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di Maurizio
Doro
(Pubblicato su
Ciclismo Dicembre 1996)
30 Agosto
1995: stiamo attraversando il Friendship Bridge (ponte
dell'amicizia). Pochi metri ancora e siamo in
territorio nepalese, una grande gioia ci accompagna e
il nostro abbraccio si fa profondo, Erich ed io ci
guardiamo negli occhi sorridenti: ce l'abbiamo fatta!
Abbiamo attraversato la zona himalayana del Tibet, un
altopiano sempre oltre i 4000 m, per circa 880 km.
Facciamo un grande respiro e ci rilassiamo, ormai
sappiamo che i 120 km che ci mancano per arrivare a
Kathmandu sono uno scherzo in confronto alla strada
che abbiamo percorso con i suoi alti passi: 4 oltre i
5000 m, il più alto 5220 m. Siamo riusciti a
realizzare un sogno anche se molte erano le incertezze
e le fatiche; sia la preparazione che l'esecuzione
hanno richiesto grande impegno.
Partiti
dall'Italia con grande entusiasmo arriviamo a
Kathmandu giovedì 10 Agosto. Non è il periodo più
adatto, infatti ci sono i monsoni e la pioggia ci
accompagna per le vie di Thamel. Abbiamo bisogno di un
permesso speciale per entrare in Tibet, permesso che
in Italia non è possibile fare e purtroppo non si può
ottenerlo se non comperando pacchetti turistici
(sembrerebbe l'unico modo per poter visitare questo
paese); ci chiedono fino a 2400$ per 15 giorni con
supporto di jeep, ma questo non è proprio il tipo di
viaggio che ci interessa. Siamo un po’ sconsolati ma
non ci diamo per vinti, e ci affidiamo a Sonam, il
capetto di un'agenzia locale, un ometto baffuto molto
cortese e paziente che riesce, tra una chiacchierata,
un bicchiere di ciai, molte telefonate e
contrattazioni, a procurarci il permesso.
Non
possiamo però entrare dal Nepal come ci eravamo
prefissi, ma dobbiamo volare direttamente a Lhasa la
capitale del Tibet. La situazione politica del momento
non lo permette, infatti cade il 40.mo anniversario
dell'indipendenza del TIbet (o meglio, l'occupazione
da parte della Cina) e il governo di Pechino non
gradisce l'ingresso via terra dal Nepal, ma solamente
l'uscita. Alla fine del mese a Lhasa ci sarebbe stata
la grande festa e meno turisti c'erano in giro meglio
era. Il Tibet vive una grande oppressione da parte
della Cina, basti pensare che in questo paese vivono 6
milioni di tibetani contro i 7 milioni di cinesi. Dal
'50 ad oggi sono stati uccisi più di 1 milione e 200
mila tibetani tra monaci e popolazione locale e
distrutto il 95% delle opere sacre.
Il nostro permesso è di 20
giorni, insistiamo per averne di più, ma non c'è niente da
fare; anche Sonam non può intervenire. Con 500$ comperiamo il
volo per il sabato successivo e un pacchetto di 4 giorni con
guida che ci servirà da copertura. Da qualche anno il paese
è aperto al grande turismo ma solo con i viaggi guidati,
preferibilmente cinesi, e non è gradito il turista solitario
guardone. L'ultima telefonata però è come se ci sgonfiasse
le gomme. Lo capiamo immediatamente dall'espressione di Sonam
al telefono che subito dopo ci conferma: si parte martedì e
il permesso è di soli 15 giorni. Noi protestiamo e insistiamo
con forza perché ci rendiamo conto che il viaggio sta
diventando sempre più duro già sulla carta, quasi una
pazzia. Avevamo programmato di fare Kathmandu-Lhasa, perché
partendo da Kathmandu, che si trova a 1370 m di quota e
alzandoci verso l'altopiano Tibetano, avremmo avuto meno
problemi di acclimatazione salendo gradualmente, e più giorni
a disposizione per concludere il viaggio.
Volare su Lhasa, situata a 3680
m, vuol dire necessariamente fermarsi diversi giorni per
acclimatarsi, e quindi ne restano troppo pochi per riuscire a
realizzare questo viaggio anche considerando che non
conosciamo quale sarà la reazione del nostro fisico a quelle
altitudini.
