di stare al passo con gli altri, che mi spronano
continuamente. Sto sudando e ad ogni sosta devo sedermi.
Sono estremamente fiacco. Mi ricordo, che per effetto
dell’aviaria, quando siamo entrati in Tibet, tra le varie
formalità, vi era una macchina che misurava ad ognuno la
febbre. Anche qui dovrò passare per questa macchina al
fianco della quale c’è una porta con scritto “quarantena”.
L’idea di rimanere li da solo mi sconvolge. Mi faccio forza,
passo i controlli, cerco di rispondere in qualche modo alle
domande che mi fanno i doganieri e finalmente mi trovo al di
là del confine tibetano, non prima di aver abbracciato con
le lacrime agli occhi l’amico Vasan. “ Slowly – slowlyivio”,
con queste parole mi saluta, con la promessa di mantenerci
in contatto e con la, speranza di rivederci.
Salgo tranquillo sul pulmino che scorterà il gruppo fino a
Katmandu.
Sono tranquillo, contemplo la discesa che ci riporta a
“casa”. Gli amici pedalano districandosi tra il traffico
caotico costituito da coloratissimi camion e bus che salgono
verso il confine.
Ammiro il paesaggio, i terrazzamenti coltivati e la natura
rigogliosa si espande a vista d’occhio.
Cerco di stare tranquillo, ho sempre le mie bottiglie
d’acqua che mi aiutano a mantenere regolare il respirare.
L’autista e il suo aiutante non parlano una parola di
inglese. Al primo paese si fermano e far spese. Rientrano
dopo un’ora circa quando inizia ad aumentare il mio battito
cardiaco e si fa affannoso il mio respiro. Si riparte. Dopo
mezz’ora altra tappa. Li vedo incamminarsi verso un fiume,
sparire al di là di un’ansa e non ho più loro notizie per
due ore. Al loro rientro mi ritrovano alquanto agitato, sono
preda dell’ansia e del panico, con la paura di dover
rimanere li. I due, tranquilli, si mettono a far conti. Dopo
una ventina di minuti a seguito delle mie suppliche
finalmente decidono di ripartire. Mi calmo solo quando
arriviamo a ridosso del gruppo. Arriviamo alla fine della
tappa odierna.
Attraversiamo a piedi un ponte tibetano posto sopra una
profonda gola, oltre il quale giungiamo su un grazioso lodge.
Il posto è meraviglioso, immerso tra il verde e i fiori.
Ci rimaniamo e mi trovo in tenda con Lillo.
Al pomeriggio sono li sdraiato in tenda per riposare quando
sento che sta arrivando Lillo; ficco la testa sotto il
cuscino e inizio a lamentarmi: “ Sto male Lillo aiutami”!
Lui di colpo smette di parlare e si agita ma …. prima che
possa fare qualche altra azione inconsulta, mi sollevo
sorridendo. Per poco non mi getta nell’orrido del fiume
Tingri che sta sotto il nostro accampamento. Il tempo è
splendido, siamo a 1000 metri, fa caldo e la temperatura è
ottima. Lillo, Mario e la Michela si avviano su un sentiero,
ripidissimo che lungo i terrazzamenti coltivati sale sulla
montagna. Mi racconteranno poi dei villaggi sperduti che
troveranno, Lillo mi racconterà di essere capitato da solo
su un piccolo villaggio dove stavano festeggiando un
matrimonio. Naturalmente si è lasciato coinvolgere
festeggiando con loro e tornando a sera entusiasta per
l’incontro fatto.
Al mattino successivo si riparte: salgo nel pulmino che oggi
dopo le raccomandazioni avute, segue da vicino il gruppo.
Verso l’una sostiamo per pranzare. Ci ritroviamo felici e
soddisfatti, oramai mancano una decina di chilometri per
arrivare alla base di partenza : l’hotel Planet. Anche se
cerco di non farlo notare, Lillo si accorge che non sono a
posto, non sto bene, ho sempre il respiro affannoso. Finito
il pranzo risalgo nel pulmino e con sorpresa mi accorgo che
Lillo sta caricando la bici. Lo invito ad andare con gli
altri, ma accortosi del mio disagio non ne vuol sapere: ha
deciso di starmi vicino per tranquillizzarmi. Si riparte
sulla strada provinciale, trafficata all’inverosimile,
polverosa, piena di tutto : camion, auto, furgoni, pulmini e
tantissimi motorini.
