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PREMESSA
E’
da un mese e mezzo che sono tornato da Istanbul e…..non sarei
più voluto scendere dalla bicicletta (avrei proseguito
all’infinito), così intenso è stato questo viaggio,
nell’attraversare così tanti paesi, città, campagne e nello
scalare colline, montagne, luoghi conosciuti in precedenza solo
vagamente,e che,una volta conosciuti, mi hanno estasiato. E’
come avere preso una prima sbornia ed essere diventato
alcolizzato, dipendente da un mix di curiosità, meraviglia e
sofferenza.
Da Lugugnana, piccolo paesino in provincia di Venezia , fino a
Istanbul, splendida città turca in cui l’Oriente si apre
all’Europa, ho percorso 2150 km in bicicletta, pedalando per le
strade di Slovenia, Croazia, Serbia, Bulgaria, Grecia e infine
della Turchia. Tutto questo in una quindicina di giorni (sedici
compreso il ritorno in aereo ), con dodici tappe, due giorni di
riposo e un giorno dedicato alla magica città dei minareti. La
voglia di andare a Istanbul in bicicletta mi è venuta quando un
mio amico, Stefano, mi disse che nel duemila in aprile un gruppo
di nove persone aveva attraversato la vecchia via della seta da
Venezia a Pechino in tre mesi, percorrendo più di dodicimila
chilometri.
Non avrei mai avuto il tempo materiale di arrivare fino a
Pechino , causa lavoro , ma a Istanbul in quindici-venti giorni
potevo farcela. Le difficoltà del viaggio non erano poche,
legate al periodo più o meno lungo da impegnare, occorrendo
inoltre trovare dei compagni di viaggio che fossero capaci di
affrontare 150-160 km al giorno, in quanto mai prima d’ora avrei
solo pensato di potercela fare da solo. Sono così passati cinque
o sei anni, non mi ricordo bene , durante i quali ho fatto in
bici il giro della Calabria , la Firenze-Napoli, il giro del
Peloponneso, sempre con amici , e mentre si stava organizzando
con Marco e Celestino un giro in Corsica, il primo dei due, un
parrucchiere soprannominato “il Principe”, aveva accennato al
viaggio per Istanbul e si era documentato su quanti fossero i
chilometri, su che percorso seguire ecc…
Alla fine Marco scarto l’idea, perché ci volevano più di venti
giorni; il giorno dopo però, l’idea continuava a ronzarmi in
testa come un alveare di api che sta sciamando, e più ci pensavo
più mi convincevo che ce la potevo fare anche da solo (-VAI
MAURI !! YES YOU CAN !!-) in sedici o diciassette giorni,
essendo questi i giorni che avevo a disposizione.. Quindi mi
sono informato sul volo di ritorno da Istanbul e ho riferito
delle mie intenzioni a miei due amici , dicendo loro che
rinunciavo al giro in Corsica per affrontare questa nuova
esperienza , sperando si aggregassero. “Cosa ?” mi rispondono
questi fifoni, cominciando a dire che era troppo pericoloso, che
la Serbia aveva appena minacciato l’Europa di ritorsioni se
avesse riconosciuto il Kossovo, che i km erano troppi, che i
giorni di pausa erano troppo pochi. Insomma, un terreno pieno di
insidie, ci mancava solo che Katrina, uragano tropicale, si
abbattesse su queste zone durante il nostro passaggio. In ogni
caso a me questi non apparivano ostacoli, anzi, i miei pensieri
erano concentrati su come prepararmi fisicamente
all’attraversata dei Balcani, su quale fosse il percorso da
fare, sui luoghi in cui dormire e su come preparare la mia
mountain bike Merida (che in seguito chiamerò la mia girlfriend,
poi spiegherò perché). Naturalmente raccontando la mia
intenzione di andare in bici a Istanbul ad altri amici, lo
facevo con sufficienza, dicendo loro che intanto avevo comprato
il biglietto aereo di ritorno, e che poi, se avessi avuto il
tempo per andarci, bene; se invece qualcosa fosse andato storto,
ci sarei andato in un’altra occasione.
Così dicevo ma se fosse andato qualcosa storto, avrei fatto come
Russel Crowe nel film “Il gladiatore”, ossia avrei scatenato
l’inferno.
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CRONACA GIORNALIERA
PRIMO-GIORNO--31-luglio-2008
Finalmente è arrivato il grande giorno:
ISTANBUL arrivo!
Mattinata nuvolosa, ma il tempo é ottimale per andare in bici,
all’uscita del cancello di casa con la bici, mio Papà mentre si
fuma una sigaretta prima di iniziare a lavorare mi da una
occhiata non tanto tranquilla, naturalmente avevo informato a
casa che andavo a fare un giro nei Balcani, nessuno sapeva che
la meta era Istanbul, non volevo dare troppe preoccupazioni.
Arrivo con pedalata spedita a Gorizia, entro in Slovenia e qui
incominciano i primi saliscendi fino ad arrivare ad Ajdovscin (Aidussina
in italiano), cittadina slovena dove storicamente sin dai romani
è stata una crocevia verso l’est , ove chiedo informazioni in
relazione alle strade che si inerpicano sulle montagne verso
Lubiana, non volendo proseguire per la strada trafficata
attraverso la vallata.
Trovo un ragazzo che parla italiano, che mi indica una strada di
montagna poco trafficata e immersa nel verde dei boschi sloveni.
La seguo e mi ritrovo davanti ad una salita di 20 km ;
fortunatamente é il primo giorno e considerati i 20 chili di
zavorra sulla mia girl friend, l’ho percorsa abbastanza
agevolmente. Arrivo a Lubiana nel primo pomeriggio, vado al
turist center per trovare un alloggio e qui, dopo una veloce
visita alla città e una cena, finisco la mia prima tappa.
Lubiana mi è piaciuta, è una città a dimensione di bicicletta ,
da percorrere attraverso una miriade di rosse piste ciclabili,
dovendosi tener presente il fatto che di scooter qui ce ne sono
pochissimi.
SECONDO-GIORNO--1°-agosto-2008
La mattina é iniziata presto, alle 7 e 15
sono già in bici, dovendo percorrere circa 180 km passando per
Zagabria. Quindi esco da Lubiana abbastanza agevolmente
attraversando delle campagne coltivate prevalentemente a fieno e
seguendo una strada secondaria limitrofa a corso d’acqua ed alla
ferrovia che porta verso Zagabria. Sono immerso in una fitta
vegetazione, durante un continuo saliscendi tra paesini
curatissimi, colorati da balconate fiorite. Arrivo senza
accorgermi al confine con la Croazia, giunto al quale esibisco
il passaporto al poliziotto croato, che, dopo averlo visionato,
mi chiede in italiano dove sono diretto, ed io gli rispondo: “
Istanbul” , al che lui, sorpreso dalla mia risposta, con un
sorriso mi fa gli auguri di un buon viaggio. Arrivo alla
periferia di Zagabria , rendendomi conto di avere fatto 30-40km
in più del previsto. Quindi, per entrare e uscire dalla città
velocemente, al fine di raggiungere ad un orario decente il
paesino in cui ho programmato di fermarmi la notte, ho dovuto
immettermi, cosa più facile a dirsi che a farsi, nella
tangenziale trafficatissima, senza lo spazio nel bordo strada
per le bici e con auto che suonano spesso, e non certo per
salutarmi.