Usciamo in strada e di botto ci
svegliamo dal sogno Tibetano, siamo in una gran bagarre, le
stradine di Thamel sono superaffollate di risciò a pedali,
tipiche biciclette taxi che scampanellano all'impazzata
cercando di farsi strada insieme ai clacson di automobili e
motorette in mezzo alla folla rumorosa e ai venditori
ambulanti di ogni genere.
A Kathmandu ci dobbiamo
rimanere ancora 4 giorni perciò decidiamo di montare le
nostre biciclette e scorrazzare nelle viuzze della città e
nei paesi vicini.
Durban Square di Patan è la
prima visita fuori città. I suoi monumenti sono travolgenti,
ce ne sono a centinaia e la piazza è stracolma di gente
urlante, sembra una grande festa. Siamo sempre seguiti da una
folla di curiosi che ci circonda ogniqualvolta ci fermiamo.
Sostiamo per ore sulle gradinate dei templi ad osservare le
varie figure nepalesi: siamo incantati.
Nei
vari luoghi sacri si respira un'aria antica, la penombra e i
lumi fanno da contorno. In uno di questi, dopo aver lasciato
un ragazzino a custodire le nostre bici, riusciamo ad
intrufolarci e a confonderci con la folla. Saliamo ripide e
strette scalette di legno vecchio, maleodorante, molto scomode
e tra urti e spintoni arriviamo in una saletta dove i fedeli
portano offerte e si fanno sacrifici animali. Il tempo di
veder benedire e poi sgozzare una gallina che si accorgono di
noi e ci mandano via. Un vero salto nel passato.
Un'altra città dall'aspetto
immutato nel tempo è Bhaktapur, bellissima, particolarissima
perché non c'è traffico lungo le strade del centro e sono
poche le macchine che circolano; peccato solo che la giornata
sia piovosa, anche se questo rende i templi più particolari e
suggestivi.
Accompagnati dal grande
traffico e dal fortissimo smog arriviamo al Bodhnath Stupa: è
uno dei più grandi stupa del mondo, è meraviglioso e
rimaniamo letteralmente a bocca aperta. Gli stupa sono delle
costruzioni di origine buddista generalmente destinati alla
custodia di reliquie. Si crede che all'interno di questo sia
conservato un frammento osseo del Buddha. In questo ambiente
è forte la presenza della cultura tibetana e la maggior parte
degli abitanti della zona appartiene ad una comunità di
rifugiati dal tempo dell'annessione del Tibet alla Cina, che
possono qui praticare il buddismo nella sua massima
espressione. Lo stupa è abbagliante nel suo candido bianco,
noi saliamo quasi magicamente attirati verso la cupola dove
sono dipinti i grandi occhi onniveggenti del Buddha.
Visitiamo anche il più antico
stupa del Nepal: Swayanbunath. Ci arriviamo dopo aver pedalato
fuori Kathmandu verso una collina e attraversato zone rurali
molto povere, ma spettacolari e pittoresche. Veniamo attirati
da suoni di tamburi e trombe: in una sala di fianco allo stupa
alcuni monaci stanno cantando e pregando seduti gli uni di
fronte agli altri nelle loro tipiche vesti rosso scuro. Ci
sono anche dei bambini monaci: il loro compito è di pulire
gli altari e tenere accese le candele. Ora giocano con noi e
tutti vogliono salire sulle biciclette, è un divertimento
anche per noi zigzagare intorno allo stupa. Il tempio è
abitato anche da tantissime scimmie e cani che cercano cibo
tra le offerte nelle cappelle: c'è molta tolleranza e la
convivenza è serena.
15 Agosto 1995 ore 9:45
Siamo nella sala d'imbarco
dell’aeroporto di Kathmandu con gli occhi sbarrati fissi
davanti ai monitor, senza parole: il volo Kathmandu-Lhasa è
stato annullato. Oggi non si parte, le condizioni
meteorologiche a Lhasa non permettono l'atterraggio. C'è
grande sconforto, Erich ed io siamo delusi. Perdiamo un giorno
prezioso per acclimatarci: ne abbiamo solo 15 ed uno se ne sta
già andando. Con un pulmino ci accompagnano allo 'Yak &
Yeti', uno dei più lussuosi hotel di Kathmandu e qui non ci
resta che girare tra i vari buffet e la piscina aspettando la
mattina seguente.