Improvvisamente dopo qualche chilometro la polizia blocca il
traffico per deviarlo a destra verso la montagna. La strada
per Katmandu è bloccata.
I miei amici in bici riescono a passare.
Sono tranquillo perché stiamo per arrivare e al mio fianco
c’è il mio grande amico. Verrò a sapere poi che, dopo un
centinaio di metri c’era stato un incidente. Un camion si
era scontrato con un motorino il cui conducente aveva avuto
la peggio. In un caso come questo visto che nessuno è
assicurato, molto spesso la gente del posto insorge
immediatamente a difesa del malcapitato contro il camionista
che, dicono i locali, il più delle volte si lascia dietro un
morto e non un ferito. Costa di più curare che non sostenere
le spese di un funerale. E’ per questo motivo che interviene
la polizia provvedendo subito a isolare la zona per poter
meglio intervenire.
Questo
è il nostro caso, dobbiamo prendere questa deviazione. Dopo
qualche chilometro la strada si fa sempre più stretta
diventando dopo qualche chilometro poco più di una
mulattiera. Si va avanti a rilento, ci si ferma spesso. La
strada ora è strettissima, i mezzi quando si incrociano non
riescono a passare, specialmente quando ad incrociarsi sono
due pulman o due camion.
Tutto il traffico della statale, sia da nord che da sud è
stato deviato su questa strada impossibile. Non ci si muove,
il rumore dei clacson è devastante, i motorini cercano di
penetrare nei piccoli varchi che si formano quando gli
automezzi si incrociano e fanno manovra creando ulteriori
rallentamenti e ingorghi. Dalle corriere la gente scende e
si incammina a piedi. Sembra un inferno!!
Non ci si muove, per fare qualche metro passano ore. Mi
prende il panico, bevo in continuazione, ho finito la mia
scorta d’acqua. Troviamo qualche borraccia negli zaini degli
amici accatastati nel pulman, ma riesco a finire anche
quella. Non vedo l’uscita da questo inferno.
Ogni tanto si apre uno spiraglio tra i veicoli che con mille
manovre, sospinti dalle grida della gente rivolte
all’autista, con l’aiuto autista che mette e toglie i coppi
sulle ruote ad ogni sosta per non surriscaldare i freni del
veicolo e che controlla che non si vada a finire nella
scarpata sottostante, riescono a farsi strada.
Scende il buio e non ce la faccio più, sto male, il panico
sta avendo sopravvento. Lillo scende spesso per vedere se
qualcuno dalle case che stiamo passando ci possa vendere un
po’ d’acqua. Nulla!! Finalmente qualche “affarista” vista la
confusione ha aperto in una stanza poco illuminata in un
piccolo bazar.
Ci riforniamo di acqua. Mi tranquillizzo un po’, ma si va
avanti lentissimamente in mezzo a tutta questa confusione, a
questo frastuono e finalmente moltiplicando all’infinito le
manovre sopradescritte la strada improvvisamente si libera.
L’incubo è finito.
Alla fine per far cinque chilometri ci abbiamo messo sei
ore. Arriviamo in albergo esausti e troviamo i nostri amici
preoccupati per il ritardo, in attesa per poter cenare
assieme. Finalmente mi distendo nel letto e riesco a
rilassarmi.
Rimaniamo in quest’albergo per altri due giorni avendo
anticipato l’ingresso in Nepal, li passo in compagnia del
proprietario : E’ un cinquantenne di Milano, Francesco, che
dieci anni fa ha scoperto questi posti e assieme ai locali
ha creato questa struttura.
Anche lui cerca di tranquillizzarmi, mentre gli amici
approfittano di questa sosta per prolungare il giro in bici
alla scoperta dei nuovi posti attorno a Katmandu.
Mi
tranquillizzano i racconti di Francesco, vecchio hippy che
ha mollato il lavoro di cardiologo a Milano per cercar sè
stesso, prima ai Carabi e poi qui in Nepal. Ascolto
affascinato le sue avventure, i suoi programmi e il suo modo
di rapportarsi con la gente del posto. Lavorano con lui e
per lui. Sono però sempre alquanto debole fisicamente, cedo
facilmente agli attacchi di panico, in particolare quando mi
trovo da solo: non vedo l’ora di tornare a casa.