Io a testa bassa cerco di accelerare per uscire il prima
possibile da questo inferno. Entro in centro città, scatto
velocemente un po’ di foto e via verso Sveti Ivan Zabno, paese
in cui avrei dovuto passare la notte. La strada si fa ondulata e
all’improvviso, quasi senza accorgermi, penetro in splendidi
boschi. I km aumentano e il sole non c’è più. Mi rendo conto che
per raggiungere Sveti Ivan Zabno devo percorrere altri 40 km.
Quindi devo fermarmi prima. Entro a Vrbovec, un paesino su una
piccola collina, senza traccia di alberghi e ostelli. Quindi
provo a chiedere in giro, ma niente , ed intanto si fa buio e i
negozi non mi vendono bibite perché chiedono cune ed io ho solo
Euro, e non trovo nemmeno fontane, avendo una sete da
prosciugare un fiume, al che e mi sono fatto prendere dal
panico, posto che avevo già in passato fatto campeggio libero in
mezzo ai boschi , il che non mi sarebbe dispiaciuto, ma quella
occasione ho dovuto passare tutta la notte senza una goccia
d’acqua, cosa terribile. Quindi mi decido di uscire dal paese e
proseguire, quando vedo un miraggio, HOTEL tre stelle, con uno
splendido ristorante all’aperto che emanava un meraviglioso
profumo di carne alla brace. Quindi lì mi fermo e passo la
notte.
TERZO-GIORNO--2-agosto2008
All’inizio di questa tappa ho ritardato un
po’ la partenza per stanchezza: sono le nove di mattina quando a
cavallo della mia Merida mi dirigo verso Nasice, sperando che i
km da percorrere per raggiungerla non siano più di quelli
calcolati a tavolino. Sono immerso nelle campagne e nei boschi
croati: la zona é prevalentemente agricola e per me molto
interessante, essendo io un agricoltore che coltiva in
prevalenza cereali nelle campagne venete tra il fiume Livenza e
il Tagliamento; mi incuriosisce non poco vedere la famose e
concorrenti tenute croate limitrofe al Danubio , dicono le più
fertili d’Europa: però da queste parti vedo solo piccoli
appezzamenti di terreno coltivati, di grosse aziende neppure
l’ombra. Arrivo senza grossi imprevisti a Nasice, entro
nell’unico hotel del paese, mentre nel ristorante adiacente si
festeggia un matrimonio. La musica mi lascia dormire bene solo
dopo le 3 del mattino.
QUARTO-GIORNO--3-agosto-2008
Anche in questa tappa non ho voluto partire
presto per non accumulare troppa stanchezza, in quanto il primo
giorno di riposo é previsto a Sofia l’8 agosto. Parto con calma
verso le 9 per una tappa tutta pianeggiante che mi avrebbe
portato in Serbia a Novi Sad. Qui, nel sud della Croazia, più mi
avvicino al Danubio, che vedrò a Vucovar, più gli appezzamenti
di mais, soia ,girasoli, barbabietole e frumento già raccolto si
estendono a perdita d’occhio, e si vedono grosse aziende
agricole con allevamenti di bestiame, mi accorgo di pedalare su
una bicicletta solo quando prendo delle grosse buche
sull’asfalto.
Non riesco a tenere ferma la mia curiosità e mi intrufolo in
un’azienda agricola nel cui cortile ci sono grossi macchinari
per la lavorazione del terreno. Mentre faccio velocemente un po’
di foto si avvicina il proprietario, penso, il quale mi ha fatto
capire che me ne devo andare. Io con aria ingenua gli dico che
sono un turista e pian piano esco dall’azienda soddisfatto, per
aver visto con quali attrezzature lavorano i campi, sentendomi
in quel momento una spia che sta affrontando una missione
segreta.
Arrivo a Vucovar verso l’una di pomeriggio e la giornata si
oscura non per le nuvole in cielo, ma bensì per le nubi di
guerra: sono passati più di 15 anni dalla fine della guerra e i
segni delle cannonate sulle case, sui palazzi, sull’acquedotto,
sui silos di cereali vicino al fiume non sono spariti, ed
inoltre alcune case , anzi la maggioranza, sono nuove o
risistemate con stuccature a seguito dei colpi delle
mitragliatrici. Faccio un po’ di foto e mi avvio verso il
cimitero fuori dal paese, in cui la metà o forse più delle tombe
contengono morti a causa della guerra, e risultano infatti
deceduti tra il settembre e il novembre nel 1991. Lungo la
strada verso il confine con la Serbia sono così distratto dalla
meravigliosa campagna e dai fitti boschi che…sbaglio strada,
cosa in bici non consigliabile, e poi nelle mie condizioni
ancora meno, perché i km sono ancora tanti per arrivare a
Istanbul e il tempo è poco.
Arrivo a Tovarnik, dove mi rendo conto di avere fatto un ventina
di km in più; vedo una pattuglia di poliziotti fermi lungo la
strada e chiedo loro informazioni per arrivare a Novi Sad. Uno
di loro incomincia a spiegarmi che sarebbe stato meglio tornare
indietro perché, proseguendo su questa strada, avrei dovuto
entrare in Serbia, rientrare in Croazia e poi nuovamente in
Serbia, e tutto questo scalando un collina prima del confine con
la Croazia. In realtà così decido di fare, nonostante i
gentilissimi poliziotti me lo abbiano sconsigliato per la salita
impegnativa.
Risolto il problema di quale strada prendere, un poliziotto mi
chiede da dove vengo, dove sono diretto, con una domanda dopo
l’altra, fino a che li ho salutati e ringraziati della loro
disponibilità e cortesia, poiché il tempo é tiranno.
Raggiungo il primo confine ed entro il Serbia e qui la
lontananza dei paesi dal confine e il numero elevato di militari
al confine mi hanno confermato che tra i due stati non c’è tanta
armonia. La prima cosa che vedo entrando in Serbia é una
discarica che sta bruciando; pochi chilometri più in là c’è Sid,
un grosso paese in cui un gruppo di ragazzini senza alcun
timore, ridendo, mi ronza intorno dandomi delle occhiate come a
voler dire “ma dove sta andando questo individuo?”, e si
allontanano. Questo fatto mi ha un po’ ricordato quando sono
passato, anni fa in bici per Platì, paese della Calabria chiuso
in mezzo alle montagne dell’Aspromonte, dove dei ragazzini
avevano gli stessi atteggiamenti di sfida.
Arrivo al confine Croato su una collina e poi giù verso Ilok,
attraverso cui ritorno in Serbia, però questa volta
attraversando il Danubio; seguo quindi la strada verso Novi Sad,
e qui vedo le campagne un po’ trascurate, e percorrendo i paesi
questi campi mi danno la sensazione di degrado . Entro in città
costeggiando il Danubio vedo le rive affollate da famiglie e da
giovani intenti a prendere il sole. Trovo in centro un hotel non
molto costoso e pernotto.
QUINTO-GIORNO--4-agosto-2008
Partito alle ore 9 con l’obiettivo di
arrivare a Smeredevo passando per Belgrado, la prima cosa che
incontro uscito dalla città è una bella salita, accompagnata da
un sole cocente. Arrivato in vetta mi fermo in un piccolo
chiosco di frutta e verdura , chiedo alla venditrice,
bellissima, se mi potevo sedere all’interno per mangiare un’
anguria e lei gentilmente acconsente, dandomi un coltello per
tagliarla.