Finalmente siamo sull'aereo in
decollo ed ora la convinzione di arrivare a Lhasa è certezza.
Dal finestrino dell'aereo ammiriamo gli spettacoli stupendi
della catena himalayana, che dalle nuvole dense affiora come
un'enorme spina dorsale e mostra tutta la maestosità dei suoi
8000 m. Incollati al finestrino non ci rendiamo conto di aver
trascorso due ore di volo ed eccoci all’aeroporto dove ci
troviamo davanti 4 militari cinesi che si scambiano i nostri
documenti con visi molto severi ed occhi scrutanti. Ci fanno
molte domande riguardo le biciclette e ci fanno aspettare.
Finalmente arriva l' OK: è fatta! La nostra gioia è qui
contenuta, ma esplode fuori dall’aeroporto e sull'autobus.
Ridiamo.
Percorriamo
90 Km per arrivare a Lhasa, la strada è una delle pochissime
asfaltate del paese e segue una lunghissima ed ampia vallata a
3600 m dove scorre padrone il fiume Tsangpò, recentemente
straripato per via delle forti precipitazioni, che ora si
muove piano in questa bellissima giornata di sole. Ho
l'impressione di essere sul palmo di una mano morbida che mi
accoglie calorosamente.
Questo dolce silenzio è
interrotto solamente dal rumore del vento che combatte la sua
battaglia furiosa con il crudo ambiente circostante che sembra
quasi volerlo ostacolare.
Arriviamo a Lhasa detta anche
'la terra degli dei' e devo dire che l'impatto è piuttosto
deludente. Moltissimi sono gli edifici in stile cinese:
cemento e lamiera che nulla hanno a che fare con quelli
buddista-tibetani. Poi il Potala maestoso sulla collina
Marpori (montagna rossa) domina la città. Sotto, sulla
piazza, stanno facendo i preparativi per la festa
dell'indipendenza (in realtà l'occupazione): un'enorme e
squallida piazza e un grande vialone che infondono un senso di
desolazione. I militari stanno preparando la parata mentre
piccoli gruppi di Tibetani ai lati osservano silenziosi.
Al piccolo albergo dove
sostiamo ci accolgono delle donne dai lunghissimi capelli
intrecciati, ci accompagnano alla stanza e ci portano delle
grosse thermos di acqua bollita (su tutto il territorio non è
potabile). E' una bella cameretta dalle pareti dipinte con
scene di vita quotidiana e yak sui pascoli.
Montiamo le nostre bici e
usciamo per un primo assaggio del paese, la città è pulita e
c'è molto traffico di biciclette. E' piacevole girare perché
è una bella giornata e il sole picchia forte. Non c'è
bisogno di ricordare che siamo a 3680 m e dobbiamo muoverci
con calma e usare prudenza perché basta fare una scalinata o
aumentare un pochino la pedalata che il battito cardiaco sale
vertiginosamente e ci si sente in affanno. Sappiamo che
dovremo rimanere qui il più possibile per cercare di
acclimatarci, compatibilmente con i chilometri che calcoliamo
di pedalare giornalmente e la scadenza del permesso (30
Agosto).
Decidiamo di rimanere qui in
zona almeno tre giorni pieni prima di cominciare il viaggio e
partire il quarto giorno di pomeriggio tardi visto che il
primo villaggio verso il quale ci dirigeremo si trova a circa
70 km e la strada è un buon tratto asfaltato e pianeggiante.
Ottimo per cominciare e prendere confidenza con il carico e
l’ambiente (non dovrebbe essere un grande sforzo).
Lhasa racchiude in sé due città:
una moderna, quella cinese, e una più antica che è la vera e
propria città tibetana. Il cuore è rappresentato dal Barkhor,
il mercato, e la via che costeggia il tempio di Jokhang.
