Mi
sveglio improvvisamente colpito da uno spruzzo d'acqua e
immediatamente mi trovo sospeso tra cielo e mare, l'aria è dolce
assai, il vento spira da lontano con soffi regolari.
Sbarchiamo dopo circa 6 ore di traghetto, da Bali a
Lembar-Lombok, prima isola dell'arcipelago delle Nusatenggara:
si inizia da Lombok, segue Sumbawa, Komodo e Flores.
Lembar è un l'unico porto commerciale, vecchi e decadenti
traghetti con scritte scolorite "we move indonesia", i più
attraversano con i fast boat americani, molto cari, ma
sicuramente più sicuri.
Si scende su una banchina improvvisata ,anch'essa vecchia e
arrugginita, fasti di una lunga dittatura.
Sono circondato da qualche tenda costruita con materiali locali
e pochi resti di lamiere, da un warung, da polvere, da uomini
slanciati magri, nervosi, si riconoscono le influenze dei
cinesi, in tempi passati chiamati "ping", dei malesi.
Molti hanno nasi alla cambogiana e altri simili ai maori,
piccole le donne, ben fatte, tornite, con l'ovale delle
giapponesi e le falcate arabe, indossano il tipico sarong, pelle
bruna, occhi neri, qualche velo musulmano.
Sulla
strada che costeggia il mare riflette il rosso del sole, la
marea è molto bassa e lo specchio d'acqua assomiglia ad una
pista di pattinaggio, palafitte di allevatori di ostriche,
bilance per la pesca simili a stadere, donne che sbarcano da
colorati trimarani di fantasie oceaniche.
Con ancora quel poco di luce che filtra tra le alte palme si
intravedono fabbriche di mattoni crudi, grandi buchi dove rubano
l'argilla alla terra e enormi cataste di mattoni, con qualche
foro dove sistemano la legna per la cottura.
I villaggi sono poveri, umili, qualche fioca luce che riunisce i
giovani in semplici serate in compagnia, quando la giornata
finisce il villaggio acquista dei colori diversi, cambia la
forma,si riempie di suoni, le famiglie si riuniscono nel rito
del fuoco: il villaggio è vivo!!
Il mattino chiama velocemente, il pesante sole carico di luce
equatoriale si alza quasi dovesse abbrustolire tutte le cose,
parto e attraverso lombok.
Unica
strada, da ovest a est, da mataram a labuan lombok qui prenderò
il traghetto per pototano sumbawa.
La tratta è breve, ma molto impegnativa, si attraversa tutto,
cento villaggi, mercati, cortili, il vulcano di Lombok il “Rinjani”:
una piramide naturale di 3726 metri, ti accoglie con una smorfia
filosofica, impassibile, quasi a ricordare gli imperatori di
Angor-Wat.
Da questo punto di vista devo ammettere che Lombok ha della
baraccopoli, la speranza di fortuna della vicina Sumbawa, ha
trasferito molta gente in cerca di oro. Male di capitalismo!!
Mi imbarco velocemente per Pototano.
Sul traghetto la gente è cordiale, i giovani cercano di
esercitarsi con l'inglese, molti uomini e ragazzi, che qui si
chiamano Pak e Mas, qualche estremista islamico, pochi
occidentali.
Orizzonte tondo, mare piatto, in lontananza spuntano lingue di
sabbia, colline brune e montagne verde brillante, più mi
avvicino alla costa e più il colore dell'acqua trasparente
acquista una limpidezza cristallina.
Quando si torna da un viaggio e ci si riunisce con gli amici per
condividere esperienze, quando si mostrano le fotografie,
esistono due tipi di persone: le prime annoiate e deludenti ti
chiedono: "perchè sei andato in questo posto?" e le altre un
poco più interessate stanno a ascoltarti e cercano di
immaginare.
Le
sensazioni, le emozioni, quel senso di libertà e potenza, di
elemento della natura, questo è impossibile trasferirlo.
Raramente ho avuto la sensazione di esplorare, comprendere un
popolo, i costumi, l'evoluzione "darwiniana", le caratteristiche
fisiche, i perché e i per come, ho letto molto di esploratori,
pirati, cacciatori e pazzi ed ora in questa parte di mondo mi
sento fortunato.
Esistono poche influenze del mondo occidentale, sporadiche.
La natura, gli animali, le persone sono pure, come pura è la
terra che le ha create.
Tutta la costa est, punto di eccellenza dei più grandi surfisti,
è praticamente incontaminata da costruzioni invasive: primo
stadio tende, qualche pentola, seguono capanne, i più fortunati
posseggono una vacca o qualche capra. Le case sono diverse da
lombok, bianche con tetto rosso o verde, tutte a scacchiera
quasi come se i nostri antenati avessero fatto una capatina.
La strada in direzione sud ricorda il grande sforzo dell'uomo,
rapide salite e immense discese sterrate, il poco cemento
distrutto da ininterrotte piogge e sole caldo, polvere, la
giungla che si riprende il suo posto, poche persone e poche
auto, anche i motorini qui
sono l'unica eccezione, monkeys.
Un
susseguirsi di immensi anfiteatri naturali con ognuno una
tragedia in atto.