Incomincio a tagliare le due estremità per poi aprirla a metà,
quando lei mi ferma, pensando che l’avrei tagliata come si
taglia un salame. Senza dire niente, un po’ divertito, ho
lasciato che la tagliasse ringraziandola. Riparto dissetato e
rimineralizzato e raggiungo Belgrado su una strada stretta ,
piena di buche, dove le auto ti sfrecciano accanto a 200 orari
(un po’ meno). Entro in città accorgendomi che se mettessero un
apparecchio per rilevare lo smog prodotto dalle auto e
soprattutto dai camion , lo strumento salterebbe per aria, tanto
ce n’é. Quindi, mentre mi fermo casualmente davanti
all’ambasciata americana, per vedere sui miei appunti cosa c’è
da vedere qui, dei poliziotti serbi con fare minaccioso mi
invitano a fare i miei comodi da un’altra parte. Allora mi
dirigo verso il fiume e cerco di capire se è possibile
raggiungere Smeredevo costeggiando il corso d’acqua: non lo
avessi mai fatto! La cartina non segna nessuna strada, ma io
testardamente scalo due colline che costeggiano il fiume e
arrivo su una strada senza uscita e ad un certo punto le gambe
non girano più.
Quindi torno indietro per la stessa strada e rientro in città.
Mi fermo presso un’ edi-cola e cerco di chiarirmi le idee,
bevendo una Coca Cola. Mi siedo accanto a un vecchietto che sta
fumando in compagnia di altre persone e gli faccio vedere la mia
cartina indicando Smeredevo all’uomo, che mi mostra la strada
indicandomi di passare prima per Grocka e poi facendomi con la
mano il saluto romano, non per appartenenza ad uno schieramento
politico, ma per la lunga salita da fare che mi aspettava.
Non mi sono perso d’animo: finisco velocemente di bere e via.
Su, su, e ancora su, poi giù poi ancora su, su…….fino a quando
all’imbrunire dopo Grocka ho visto il Danubio dall’alto di una
collina, e mi accorgo come la grandezza del fiume faccia
apparire piccole le imbarcazioni che vi navigano .
Arrivo a destinazione alle 21:30 , trovo un Hotel a 2 km dal
centro, naturalmente tutti in salita , mangio 2 panini e bevo 2
birre da mezzo litro, elaboro il piano d’attacco per il giorno
dopo e poi mi addormento senza caricare la sveglia. Sia a
Smeredevo che a Novi Sad in albergo ci sono solo persone giunte
lì per affari, non capivo di che genere, ma non mi ispiravano
tanta fiducia, tedeschi spagnoli , francesi, a Novi Sad la
mattina mentre facevo colazione in Hotel ero terribilmente
disturbato da , penso un serbo in giacca e cravatta , che
parlava ad alta voce al telefonino come se fossimo nel suo
ufficio. Non ho mai parlato con loro ma dagli sguardi che mi
davano vedendomi arrivare in bicicletta ero solo un ostacolo
sulla strada per loro , magari mi sbaglio.
SESTO-GIORNO--5-agosto-2008
Tappa numero 6 . E’ duro partire, sapendo di
dover fare più di 200 km non di pianura, ma devo stringere i
denti: ancora 2 giorni e poi avrò la meritata giornata di pausa
a Sofia.
Attraverso in questa giornata la parte d’Europa più povera e
degradata, pur senza mancare di rispetto a questa gente,
sperando anzi di sbagliarmi.
Non ho molto da raccontare su questa tappa che mi porterà a Nis
nella parte sud della Serbia, ad eccezione di due poliziotti
fermi lungo la strada per dei controlli, che mi fanno cenno di
accostare : non sono i classici uomini in divisa tutti d’un
pezzo; uno di loro aveva il berretto storto e la camicia non
proprio in ordine ed entrambi mi chiedono in un approssimativo
inglese dove sto andando all’una di pomeriggio con questo caldo.
Io spiego loro del mio viaggio, facendo vedere la cartina; loro
sembrano sbalorditi, mi scrivono sulla cartina a penna quanti km
mancano a Nis , li saluto e me ne vado. Sarà stato un caso, ma i
poliziotti che ho incontrato in precedenza a Tavarnik in Croazia
mi erano sembrati più professionali, un particolare di tanti che
li hanno differenziati , a scrivermi delle informazioni si sono
rifiutati di farlo sulla mia cartina , hanno tirato fuori dal
taschino della divisa un block-notice, per paura di rovinarmi la
cartina. Ai bordi delle strade trovo tante piccole discariche a
cielo aperto e più mi avvicino a Nis più queste discariche
aumentano di grandezza.
Entrando nella città di Nis mi fermo al primo Hotel , contratto
un po’ il prezzo con il giovanotto della ricezione, ci
accordiamo , prendo la borsa e chiedo dove mettere la bici ,al
che il giovane mi risponde con fare molto leggero che potevo
parcheggiarla vicino alle auto. Quindi io, per fargli capire l’
importanza della mia Merida, gli dico che questa é la mia
girlfriend, allora lui fa cenno con la testa di aver capito e mi
risponde: “no problem in this parking”. Quindi vado in camera,
mi rianimo e scendo per cenare quando il giovanotto mi ferma e
mi dice che ha riposto la mia fidanzata in una stanza vicino
alla ricezione chiusa a chiave, al che io gli rispondo: “Bene!”,
avendo lo stesso capito che in caso di furto della bici avrei
scatenato l’inferno (-Scherzo!).
Bella città Nis bel centro storico , molto animata, il fiume
Nisana la attraversa, ci sono le rovine di una fortezza che fa
da sfondo ad una festa paesana.
SETTIMO GIORNO--6-agosto-2008
La prima cosa che faccio in questa mattinata
é procurarmi un po’ d’olio per la catena, poiché é da due giorni
che cigola . Mi fermo davanti a un negozio di bici , e lì trovo
un ragazzo che mi dà una bomboletta spray lubrificante, vede la
mia bici Merida e mi fa i complimenti perché é una bella
bicicletta.
Questa tappa mi porterà a Sofia in Bulgaria , un paese a me
sconosciuto. Guardando la cartina in passato ho cercato di
immaginarmelo, ma non entrava nella mia testa; ho comunque con
me un libro sulla Bulgaria acquistato a casa, da utilizzare a
Sofia.
Uscito da Nis la strada incomincia a salire seguendo il fiume
Nisana , mi incuneo tra le montagne che formano un canyon, i
camion non corrono, ma sfrecciano e fanno paura , e di fianco
c’è anche la ferrovia: il paesaggio è meraviglioso.
Ci sono tratti di strada in cui bisogna stare attenti alle
buche, poiché la mia girlfriend potrebbe farsi male. Sono
nell’estremo sud della Serbia e sono circondato da colline non
molto ospitali per viverci. Lungo la strada ci sono tante
officine chiamate Servis e a pochi km dal confine intravedo
dalla strada un paese chiuso tra le montagne, sembra abbandonato
da Dio per il degrado, tanto che mi pento di non essere entrato
in centro, ma non posso visitare tutto.
Arrivo finalmente al confine dove ci sono colonne di auto ferme
per controlli , io le supero pian piano quando un ………..mi apre
lo sportello mentre passo, urto con il braccio la portiera e per
causa sua cado, mi alzo in piedi, lui esce dalla macchina e con
le mani alzate si scusa, lo avrei mangiato in un sol boccone,
poi, visto che stavo bene, gli concedo l’assoluzione.