Dobbiamo percorrerlo in senso orario per rispetto religioso
come è usanza in tutte le località sacre. Il mercato è
molto pittoresco, ma veniamo assorbiti dalla folla di
pellegrini che fa visita al monastero più antico e sacro del
paese. Davanti al Jokhang tutti cantano e pregano. Centinaia
di facce con ornamenti e colori si aggirano turbinanti nel
loro fervore religioso. Il lastricato all'ingresso del tempio
è diventato liscio e lucido a causa delle migliaia di
pellegrini che vi si prostrano con le gambe legate. Monaci
bruciano erbe aromatiche, c'è un forte misticismo, tutto è
straordinario. All'interno sempre moltissima gente che
alimenta un costante mormorio, una nenia che è preghiera. Si
muovono tutti ansiosi con in mano le ruote delle preghiere e
sacchetti di burro di yak che rifornirà ogni candela accesa
davanti ai vari altari e figure del Buddha. Ci sentiamo
estranei, ma nessuno si preoccupa di noi, le ruote delle
preghiere continuano a girare e tutti spingono. Non riusciamo
a rimanere per più di qualche minuto fermi davanti a queste
cappelle votive ornate d'oro, coralli e turchesi.

Usciamo sulle terrazze verso
i tetti: è incantevole, sono dorati e il sole li fa brillare ancor più. Il
metallo prezioso è considerato sacro dal buddista che nella sua filosofia
tende a distaccarsi dall'aspetto materiale delle cose.
Tra i vari riflessi in
lontananza galleggia l'imponente, austero e distaccato Potala, il vero e
proprio simbolo della città, il più famoso monastero fortezza del Tibet,
quasi una città articolata su 13 piani con 1.000 stanze (solamente una
decina aperte al pubblico), 10.000 altari e 200.000 statue. Era la residenza
ufficiale del Dalai Lama che rappresentava la massima autorità religiosa del
paese. Anche se oggi non è più presente in Tibet, in quanto rifugiato in
India dopo l'invasione cinese negli anni 50, la devozione nei suoi confronti
è molto forte presso tutta la popolazione e sono moltissimi infatti quelli
che ci chiedono una sua foto. Saliamo sul tetto del Potala dove c'era
l'alloggio del Dalai Lama: l'ambiente è nobile ma semplice, e la vista
incantevole. Edificio fantastico all'esterno, è, all'interno, insignificante
e molto deludente, almeno per la parte che ci fanno visitare. Riusciamo solo
a rubare qualche foto e a starci poco tempo, tutto è controllato da
telecamere e spie. Qui i monaci sono molto rigidi e tesi, si percepisce un
ambiente poco felice, indirizzato più al controllo che alla preghiera.
Ci piace molto scorrazzare in
lungo e in largo e scoprire le piccole vie e piazzette della città.
Riusciamo a procurarci una cartina per il viaggio nell'unico book shop che
funge anche da edicola, dove, tra l'altro, nessuno parla inglese ed è ardua
impresa farsi capire. Passiamo diverso tempo a tentare di spiegarci
gesticolando e tirando fuori materiale, mentre tutti ridono.
Prima di partire passiamo una
bellissima giornata al monastero di Ganden (4300 m) che dista circa 40 km da
Lhasa. La strada sterrata si alza serpeggiante su verso la montagna tra gli
yak che pascolano. Il pulmino arranca a fatica (non voglio pensare a quello
che faremo noi). Man mano che si sale lo spettacolo si rivela grandioso
sulla valle del Kyichu fino alle lontane cime innevate. All'arrivo, lo
spettacolo che ci si presenta è quello di un luogo che sembra essere stato
bombardato a tappeto. Sono i danni della 'rivoluzione culturale' ma ora è in
fase di ricostruzione. Ci muoviamo per i vicoletti del paese ed entriamo
nelle poverissime abitazioni dei monaci che umilmente ci ospitano e ci
mostrano il tempio che accudiscono e custodiscono.