Il sole è al culmine della sua possenza, posto al centro domina
lo spazio visibile. E' il re! i primitivi dicevano: è Dio!
Come appaiono piccole e lontane le città degli uomini, le
passioni, le religioni.
Come tutto appare grande e potente, l'acqua, la sabbia
corallina, le montagne, le persone, le passioni.
Poi il sole si immerge lentamente nell'infinito, un atomo di
fuoco, il tramonto è sbalorditivo, solo un grande pittore
riuscirebbe a riprodurre questa magnificenza, ma non su una
tela, mi immagino le grandi vetrate delle cattedrali europee.
Azzurri, rossi, argenti e porpore si mischiano alla spuma delle
onde, sono così suggestivi,
nell'orgia del tramonto, che si ha l'impressione di precipitare
da sterminate altezze.
Resto lì, senza scopo, immobile, senza la forza fisica d'andar
via, intorpidito dal tepore dell'aria, inchiodato dalla
pesantezza dell'universo.
E' uno stato d'animo difficile da analizzare, più difficile
ancora da far capire, come un senso di isolamento, con una
sfumatura di tristezza.
Sotto
una pressione potente mi si apre una meravigliosa cappa del
firmamento, brulicante di piccoli atomi, palloni veneziani di
carta e lampade cinesi di seta formano un quadro che non ha
nulla del nostro cielo, il progressivo venir della notte che
avanza dalle lontananze
del mare accende la Croce del Sud.
Maluk, chi ci arriva deve essere premiato. Questo ha deciso la
natura.
Arrivo di notte, cerco un warung dove mangiare, solito villaggio
sulla strada, molti "surfisti" indonesiani, oltre alla miniera è
l'unico sostentamento ed evasione per i giovani ai quali è
permesso di imparare un poco di inglese e di salutarti
all'hawaiana.
Un Mas mi chiede se voglio fare surf:" no grazie per questa sera
solo un ristorante".
Mi porta in quello che noi chiamavamo trattoria: banconi in
legno, una cucina improvvisata sotto una tenda, all'ingresso un
grande catino con la pesca.
Prendo uno red-snepper e un pollo alla brace, prima volta che mi
viene servito attorcigliato tra gambe e collo, con zampe e
testa, senza posate, riso bollito e l'indimenticabile salsa
piccante.
Nord di Sumbawa, Sumbawa Besar, percorro la strada principale,
da Pototano verso il centro dell'isola, da un lato il mare,
dall'altro brulle distese australiane, pochissima gente del
luogo, nessun occidentale, alte palme, mangrovie, risaie,
giganti alberi con frutti di cotone, simpatiche bandiere
tibetane sventolano nei villaggi e immancabilmente si sente una
voce da lontano:" Mister, Mister!!"
Mi fermo a visitare un villaggio sull'acqua, un lungo ponte di
sabbia e terra si estende verso il mare, verso un miraggio di
palafitte.
Ii giovani in motorino cercano di attrarre l'attenzione per
scambiare qualche informazione del mondo, del nostro mondo, così
lontano, visto in televisione, il mondo del denaro e del calcio!
Vengo
travolto da un centinaio di bambini che giocano in un cortile di
una scuola, tutti in divisa: camicia bianca e pantaloni rossi.
Gli strumenti per viaggiatori sono una bussola, umiltà e spirito
di adattamento, non ho mai pensato di apparire come "il ricco
uomo bianco", effettivamente in questa situazione mi sono
sentito più uno straniero, di quelli mai visti prima.
Ricordo, che da piccolo avevo un coker, Paki, tornavo a casa e
mi travolgeva di spintoni, leccate e ogni forma animalesca di
felicità.
Ecco proprio in questa situazione ho riprovato le stesse
emozioni di calore e affetto, interesse e coinvolgimento che
provavo allora.
Mi allontano con grande dispiacere, avrei voluto poter stare di
più, per comprendere, osservare e apprezzare, per poter come mi
dice sempre Michele:"cerca le storie delle persone!!".
A volte nella vita si deve sbagliare strada, perdersi, come
quando si dice che le cose migliori sono quelle non organizzate,
Mi perdo spesso, in Italia, nei viaggi, nella vita.
Ora mi trovo in Indonesia, a Sumbawa, Besar la "grande",cerco la
direzione per AirBari.
Attraverso un mercato colmo di maleodorante pesce, cumuli di
spezie, carne, montagne di sale, ceste con volatili, piccioni,
anatre.
Nord, la mia direzione è verso nord.
Trovo una strada di montagna che si inerpica tra le costruzioni,
a ricordare le favelas di Rio, lo spettacolo dall'alto è sempre
mozzafiato.
La piccola strada diventa velocemente sterrata, mi addentro
nella foresta seguendo villaggi e indecifrabili cartelli scritti
in indonesiano, le case in mattoni, due ragazze giocano in
strada a volano, molte persone riunite nei campi, i bambini
provano la marcia per la festa dell'indipendenza, qui l'ambiente
cambia e si percepisce una povertà di città, nonquella delle
spiagge o delle campagne, qui siamo vicini alla "grande".
.jpg)
Il sole sta per calare, è ora
di trovare un posto per la notte.
Maurizio Pinto