Prendo il passaporto per esibirlo, quando mi trovo davanti una
poliziotta che incute paura solo a guardarla (ah benon-penso-
qua non se passa!); la stessa mi dà una occhiata da testa a
piedi, guarda scrupolosamente il passaporto e dopo alcuni minuti
mi lascia passare (ma va a quel…..).
Tanto verde in Bulgaria, almeno per i primi 20 km , boschi fitti
di vegetazione, poi il panorama si apre in un altopiano
ondulato. Fino a Sofia i campi sono coltivati a frumento e
girasoli, ancora da raccogliere. Se devo essere sincero qui non
avrei mai fatto l’agricoltore, dati i terreni aridi e pieni di
pietre, solo con qualche mucca che vi pascola. L’acqua da queste
parti non si vede neanche con il binocolo: ho letto che ci sono
scarse precipitazioni tutto l’ anno. In questa parte della
Bulgaria c’é un clima di tipo continentale caldo d’estate e
rigido d’inverno.
Arrivato a Sofia prendo alloggio in un condominio vecchio e
puzzolente, per 60 euro a notte. L’albergo è il più economico e
mi adatto. La signora della reception é non molto cortese e mi
adatto. La stanza ……, e mi adatto. Accendo l’aria condizionata,
esce un puzza che avrebbe fatto ribaltare un morto sulla bara…..MI
ADATTO!!
Sono talmente stanco che la notte dormo profondamente.
OTTAVO-GIORNO--7-agosto-2008
Giornata di pausa. Mi alzo, passeggio, faccio
colazione nell’albergo in cui ho dormito-era inclusa nel prezzo
e la ricorderò per tutta la vita: DA VOMITARE!
Visito la città al rallentatore. Entro in due chiese ortodosse,
assisto anche a una messa in mattinata , faccio un giro per
vedere i palazzi presidenziali e tra uno spuntino e l’altro la
sera recupero tutte , o quasi, le forze. Sofia non mi entusiasma
molto, sarà la stagione, ma di gioventù ne vedo poca. Sto bene
quando vado nei parchi a leggere un libro, almeno lì c’é un po’
di verde, anche se i gruppi di vecchi che mi circondano sulle
panchine mi danno una tale carica emotiva ……. Sono indeciso su
come proseguire il viaggio, sapendo che il panorama non sarebbe
comunque cambiato proseguendo per Plovdiv ,Edirne, Corfù, dato
che a casa avevo letto degli appunti di viaggio di cicloturisti
italiani che in passato avevano percorso queste strade. Mi
piacerebbe vedere il monastero di Rila : le guide scrivono che è
il più grande e meglio conservato della Bulgaria, incastonato
sulle montagne più alte del paese. Sono un po’ combattuto,
perché voglio anche vedere la parte nord della Grecia , in
quanto l’anno scorso ho girato il Peloponneso e mi interessa un
confronto.
Rila é sulla strada, ma dovrei allungare il mio giro di circa
300 km e rinunciare a un giorno di riposo. Penso e ripenso,
calcolo e ricalcolo, mi decido e porto i Balcani a fare un bagno
in Grecia nel mar Egeo.
NONO-GIORNO--8-agosto-2008
Dopo avere passato una notte terribile per il
caldo e per la raccolta del vetro nelle strade sottostanti
all’albergo,essendo la mia stanza al quinto piano, sento aprirsi
i cassonetti di mezza città, non ho avuto il coraggio di
chiudere la finestra e accendere il climatizzatore.
Alle cinque sono in piedi, mezz’ ora dopo in sella verso Rila
senza avere fatto colazione. La strada che mi porta fuori dalla
capitale bulgara è un incubo, per le buche e per il traffico,
devo fare una trentina di km per respirare un po’ d’aria sana in
campagna , quindi seguo le indicazioni per il monastero e
imbocco una strada in salita.
Il cartello scrive “monastero di Rila 31km” , una bella scalata
da fare . Su questa salita, che avrei ridisceso in quanto la
strada finisce al monastero, mi sono disintossicato , essendo
avvolto da una fitta vegetazione, dal profumo di fiori e fieno
appena tagliato, da ristoranti e alberghi invitanti.
Se avessi deciso di fare il giorno di riposo qui, ci sarei
rimasto una settimana (Scherzo!).
Arrivo al monastero , meraviglioso, curatissimo, il parcheggio
pieno di comitive di turisti, quasi tutti bulgari. Faccio delle
foto e all’uscita chiedo informazioni su che strada seguire per
andare in Grecia a una guardia forestale di corporatura robusta
, lui capisce che sono italiano e chiama ad alta voce un suo
collega, a poche decine di metri, che parla la mia lingua: è
stata così possente la sua chiamata che si è girata verso di noi
tutta la gente trovatesi nel parcheggio. Mi indicano di non
seguire la strada principale in quanto trafficata, ma di
seguirne una tranquilla persa in mezzo alle montagne , dove
avrei faticato per le salite ma avrei visto una parte della
Bulgaria molto particolare. Contento per le preziose
informazioni, li saluto e mi dirigo velocemente giù per la
vallata ,quando sento ,dopo avere preso un buca ad alta velocità
, che un raggio della ruota posteriore si rompe. Non é il primo:
in Serbia ne avevo già rotto un altro, ma allora ho potuto
continuare, mentre adesso la ruota ondula troppo e devo quindi
cercare un meccanico che me la ripari. Lo trovo a Blagoevgrad,
piccola cittadina a 50km da Rila, indicatomi da un taxista del
posto che sa qualche parola in italiano, che mi dice di seguirlo
e mi conduce in una casetta di legno (4metri x 2) circondata da
biciclette disposte in modo caotico, una piccola officina ,
sembrava quella di Barbie. Ho spiegato al meccanico il problema
, lui toglie la ruota , sale su una bici e me la porta non so
dove, poi ritorna senza la ruota e mi dice ok, devo aspettare
non so chi, che me l’avrebbe aggiustata. Intanto che aspetto
faccio amicizia col taxista e altre persone che erano lì in quel
momento. Uno di loro, che mastica un po’ di inglese, mi domanda
dove sono diretto, gli racconto che sono venuto in bici da
Venezia, tolgo il contachilometri dalla bici e faccio vedere a
tutti i km che avevo percorso fino a qui, e un signore, appena
vede scritto 1460 km circa, incomincia ad agitarsi da quanto era
sbalordito, e intanto le persone attorno aumentano: sono
diventato una attrazione. Rimango lì mezz’ora a parlare con
loro, sarei rimasto tutto il pomeriggio, e intanto il meccanico
va via ancora in bici e ritorna con la mia ruota riparata, la
monta e mi domanda 4 euro per il servizio. Voglio offrire una
bevuta in qualche locale del posto ai presenti ma il tassista mi
fa capire che non c’é bisogno . Ringrazio tutti i miei nuovi
amici bulgari per la loro disponibilità nei miei confronti e me
ne vado.
Sono nella statale che porta dritta in Grecia, che avrei
lasciato 20km più avanti. Arrivo a Simitli, dove pernotto in un
hotel.
DECIMO-GIORNO--9-agosto-2008
In questa tappa trovo l’unico tratto di
strada pianeggiante quando arrivo in vetta alla salita. Di notte
c’era stato un forte temporale che aveva reso l’aria frescolina,
quasi fredda. In mattinata arrivo a Razlog, dopo una salita di
una ventina di km, e qui devo fare attenzione, perché devo
trovare il bivio che mi deve portare a Bansko, e poi verso il
confine bulgaro –greco. Nella incertezza mi fermo sempre a
chiedere alla gente, sempre molto disponibile. Passo per il
centro di Bansko, località sciistica bulgara molto frequentata,
in cui stanno costruendo una miriade di condomini e alberghi:
mai avrei pensato che in queste montagne si potesse sciare (non
sapevo neanche che ci fossero montagne così alte ).