Una volta vi abitavano 4.000
monaci, ora solo 200. Saliamo alcune scalette attirati da voci che sembrano
un cantare, un mormorio, una melodia. In una sala troviamo dei monaci in
seduta di lezione ed insegnamento spirituale. Alla nostra vista nessuno si
distrae, solo qualche piccolo sorriso e cenno di saluto. Ci togliamo le
scarpe ed entriamo timorosi, ci sediamo con le gambe incrociate vicino a
loro, un'atmosfera rilassante senza tempo. Un vecchio parla e si muove
lentamente. Ci allontaniamo silenziosamente così come siamo arrivati. Altre
scalette, altre porticine, altre voci, mi sento attratto, sposto un telo
vecchio e unto che sembra di legno: eccomi nella cucina del monastero,
chiamo Erich che è piuttosto titubante. I monaci ci fanno sedere, ci
scambiamo sorrisi e ci offrono il tè salato con burro di yak , riso e
verdura cotta con carne di yak. Rimaniamo molto tempo perché è una bella
realtà di vita quotidiana. Prima di lasciarci, ci guardiamo negli occhi
felici e ci abbracciamo. E' stato un momento molto intenso che Erich ed io
ricordiamo ancora oggi con sentimento profondo.
Sono già passati 4 giorni e
reagiamo molto bene alla quota, solo un leggero mal di testa verso sera.
Cominciamo a sentire molto forte il desiderio di partire, siamo stanchi
della città, ormai la sentiamo vecchia, abbiamo voglia di affrontare la
quota, la strada, il tempo, la fatica, sentirci parte del mondo naturale di
questo sterminato altopiano.
19 Agosto 1995 ore 17:00
Siamo nel cortile dell'alberghetto con le nostre bici pronte. Passiamo sotto il Potala, le ultime foto e via. La bici è così carica (40 kg in tutto) che mi spaventa, ho l'impressione di non poterla portare. Ci avviamo verso l'uscita della città, si fa fatica a pedalare anche sull'asfalto. Fortunatamente questa prima tappa è pianeggiante e possiamo così prendere confidenza con il mezzo, amalgamarci, costruire la determinazione, entrare in condizione e renderci forti per il proseguimento del viaggio. C'è vento contrario e pedaliamo piano ma sicuri, il battito è tenuto sotto le 130 pulsazioni al minuto, ci scambiamo le prime impressioni. Prendiamo contatto con la realtà e ognuno ascolta le proprie reazioni. Le ore passano, arriviamo a Chutshul dopo 70 km con il frontalino acceso alle 21:30. L'unico posto che riusciamo a trovare è un alberghetto cinese incredibilmente sporco e malandato. Ci sembra impossibile che qualcuno si possa fermare qui. Fa paura toccare tutto. Il proprietario non dice una parola e sembra essere uscito da una ragnatela, ci porta dell'acqua calda e ci laviamo in un lavabo. Al ristorantino vicino la cucina offre poco, ma ormai sappiamo che per tutto il resto del viaggio l'alimentazione sarà molto controllata e povera per via della scarsa igiene e dei rischi che si possono incontrare, perciò via la roba cruda e la carne, solamente riso e verdura cotta (poca la varietà, prevalentemente patate).
La mattina quando si riparte siamo consapevoli che la
scampagnata è finita ed ora incomincia la vera avventura su questo altopiano grande quanto
l'Europa, nel cuore dell'Asia. Ci aspetta la prima grande salita, 24 km per arrivare ai
4730 m del passo Khamba La.
Dopo aver superato il primo checkpoint dove militari cinesi
ci controllano i documenti (lungo il percorso ne troveremo diversi, più o meno severi),
affrontiamo la salita lentamente ma decisi. Man mano che saliamo la temperatura scende e
il vento freddo alza grandi nuvole di polvere dalla strada, per cui siamo costretti ad
indossare l'abbigliamento invernale con il passamontagna. La strada sembra non finire mai
e dopo 3 ore siamo costretti anche a fermarci e rannicchiarci contro la roccia per evitare
un furioso acquazzone. 5h08 sono servite per raggiungere il passo. La vista del bellissimo
Yam Droktso, uno dei laghi più grandi del Tibet dallo splendido color turchese e dalla
forma di uno scorpione che avvolge le sue montagne, ci fa dimenticare di essere lì soli e
stanchi. Ma ci rimaniamo poco, nuvoloni neri, carichi d'acqua e la temperatura di 7 gradi
ci obbliga a scendere. Dobbiamo però mantenere una velocità bassa (circa 20-25 km/h) per
via della strada sconnessa che potrebbe causare qualche rottura. Verso sera un piccolo
villaggio ci aspetta per la notte.