L’ultimo giorno di vacanza lo sfruttiamo per l’ ultima
visita a Baktapur, dobbiamo comprare le bandiere del Tibet
promesse alla nostra comune amica Franca, non immaginando
purtroppo, che un mese dopo, andremo a deporle nella sua
bara. Mi sono costantemente tenuto in contatto con lei
durante il viaggio. Si era ammalata un anno prima, avevamo
un legame intenso, una bella amicizia. Per merito suo ero
entrato nel mondo delle 24 ore, aspettava che tornassimo per
sentire della nostra avventura.
Avevamo fatto altri viaggi con lei, con il suo calore e il
suo entusiasmo.
Purtroppo il destino se l’è portata via dai nostri occhi, ma
non dal nostro cuore.
Siamo all’aeroporto di Katmandu. Cerco di star calmo, mi
chiedo come non riesca a tranquillizzarmi anche ora che
stiamo tornando, ma non è ancora finita!
Visto che siamo rientrati in Nepal due giorni prima del
previsto, il nostro visto ci trova scoperti per quei due
giorni. Speriamo non se ne accorgano e decidiamo di andare
al controllo in ordine sparso. L’addetto mi guarda
superficialmente il passaporto, timbra e in un attimo sono
al di là. Mi giro e vedo che c’è un fermento tra altri tre
funzionari che controllano i passaporti dei miei amici:
Tutti fermi! Si alza l’ansia. Sono solo, mille dubbi mi
assillano. Come faccio se rimangono bloccati gli altri?
Dovrò tornare da loro? E se poi scoprono che anch’io ho il
visto non in regola! Chiamano il volo, i miei amici li vedo
passare da un funzionario all’altro.
Ho un nodo alla gola e con le gambe che tremano mi
incammino, mi imbarco da solo.
Non so più cosa pensare. L’aereo non parte, anche se l’ora
della partenza è già passata da dieci minuti. Finalmente li
vedo arrivare e anche l’ultimo ostacolo è superato.
Atterriamo a Milano, ci salutiamo e un abbraccio particolare
lo riservo al mio salvatore:
LILLO !!!.
Andrea ed Enzo mi accompagnano a Verona, ove ho lasciato
l’auto. Ci arriviamo velocemente e parto verso casa da solo.
Altra esperienza allucinante: ho il cuore in gola, non
riesco a guidare, mi fermo ogni tanto su qualche piazzola
per prendere un po’ d’aria. Bevo in continuazione.
La mia salvezza ritengo in tutta questa mia particolare
esperienza sia stata l’acqua.
Arrivo stravolto a casa, non saluto nessuno, doccia e corro
dal mio medico. Nel vedermi in quelle condizioni, con la
bottiglia d’acqua a fianco, rimane anche lui impressionato e
li finisce la mia avventura e inizia un lento recupero.
Mi ci vorranno 5 mesi per venirne fuori. Non avrei mai
immaginato come la mente potesse vagare così liberamente
condizionando la volontà, non riuscendo a controllarla anche
quando era evidente che oramai non vi era alcun pericolo.
Malgrado la dura avventura così vissuta, il Tibet però mi è
rimasto nel cuore. Le mjgliaia di foto scattate continuo
instancabilmente a rivederle e a rivivere la bellezza dei
momenti e dei posti visitati.
Grazie Vasan per l’aiuto che mi hai dato e per la sicurezza
e la tranquillità che hai cercato di infondermi.
Lillo mi ci
vorrà un’altra vita per sdebitarmi dell’aiuto che mi hai
dato, ti sarò riconoscente per sempre; e pensare che avrei
dovuto essere io la tua ancora di salvezza.
Grazie a
tutto il gruppo. Ad Andrea l’organizzatore a Enzo, a
Michela, a Carlo, a Marco e ai due Franchi, romani de Roma,
grazie per avermi sopportato e per il vostro aiuto.
Ed ora ….. pensiamo ad organizzare un nuovo viaggio.
Ciao
Livio
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