Le vallate sono molto ampie con un continuo saliscendi; per le
strade il caldo nel pomeriggio comincia a farsi sentire, ma
soprattutto diventa fastidioso il vento, che soffia contrario.
Nei paesi lungo la strada ogni famiglia ha una piccola serra
davanti casa, nella quale mettono ad essiccare le foglie di
tabacco raccolte nei campi limitrofi. Ogni tanto incrocio dei
giovani zingari a bordo di carretti trainati da muli; mi fermo
mentre vengono verso di me e li fotografo: loro a loro volta si
fermano, contenti di essere fotografati , e mi fanno segno con
le mani se ho soldi ed io faccio finta di non capire. Una
ragazzina scende dal carro e mi gira intorno, come volesse
rubarmi qualcosa dalla borsa, al che le do un’occhiataccia,
saluto tutti e me vado.
Mentre mi avvicino al confine non vedo mai cartelli che
segnalino la Grecia, indicando gli stessi solo Drama, città
greca a 30 km dal confine. Anche qui non corre buon sangue tra i
paesi confinanti. A qualche km dal confine la strada si fa in
salita, con il vento sempre contrario, più forte e caldo; lungo
la strada si trovano delle comunità di zingari, emarginati in
queste zone di confine, con qualche capo di bestiame, e ci sono
delle donne che cercano di accendere il fuoco. In quel momento
arriva un furgone sgangherato da cui scende un uomo con una
piccola anguria in mano e subito i bambini circondandolo gli
fanno festa: dalle mie parti gli zingari stanno molto, molto
meglio. Non vedo bella gente che gira in auto, ma non mi
preoccupo più di tanto. In ogni caso c’e un via vai di macchine
continuo.
Arrivo al confine, all’ennesimo confine, ormai ho perso il
conto. Entro nella Comunità Europea , non devo più cambiare più
la valuta: tra cune , dinari, lira bulgara, ero sempre a far
conteggi per rapportare la moneta locale con l’euro. Mi dirigo
verso Drama, scalo l’ennesima montagna, e questa è stata
veramente dura per la pendenza, col vento (sarà una costante)
sempre contrario, sempre contrario, sempre contrario, e col
caldo, e con le montagne che mi circondano, che progressivamente
si spogliano di vegetazione ed appaiono come degli enormi
panettoni.
Finalmente una discesa per una decina di km. Arrivo in pianura,
i paesi si fanno belli, con splendidi giardini davanti alle
case, mentre i capannoni delle zone industriali sembrano
villaggi turistici con le facciate in roccia o porfido e con
verdissimi giardini antistanti. Senza offesa per Croazia, Serbia
e Bulgaria mi sembra di essere entrato a Gardaland, però nel
Peloponneso che avevo visitato lo scorso anno non avevo visto un
tenore di vita come qui. Mi sono dimenticato di dire che i campi
sono tutti coltivati a mais, irrigato continuamente:se qui si
fermano a dar acqua alle colture,queste si seccano in una
settimana, tanto é il caldo e tanto il clima é asciutto.
Mancano ancora tre tappe e poi due giorni per visitare Istanbul
e riposarmi, sono quasi stremato dalla fatica , incomincio a
sentire dolore alle ginocchia. specie la mattina , ma non mollo,
anzi!
UNDICESIMO-GIORNO--10-agosto-2008
Ma non mollo, anzi! In questa tappa
percorrerò 209 km da Drama a Alexandroupoli, il giorno più
impegnativo. Lascio Drama e mi immetto sulla statale deserta , é
domenica mattina, quando mi affianca una volante della polizia,
abbassa il finestrino in corsa e mi chiede la mia provenienza:
“Venice” rispondo, rimanendo anche loro meravigliati. Lungo la
strada tanti insediamenti archeologici. Raggiungo Kavala, una
piccola Montecarlo sul mare, dopo avere scalato l’ennesima
collina: da queste parti non c’è il mare che di solito
contraddistingue la Grecia, il Peloponneso sarà stato più
povero, ma quanto a mare vince il Peloponneso 10 a 0. Il tempo
minaccia pioggia, ma non a breve. Mi dirigo verso Xanthi e
dietro di me si incominciano a sentire i primi tuoni, il vento
è girato finalmente a favore ma durerà poco. Sono costretto a
fermarmi in una taverna, e visto che é mezzogiorno pranzo, é la
prima volta .Per mezz’ ora buona i secchi del cielo si
rovesciano. Mangio un’insalata greca, una braciola e patatine
fritte. Dopo un’ora, passato il temporale, mi rimetto in
cammino, ma non mi sento molto bene, la temperatura era calata
di 10 gradi ,il pranzo mi é rimasto sullo stomaco, comunque vado
avanti. A Komotini incomincio a vedere in lontananza dei
minareti ,non sapevo che in Grecia ci fossero delle comunità
islamiche con le proprie moschee. Sul paese di Aratos passo su
una strada in cui da una parte c’è il cimitero ortodosso curato
con fiori sulle tombe ,e dall’altra un cimitero islamico per
niente curato con l’erba incolta, che fa appena intravedere le
lapidi. Vedo sulla cartina che per raggiungere Alexandroupoli
bisogna attraversare un’altra montagna .Le forze mi stanno
abbandonando, ma facendo ogni ora una pausa e andando piano,
arrivo in cima al passo. Su queste montagne ci sono greggi di
pecore con pastori e cani a seguito. Ogni tanto sbuca un cane
che si avvicina con fare minaccioso, richiamato subito con un
fischio dal padrone. Ho il terrore dei cani: in questo momento
ne vedo tanti per le strade, e non sempre c’é il padrone.
Finalmente arrivo in cima alla salita e vedo dentro una casa
recintata con il cancello aperto due enormi cani, che appena mi
vedono incominciano a rincorrermi. Scalo i rapporti della bici e
pedalo con il cuore in gola e per fortuna c’é un tratto di
discesa, guardo il cardio- frequenzimetro che ho sulla bici e lo
stesso segnala 180 battiti a minuto. E’ la seconda volta in
questo giorno cha i cani mi rincorrono, tanto che per sicurezza
lungo la strada sono andato in cerca di un bastone che non ho
trovato. Finalmente arrivo a Alexandroupoli, stremato, e mi
fermo in un campeggio, non riuscendo neanche a comunicare in
inglese con la signorina della ricezione tanto sono sfinito.
Comunque piazzo la tenda e quando mi tolgo la maglietta per
farmi la doccia sento brividi in tutto il corpo, ho la febbre.
Faccio la doccia velocemente e senza cenare vado a dormire e non
riuscendo a riscaldarmi mi vesto con tutte le maglie che ho,
mettendomi perfino calzini e scarpe. Quando incomincio a
riscaldarmi un violento temporale si abbatte sul campeggio, mi
entra acqua da tutte le parti, ma per fortuna è durato poco.