Non siamo assolutamente autosufficienti: non
abbiamo mezzi d'appoggio e siamo senza tenda. Specialmente l'essere senza tenda, sinonimo
di 'casa' e punto di riferimento e di intimità per ogni viaggiatore, ci costringe a
fermarci presso le famiglie a chiedere ospitalità. Questa nostra scelta è stata
fortemente voluta proprio per cercare di vivere a più stretto contatto con la popolazione
tibetana e nello stesso tempo mettere alla prova la nostra forza interiore. Per noi era
questo il sapore del vero Tibet.
Le famiglie di questi piccoli villaggi ci hanno sempre accolto con
grande serenità, generosità e rispetto. Sono le donne anziane che per prime ci
accomodano in casa e subito ci offrono tè salato con burro di yak in grandissime
quantità. E mentre noi mangiamo, piano piano la gente del villaggio viene a farci visita
come in processione. Si siedono accanto o ci stanno davanti in piedi, ci fissano
sorridenti e seguono con lo sguardo ogni nostro movimento. I loro sguardi sono quelli di
gente serena sempre sorridente e pronta ad accogliere con curiosità e simpatia il
visitatore straniero. Ci toccano, qualcuno prova a parlare con noi, ma è impossibile
comunicare per via della lingua ed anche gesticolare serve a poco. All'interno di queste
piccole case di sassi e argilla si sta bene, la stufa al centro della stanza (punto di
riferimento intorno alla quale ruota tutta la vita della casa) è alimentata in
continuazione da sterco di animale (la legna è rara e troppo costosa) e i pentoloni sopra
perennemente fanno bollire l'acqua. C'è molto fumo all'interno. Le lampade a cherosene
fanno un po di luce nella sera e loro rimangono ancora ad osservarci mentre ci
laviamo i denti, mentre ci spalmiamo le creme sulle parti doloranti e irritate dal sudore
e non si allontanano finché non entriamo nei sacco piuma. Assorbiamo ritmi nuovi. La
mattina ci alziamo doloranti per aver dormito sulle assi con solo un tappeto sopra: ma
sono i loro letti, ce li hanno offerti e loro hanno dormito per terra. Non hanno nulla e
ci danno tutto. Mangiamo sempre riso e patate dalla mattina alla sera e anche se non ci
laviamo il morale è molto alto.
Purtroppo siamo costretti a pedalare il più possibile,
facciamo dalle 5-6 ore al giorno per 50-90 km per cercare di percorrere questi 1.000 km e
10.000 m di dislivello nel tempo consentito dal visto.
Attraversiamo il nostro primo passo oltre i 5000 m, il Karo La (5020
m). Stiamo bene in quota e queste nuove sensazioni non danno spazio alla fatica. La strada
è molto veloce in discesa e l'ambiente è incredibile, il paesaggio segue il fiume Nyang
Chu in un canyon di frane e rocce violente e ci divertiamo rispetto alla salita dove
ognuno solitamente se ne sta solo con i suoi pensieri. Solo il sibilo del vento freddo e
qualche camion che suona superandoci e lasciando un bel nuvolone polveroso ci riporta alla
realtà. L'inatteso saluto che ci viene rivolto dai tibetani che incontriamo sui monti al
pascolo o nei campi di orzo e patate ci fa sentire loro ospiti e noi rispondiamo sempre
con un cenno della mano. La presenza di numerosi contadini nei campi ci segnala che siamo
discesi in una vasta pianura (lunga circa 150 km a 4000 m) dove si trovano due importanti
città: Gyantse e Shigatze. Shigatze, la seconda città del paese, rivaleggiava con Lhasa
nel controllo politico e spirituale; qui risiedeva il Panchel Lama nel monastero di
Tashilumpo, noto in tutto il mondo buddista lamaista. Un monastero superbo, con terrazze
imponenti, mura rosate e finestre in legno scuro. Tra le sue mura si pratica l'arte dei
mandala, dipinti realizzati con sabbie colorate. Ed è proprio qui, dopo la sua visita,
che all'uscita abbiamo temuto di dover interrompere il viaggio. Infatti, mentre eravamo
seduti con un gruppo di tibetani, siamo stati avvicinati da poliziotti cinesi in borghese
che, allontanato il gruppo con voci dure e secche, ci hanno chiesto i documenti e hanno
controllato tutto il materiale; per un paio d'ore abbiamo sudato freddo ma ci è andata
bene. Regnava un po di tensione in città e circolavano parecchi militari; in quei
giorni ci sono stati degli scontri e uccisi 4 monaci.