DODICESIMO-GIORNO--11-agosto-2008
Visiterò Istanbul un solo giorno .Sono
costretto a fermarmi un giorno in questo campeggio per
recuperare le forze per il rash finale, nella mattinata non so
neanche dove sono, a mezzogiorno mangiando forzatamente qualcosa
il cervello si è connesso al resto del corpo, nel pomeriggio ho
fatto anche una nuotata in mare nella massima rilassatezza. Nel
campeggio c’é una famiglia di italiani, avevo voglia di fare
quattro chiacchiere con loro ,ma ci ho rinunciato: il padre
,ammiraglio in capo, in spiaggia dà ordini alla famiglia stando
seduto sulla sdraio con la madre sempre premurosa nei suoi
confronti, e con i due figli ,di 4 e 6 anni circa, che devono
fare sempre quello che il padre loro dice ,ed alla lettera: guai
se litigano, egli manda la madre a sgridarli, mentre lui dice
solo “ UNO !!”, per intimorirli ,ed io non ho capito cosa
significasse. Quella sera l’ultima cosa che ho sentito prima di
addormentarmi verso le 22 e 30 è stata: “UNO!!”.
TREDICESIMO-GIORNO--12-agosto-2008
Undicesima tappa, un’altra strapazzata di 176
Km con arrivo in Turchia a Tekirdag. Spero anche oggi di avere
il vento che mi soffi in faccia, bello, forte,per rallentare la
corsa perché ho paura,col vento favorevole, di essere troppo
veloce. Ho ringraziato la buona sorte quando sono salito in
bici, perché il vento non é solo contrario e forte, ma anche a
raffiche.
Da Alexandroupoli fino al confine con la Turchia non ho visto
moschee, non capendo il perché essendo convinto del contrario .I
campi sono coltivati a cotone e il frumento o avena é già
raccolto .Imbocco una autostrada deserta che mi porta al
confine, in lontananza vedo una enorme bandiera
sventolare,avvicinandomi vedo che è rossa con una stella e una
mezza luna bianca: sono quasi arrivato. Un fiume divide in
questo punto la Grecia dalla Turchia ,passo i controlli dei
militari greci, attraverso il ponte e vedo che i soldati delle
due nazioni sono numerosi ,tanto che penso ci sia una festa
(scherzo!), quando incrocio il primo militare turco, lo saluto,
lui mi risponde col saluto militare. Mi fermo allo sportello
della barriera doganale con il passaporto in mano e i doganieri
senza vederlo mi mandano avanti; ne passo un altro ,ancora uno,e
arrivato all’ultimo mostro il documento e il giovane militare
sorridendo mi chiede da dove vengo in bicicletta ,e io gli
faccio cenno di guardare sul passaporto e lui esclama: “VENICE!”.
Mi ha chiesto che lavoro faccio e chi me lo ha fatto fare di
venire fino a qui in bici ,e mentre si chiacchiera, egli
divertito riferisce ai suoi colleghi la mia provenienza.Quando
gli ho detto che a casa lavoro in un’ azienda agricola,mi ha
detto di non credere che un contadino potesse mettersi in
viaggio lasciando incustoditi i propri campi, essendo anche suo
padre un agricoltore. Nel pomeriggio ho capito perché erano cosi
interessati e divertiti. Prima di lasciarmi andare mi salutano
calorosamente. La prima cosa che vedo entrando in Turchia é una
distesa di terreno coltivata a riso per km, verdissima,piena di
aziende agricole con fabbricati nuovi e macchinari per la
lavorazione della terra moderni, e questo tanto per iniziare mi
ha stupito non poco,la mia ignoranza avendomi portato ad
immaginare in precedenza la Turchia come un paese del terzo
mondo. Percorro una strada larghissima e trafficata: non ci sono
più i campi a riso perché sono arrivate le colline, che in
Turchia sono sacre,e non si possono scavare per costruire
tunnel. La strada qui va sempre dritta o quasi e segue tutte le
inclinazioni delle colline,che vengono smussate solo in vetta
per evitare ai veicoli l’over jump. Comunque sia avevo già
capito alla frontiera che oggi é un giorno di festa,e infatti
sono invaso dai clacson e specie i camionisti, appena mi vedono
a cavallo della mia Merida, mi salutano, non con un colpetto ,
bensì attaccandosi al clacson. Li saluto tutti con il braccio,
tanto che la sera non sono più riuscito ad alzarlo. Vedo moschee
e minareti da tutte le parti .Mi fermo nel negozio di un
distributore di benzina per mangiare qualcosa ,quando vedo
passare un cicloturista con andatura non elevata ,mi sembra un
vichingo, con barba e capelli lunghi, che pedala come un
forsennato. Mangio tranquillo, intanto lo avrei ripreso più
tardi.. Così è stato ,4-5 km più avanti lo raggiungo a metà di
una salita mentre lui è fermo. attaccato ad una bottiglia di
succo che stava bevendo. Si chiama Geo, svizzero di Langethal,
parla bene l’italiano e mi racconta che era partito da casa a
metà giugno, aveva percorso in lungo e largo le Alpi e poi
proseguito lungo la costa croata ,ed attraversato Albania,
Macedonia, Grecia .Anche lui ,diretto a Istanbul, deve fermasi
in campeggio a Tekirdag ,per la notte, con Corrado, un altro
cicloturista da Modena ,conosciuto due giorni prima in Grecia
.Corrado era giunto fino ad Ancona in treno poi si era imbarcato
e raggiunto Igomenizza in Grecia e da li fatto tutta la parte
settentrionale fino a incontrare Geo non mi ricordo dove .Ci
siamo dati appuntamento nel primo campeggio della città e ognuno
ha proseguito con la propria andatura. Nei paesi che attraverso
,sulle colline, ci sono complessi di condomini in costruzione,
tutti con attigua moschea di cui richiamavano lo stile. Mi fermo
lungo la strada per fotografare un vecchia stalla con delle
mucche all’esterno e una moschea con minareto sullo sfondo,
quando,dalla parte opposta della strada un signore,
cinquantenne, mi indica di raggiungerlo. Lì per lì mi sembra
fosse seccato che facessi delle foto, e gli dico “turist ,foto”
,ma lui insiste ,fa segno con le mani di lasciare lì dov’ero la
bici, e di attraversare. Al momento sono titubante, pensando che
forse é vietato fare delle foto a monumenti sacri, e che questo
me ne dirà quattro in turco. Alla fine ho attraversato e l’ho
raggiunto, stando attento ai camion e auto che saettano per la
strada, mandando al diavolo tutte le stupide supposizioni che mi
sono girate in testa. Chi mi ritrovo davanti? Un collega che
vuole farmi vedere la sua azienda agricola. Arrivato nel cortile
della sua casa gli ho detto di essere italiano, lui mi risponde
“Berlusconi”, mi fa cenno di andare verso il capannone lì vicino
e lo apre ,e dentro vedo in un angolo un ammasso di frumento da
una parte e dall’altra delle balle di paglia ben accatastata,
con in mezzo due trattori con dell’ attrezzatura. Sempre a cenni
,poiché il contadino turco non sa una parola di inglese, gli ho
fatto capire che anche io faccio il suo stesso lavoro: a quel
punto mi invita a sedermi fuori casa sotto il porticato ed
entrato in casa ne esce con mezza anguria, una manna dal cielo
,fresca, dolce, buonissima. Aspetta che io finisca l’anguria e
mi porta ancora nel capannone. Comunichiamo armati di carta e
penna ,a disegni. Io disegno le colture che semino a casa e
scrivo la marca delle attrezzature che utilizzo, e lui mi scrive
il numero degli ettari che coltiva e le produzioni che in questa
annata ha prodotto. Quindi mi fa vedere i concimi, i trattamenti
e i diserbi che usa per le colture, più o meno simili a quelli
che uso anch’io e alla fine mi fa segno, sfregando le dita della
mano quanti soldi prendo al quintale delle colture che semino in
Italia: tra agricoltori i discorsi muoiono sempre qua. Assuk
,così se non ricordo male si chiamava, mi vuole offrire da bere
al bar lì vicino. Io rifiuto, perché si sta facendo tardi e devo
cenare in serata con i due nuovi amici. In qualche modo gli
spiego che devo andare verso Istanbul, lui capisce che ho
fretta,ci siamo stretti la mano come due vecchi amici, mi ha
dato tre mele e un pomodoro e quindi io me ne sono andato.