Questo tratto di strada è forse il meno interessante e il
più monotono del viaggio, inoltre la tosse e il raffreddore che avevo inizialmente sono
peggiorati, e sono costretto a curarmi con gli antibiotici. Ci aspettano tre giorni
veramente brutti con pioggia e grandine, le strade sono scivolose, si pedala a fatica, le
nostre bici sono infangate e fanno colore con scarponi e pantaloni, ma negli accampamenti
dove sostiamo tutti ci aiutano e ci danno anche del gasolio per pulire il cambio e la
catena. Si superano così bellissime valli verdi e piccoli passi, si scoprono ampie
pianure e aride montagne, e quando si vede questa strada bianca scendere dolce e
silenziosa e costeggiare tortuosa la montagna, come la buccia di una mela che con il
coltello si vuol fare più lunga possibile, dal profondo cresce un bel respiro e ci si
abbandona.
26 Agosto 1995 ore 9:35
A Lhaze, 4050 m, questa mattina piove e il
nostro termometro segna 6 gradi, siamo molto determinati e prepariamo il materiale con
cura, sappiamo che ci aspetta una giornata molto dura per arrivare al Lak Pa La (5220 m).
La salita è costante lungo bellissime valli irregolari e franate che si intrecciano fra
di loro, quasi a sembrare enormi dita incrociate, sottolineate dallo scorrere impulsivo e
rabbioso dei fiumi.
Non sentiamo la fatica, ma solo il vento e la pioggia che
batte insistente sul materiale che ci avvolge, il fiatone e l'umido che si forma sul
passamontagna. Vecchi camion ci superano, anche loro faticano e lasciano una scia di
rumore e odore di gasolio. Incontriamo dei pastori fradici che camminano con i loro yak,
capre e asini verso il passo.
Ci avviciniamo sempre più alla cima e
intravediamo le prime bandiere delle preghiere sventolare (tutti i tibetani che transitano
sui passi lasciano queste stoffe colorate con scritte frasi lasciate andare al vento come
ringraziamento e buon auspicio per il futuro). Il colmo è un panettone circondato da una
favolosa catena innevata di cime oltre i 7000 m . Abbiamo fatto molta fatica però urliamo
di gioia e ci vengono i brividi nel pensare che abbiamo pedalato uno dei passi più alti
del mondo. La discesa a Xegar a 4300 m, che in un primo momento sembrava molto comoda e
rilassante, si rivela invece molto impegnativa. Un saliscendi reso poco veloce e fangoso
dalla pioggia. Gli 80 km per arrivare a Tingri, percorsi in circa 5 ore, ci danno la
possibilità di recuperare notevolmente. Le gambe rispondono bene e pure la tosse sta
migliorando. Da Tingri, tempo permettendo, si godono vedute spettacolari del monte Everest
e dell'Himalaya, ma noi decisamente non siamo fortunati, vista la giornata. E' anche la
base di partenza di molti trekking verso questo 8000.
Il mattino dopo la giornata sembra buona e calda ma
purtroppo la vista dell' Everest resta un sogno: le cime sono coperte da nuvole e si
intravede solamente qualche ghiacciaio, una vera delusione. Ripartiamo con le nostre
biciclette e inutilmente ci giriamo più volte nella speranza di vederlo. L' ultimo passo,
Lung La (5080 m), lo affrontiamo dopo aver salutato il piccolissimo villaggio di
Gutsuo,
dove tutti sono stati molto gentili. Già dalla base si intravedono enormi ghiacciai. La
strada è battuta bene, si procede senza difficoltà e la salita taglia a zig zag la
montagna, si aprono bellissime cime innevate. Il sole è sempre presente. Un attimo di
respiro in discesa, dopo aver fatto l'antecima a 4980 m, saliamo il Lung La. Lo spettacolo
è incredibile: da questo ambiente arido e secco partono in lontananza vette innevate e
molto nervose. Ci fermiamo molto sulla cima consapevoli che questa è l'ultima faticaccia
alla massima quota. La discesa ci fa gridare di gioia e ci porta velocemente alla base del
colle (4500 m). Purtroppo il vento fortissimo e violento ci obbliga a pedalare anche in
discesa, siamo esausti e ci troviamo costretti a chiedere ospitalità a
Zhonggang, un
piccolo villaggio a 12 km da Nyalam.
L'incontro con la famiglia è veramente
particolare. Le donne ci accolgono all'interno nell'unica grande stanza della casa e
mentre noi mangiamo il marito raduna le capre in un recinto fatto di sassi. Ci troviamo a
nostro agio, la vita scorre lenta. Siamo rilassati ed osserviamo il ritmo di vita
quotidiano: la nonna tiene vivo il fuoco della stufa con lo sterco e le pentole per il
cibo e l'acqua da bere sono in continua ebollizione, la mamma pulisce e allatta un piccino
che giace in una cesta avvolto in giacche e gli prepara una mistura di farina e latte che
tenta di fargli ingoiare con un dito dopo averlo impastato con la sua saliva. Si vive
tutti insieme, ma ciò non impedisce che ognuno faccia una cosa sua e non si preoccupi
degli altri. Non c'è nessun interesse particolare. Il lavoro di ogni persona contribuisce
alla somma della vita di tutti. Anche loro non sono imbarazzati e fanno tutto con
spontaneità. E' bello stare in famiglia ed io mi incanto volentieri a guardarli
all'opera. Sono sdraiato sul 'letto', un'asse per niente liscia e uniforme, ma in questo
momento non mi accorgo della scomodità e neppure dell'odore acre di montone che si sente
persino nell'acqua, assaporo solamente i movimenti lenti, collaudati e tramandati da
secoli, mi appagano e saziano i miei sentimenti.
Erich ed io, che durante le giornate parliamo poco, la sera
ci scambiamo idee ed impressioni ed ora parliamo della fine del viaggio ormai imminente.
Andiamo a letto mentre la nonna in un angolo seduta sopra alcune pelli con le gambe
incrociate prega e fila la lana.
Un po commossi ci lasciamo alle spalle
uno sconosciuto e suggestivo ambiente tibetano.
Prima
di arrivare alla città di frontiera di Zhangmu (2250 m), che è situata
perpendicolarmente lungo diversi tornanti, dobbiamo fare i conti con la strada di Nyalam
(3750 m) che è piuttosto pericolosa, tanto che è stata chiamata 'Path to Hell' (sentiero
per l'inferno). Ci troviamo a dover superare alcune frane spingendo la bici. Queste frane
sono occasione di lavoro per molti nepalesi che caricano e scaricano camion da una parte
all'altra. Scendendo da Nyalam a Zhangmu ci si immerge in una vegetazione che è sempre
più fitta grazie ai monsoni. La strada sembra un serpente che scivola sulle pareti della
montagna in compagnia del fiume Bhote Kosi e di tutte quelle infinite cascate che lo
alimentano e si riversano sulla strada. C'è molta umidità e a volte ci assale anche la
nebbia che ci fa perdere contatto tra di noi. Zhangmu è un attivo caotico centro
commerciale dove si trova merce cinese, tibetana e nepalese; la strada che passa tra le
case al controllo passaporti è piena di bancarelle e l'aria è inquinata da musiche
cinesi a tutto volume. I poliziotti ci controllano ferocemente da cima a fondo,
ricarichiamo tutto il materiale sparso a terra e ci avviamo per altri 6 km prima di
raggiungere il ponte dell'amicizia (Friendship Bridge), confine nepalese, dove i militari
ci accolgono meno sospettosi ; ormai sappiamo che Kathmandu è vicina.
E' il 30 Agosto 1995 ore 15:30.
Grazie Tibet.

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