Attraverso la strada, vado avanti 100 metri, mi giro, lui mi
saluta ancora. Nel mio immaginario in passato ero un po’
titubante circa l’accoglienza dei turchi, perché li vedevo
distanti anni luce da noi, anche se ho sempre letto che la
Turchia è il paese musulmano più vicino all’occidente. Infatti 2
mesi circa prima della mia partenza, uno spiacevole episodio era
successo a Istanbul: una ragazza italiana, che voleva portare i
valori dell’amore per il mondo vestita da sposa, era stata
barbaramente uccisa e violentata.
Inoltre una settimana prima della mia partenza un attentato
dinamitardo aveva provocato 17 vittime e 150 feriti nella
periferia di Istanbul.
Se avessi dovuto ascoltare tutto quello che è stato detto e
scritto non sarei mai partito per quella che tanti chiamano
avventura, ed io invece chiamo vacanza esplorativa. La sera,
dopo avere risalito e ridisceso in linea retta una cinquantina
di colline, arrivo al campeggio di Tekirdag . La prima cosa che
l’uomo della ricezione mi ha detto dopo avere sentito che ero
italiano, è stata “ Berlusconi” ed io sono rimasto seccato di
sentire per la seconda volta in un giorno che l’Italia qui é
conosciuta principalmente per questo. Dopo un’ora arrivano lo
svizzero e il modenese, ceniamo insieme e a letto presto ,domani
il grande giorno ,arrivo a Istanbul.
Ci siamo messi d’accordo sulla partenza, con lo scopo di
arrivare insieme, Geo partirà per primo perché più lento, alle
cinque, Corrado alle 6 e mezza ed io alle 7 e mezza.
QUATTORDICESIMO-GIORNO--13-agosto-2008
Mi alzo alle sette , gli altri due sono già
partiti ,faccio con calma le mie cose, ma non troppo, perché
voglio essere sicuro di prenderli prima di arrivare a Istanbul
(non voglio arrivare ultimo). Anche oggi il vento é fastidioso e
le bandiere, numerosissime ,sono belle e sventolanti, le colline
coltivate sempre a frumento con girasoli prossimi alla raccolta
.Lungo la strada sono numerosi i venditori di frutta e verdura
,non sempre fresca ,e più passano i km, più i paesi si fanno
grandi e diventano affollati da complessi di condomini nuovi di
zecca, le moschee hanno due minareti ,le auto e i camion suonano
meno il clacson rispetto al giorno prima,probabilmente sarà la
vicinanza a Istanbul. Ogni volta che affronto la salita di una
collina mi faccio coraggio, perché dopo c’é la discesa e mi
sarei riposato, anche se poi in realtà non era così ,poiché
dovevo pedalare ancora, talmente forte poi era il vento
contrario. Le mie ginocchia vogliono una vacanza, ho il
copertone posteriore messo in modo tale che si vedono le tele,
avendo superato i 2100 km: il meccanico che mi aveva venduto i
copertoni aveva detto che dovevano arrivare a 3000 km. Verso
l’una di pomeriggio entro nella periferia della città,
trafficatissima ; per fortuna c’é quasi sempre uno spazio sul
lato della strada per le bici ,e ad un certo punto trovo in una
discesa Corrado, ma nessuna traccia di Geo, aveva fatto i conti
alla partenza per arrivare prima di noi. Abbiamo percorso una
quarantina di km su una autostrada per arrivare sulla zona dove
c’era la famosa moschea blu ,nostro punto di arrivo. Ci siamo
persi ,é destino che ognuno deve arrivare da solo, così come era
partito. Quando mi trovo, verso le tre del pomeriggio, la
moschea blu davanti agli occhi, quasi non ci credo : uno
splendido giardino decorato da fiori l’ adorna, sono un po’ in
confusione, i turisti che mi vedono mi chiedono incuriositi da
dove arrivo ,un tedesco mi stringe la mano e mi dice che il
viaggio che ho fatto per lui è un sogno da realizzare. Mando
messaggi ad alcuni amici col telefonino per riferire del mio
arrivo ,mi metto in contatto con i miei nuovi compagni di
viaggio dando loro appuntamento davanti alla moschea in serata
per cenare assieme. Trovo in un hotel uno stanzino dove dormire
;di interessante aveva il prezzo, 13 euro la notte con prima
colazione e l’accesso tramite computer ad internet. Verso le
nove di sera mentre aspetto Geo e Corrado per cenare, seduto su
una panchina pensando ai 2150 km percorsi, mi sono messo a
piangere, tanta era la tensione che in quel momento stavo
scaricando, chiudendo gli occhi mi corrono le immagini dei
boschi lungo la Sava, le campagne croate, i buchi nelle case a
Vucovar, il Danubio, il caldo, il vento, le cicogne, i falchetti
,le poiane, le donnole che mi attraversavano davanti, le volpi
morte sul ciglio della strada, le tante salite, il temporale e i
cani che mi rincorrevano inferociti in Grecia, le tante persone
che ho incontrato e che mi hanno aiutato, le strade che ho
sbagliato, la Coca Cola ,la Fanta ,la Sprite, e il fiume d’acqua
che bevevo dalle fontane e soprattutto la fatica, che è stata la
mia compagna più fedele, non mi ha mai abbandonato, sempre
pronta a ricordarti che se vuoi vedere qualcosa devi pedalare :
non è stata la solita vacanza, è stata una iniezione di vita .Ho
aperto gli occhi, mi sono aggiustato un po’... magari arrivano
gli altri e pensano che mi manchi la mamma. Ci siamo seduti a
tavola in un ristorante all’aperto, e……kebab in tutte le salse,
mentre mangiamo nessuno parla della vita privata, tutti essendo
intenti a raccontare le giornate trascorse in bici ,il vento, le
salite, le belle ragazze, sempre a ridere anche senza motivo,
ubriachi di km, di tanti km.
QUINDICESIMO-GIORNO--14-agosto-2008
Giornata dedicata a Istanbul ,ho visitato il
Topkapi e la chiesa di Santa Sofia e ho girovagato nelle vie
della città ,praticamente lo 0,5 % delle strade, talmente estesa
é la città. Leggo che sono 13 milioni gli abitanti tra residenti
e abusivi; negli ultimi decenni c’è stato una spostamento della
popolazione dalle campagne alla città dove le opportunità di
lavoro sono maggiori e di conseguenza si è originato uno
sviluppo edilizio spropositato. Tra la stanchezza e il pensiero
che domani dovrò rientrare in patria, ho potuto fare poche cose:
devo smontare la bici e impacchettarla e prenotare un taxi per
l’aeroporto; fatto questo ho passato le ultime ore con Geo e
Corrado, a cena nella Istanbul asiatica. Abbiamo attraversato lo
stretto del Bosforo in motonave, vedendo in lontananza la
moschea Blu e la chiesa di Santa Sofia . . Nello stretto sembra
di essere in un’ autostrada, per quanto é trafficato
d’imbarcazioni. L’atmosfera qui é diversa ,non ci sono turisti,
tante bancarelle lungo i vicoli, le più belle e colorate quelle
della frutta .Sebbene non sia riuscito a vedere bene la città,
per farlo secondo me occorre non meno di una settimana ,non sono
triste, anzi, già soddisfatto di quello che avevo fatto e visto,
con tanta voglia di raccontarlo ai miei amici e conoscenti.
SEDICESIMO-ED-ULTIMO-GIORNO--15-agosto-2008
Alle sette deve venirmi a prendere il taxi
per portami a casa, volevo andarci in bici , poi ho cambiato
idea perché devo alzarmi alle 4. Comunque dalle sette che doveva
arrivare ,il taxi si è presentato quasi alle sette e mezza e
sono un po’ nervoso perché l’aereo sarebbe partito alle 10 e
invece di presentarmi per l’imbarco almeno due ore prima, arrivo
alle 8 e mezza e vedo davanti a me tutto buio .Entrando in
aereoporto vedo solo code, prendo il carrello per la bici e
camminando, per l’agitazione urto quasi tutti quelli che
incontro. 3 quarti d’ora dopo, mentre corro da uno sportello
all’altro, esce il sole, ho il biglietto e soprattutto la carta
di imbarco, e quindi ho tempo per fare anche colazione (8 euro).
Mentre aspetto incontro quattro ragazzi di Bassano del Grappa
con le bici impacchettate, anche loro arrivati qua pedalando.
Uno di loro, dopo che gli ho detto che ero giunto qui come loro,
mi chiede se ad ispirarmi questo viaggio é stato il libro di
Emilio Rigatti .Di Rigatti, che assieme a due suoi amici fecero
la Trieste - Istanbul in bici,e che raccontò l’esperienza in un
libro, io avevo solo gli appunti di viaggio che mi ero letto la
sera alla fine di ogni tappa. Non volevo avere la strada
spianata a ciò cui sarei andato incontro, e ho avuto ragione,
bello è stato quando la sera potevo confrontare la lettura
quello che avevo visto. Dall’aereo in volo con gli occhi
accarezzo i Balcani, cercando di vedere se magari riconosco
delle zone che avevo percorso : neanche mezza. Atterrato a
Venezia in un’ora, ho montato la bicicletta e via verso casa,
alle mie spalle come in Grecia sono minacciato da un temporale,
ma non ho la minima preoccupazione. Negli ultimi 60 km che mi
dividono da casa ho fatto tre tappe in tre bar: voglio brindare
bene a questa vacanza, e nell’ultimo bar incontro anche un
conoscente, sorpreso di vedermi in bici con il tempo che
minaccia, al che gli racconto dov’ero andato, e sono un fiume in
piena per le cose che ho da raccontare. Arrivato senza prendere
un goccia d’acqua mi è sembrato di mancare da qualche anno da
casa.
CONCLUSIONE
Per tornare ai miei ritmi di vita normali mi
ci sono voluti 10 giorni, senza esagerare.
Complessivamente tra andata e ritorno ho percorso 2195 km, non
male, che diviso 10 , fanno 219,5 km al giorno. Ho lasciato per
strada 5-6 kg ,le ginocchia sono rimaste doloranti per un
mesetto, e comunque ho sempre continuato anche dopo a correre in
bici, con ritmi inferiori e non quotidianamente. L’appetito mi é
tornato dopo una settimana, poiché avevo abituato lo stomaco a
non fare gli straordinari, solo a vedere una marea di liquidi
passare .Avevo messo il fisico a dura prova, mi potevano dare le
martellate sulle dita che non sentivo dolore, ero narcotizzato
dai km del viaggio, e mi é capitato a casa più di una volta di
sognare di essere ancora in viaggio e di alzarmi la mattina con
la nostalgia che morsicava le gambe. L’unica magagna fisica che
mi é rimasta dal viaggio è il formicolio del mignolo e
dell’anulare dovuto alla posizione non corretta che avevo sul
manubrio, ma passerà: avevo messo in preventivo che al mio
ritorno qualche doloretto me lo sarei portato dietro. Devo
ringraziare il buon Dio per avere dato mandato a qualche
angioletto affinché non mi facessi male cadendo, e in 4 -5
occasioni ci sono andato vicino ,non per imprudenza, ma perché
volevo vedere tutto quello che mi circondava, e in alcune strade
la discesa piena di buche non concedeva distrazioni . Tutto è
andato bene in modo che arrivassi a Istanbul prima che il mio
volo partisse, imprevisti non sono mancati, ma sono stati
risolti sempre brillantemente. È stato bello fare questa
pedalata da solo, ma non mi sarebbe dispiaciuto anche in
compagnia, posto che una cosa che mi è mancata è stato il
confronto di opinioni che alla sera avrei potuto avere con un
compagno: quattro occhi vedono meglio di due. Prima che partissi
alcuni (Alberto mi ha dato del pazzo furioso) mi davano
dell’incosciente, spregiudicato, irresponsabile, non era
concepibile a loro modo di vedere affrontare 2000 km da solo
,intenti a pensare che il mondo che ci circonda sia pronto a
farti solo del male. Ovviamente un po’ di attenzione bisogna
averla, ma con lo spirito positivo verso l’ignoto. Devo
altrettanto dire che tanti mi invidiavano e adesso che lo
racconto, gli stessi mi dicono che mi avrebbero fatto perfino la
scorta in auto, e ad essere sincero in alcune zone della Serbia
meridionale e Bulgaria vicino al confine con la Grecia ,magari
ingiustificabile, ma un po’ di paura l’ho avuta, anche se le
strade fortunatamente erano abbastanza trafficate. Avevo messo
in preventivo qualche malanno fisico e quindi fare un tratto di
strada per Istanbul in treno o autobus non sarebbe stata una
sconfitta, ma la soddisfazione di partire e arrivare a casa
pedalando ,e avere vissuto una, non molto piccola, parte del
mondo, è stata grande. Ho invidiato Geo quando mi raccontava di
essere partito da casa in bici e che sarebbe tornato a novembre
a lavorare 6-8 mesi e poi via a conoscere ancora il mondo. Per
gli esseri umani normali come me questo non è possibile. Sono
stato invitato al festival nazionale del viaggio in bicicletta
da una mia amica Nadia, tenutosi a Portogruaro in settembre a
raccontare il mio viaggio, e parlando con altri cicloturisti si
discuteva che sarebbe stato bello partire in bici e ritornare
non so quando, ma la realtà e diversa per la stragrande
maggioranza di noi pedalatori incalliti, e forse é meglio così
(magra consolazione), poiché si gode di più sorseggiando in una
quindicina di giorni una volta l’anno paesi e culture diverse.
E’ un modo di viaggiare questo per rendere le distanze,
accorciate dal progresso, più lunghe attraverso il mezzo della
bicicletta. Quello che a me è piaciuto di questa vacanza è il
senso di libertà che si prova nel percorrere l’ignoto ad una
velocità che riesce a far presa sulla memoria.
Fine.
Ps.Il prossimo anno se non ci sono imprevisti si riparte da
Istanbul per arrivare a Gerusalemme, attraverso la Turchia,
Siria, Giordania e Israele.
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